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Autunno 2021 e autunno 2020: cosa cambia per la pandemia

Secondo gli ambienti no-vax, il confronto tra ricoveri e decessi di inizio autunno 2021 e quelli nella stessa data del 2020 dimostrerebbe che il vaccino non serve. Ma la comparazione va fatta sull’evoluzione del fenomeno nei due periodi, non sul livello.

La situazione dell’autunno 2020

Nei primi giorni di ottobre 2020, la tabellina riprodotta in figura 1 è stata rilanciata in rete decine di migliaia di volte. Secondo l’ignoto creatore – e secondo la miriade di persone che l’hanno seguito – avrebbe dovuto dimostrare che a inizio ottobre 2020 la situazione era molto meno seria rispetto al periodo critico di fine marzo 2020. Queste persone hanno confrontato il numero di positivi, ricoverati, deceduti nel giorno 8 ottobre con il numero corrispondente nel giorno 23 marzo: molto inferiori le cifre dell’8 ottobre e quindi – secondo loro – nessuna ragione per preoccuparsi. Purtroppo, nel giro di qualche giorno, sono stati clamorosamente smentiti e l’Italia è stata travolta dalla seconda ondata.

Figura 1

L’errore tragico nella tabella consiste nel fatto che per capire cosa sta succedendo serve guardare l’evoluzione del fenomeno, non il suo livello in un singolo giorno: all’8 ottobre del 2020 contagi, ricoveri e decessi erano in evidente accelerazione da almeno cinque settimane. Nessuna sorpresa se nel giro dei pochi giorni successivi siamo stati travolti.

Un anno dopo, lo stesso errore

Da settimane gli ambienti no-vax rilanciano il confronto tra ricoveri e decessi nell’estate-inizio autunno 2021 e ricoveri e decessi alla stessa data del 2020. Secondo loro, il fatto che quest’anno da agosto ai primi di ottobre il numero di ricoveri e di decessi sia superiore al numero osservato alla stessa data del 2020 dimostrerebbe che nella migliore delle ipotesi il vaccino non serve, nella peggiore fa danni.

L’errore è lo stesso commesso nella tabella in figura 1: per capire cosa sta succedendo, serve comparare l’evoluzione del fenomeno nelle estati 2021 e 2020, non il livello.

La figura 2 mostra la variazione giornaliera –ingressi giornalieri meno uscite giornaliere – del numero di ricoverati in terapia intensiva da agosto a oggi, comparata con i corrispondenti valori registrati un anno fa. Si vede bene che a partire da fine agosto lo scorso anno le variazioni giornaliere sono risultate positive e crescenti: a metà ottobre erano cinque volte superiori rispetto a fine settembre. In altre parole, i reparti di terapia intensiva si sono rapidamente riempiti.

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Quest’anno a partire da fine agosto le variazioni giornaliere sono negative, cioè i reparti di terapia intensiva si stanno progressivamente svuotando. Se, come è del tutto plausibile, la tendenza si manterrà, fra qualche giorno anche il numero – non solo la variazione giornaliera – di ricoverati in terapia intensiva sarà inferiore al corrispondente numero osservato lo scorso anno.

L’andamento dei decessi (figura 3) come sempre è un po’ in ritardo rispetto alle terapie intensive. Ma anche qui la differenza tra l’andamento nel 2020 e quello nel 2021 è evidente: in crescita da fine agosto lo scorso anno, in diminuzione quest’anno. Nel giro di qualche giorno i decessi giornalieri 2021 saranno inferiori a quelli dello scorso anno.

Perché abbiamo avuto più ricoveri e decessi ad agosto 2021?

Il lockdown marzo-maggio 2020 ha avuto effetti pesantissimi sull’economia. Gli indicatori congiunturali prodotti dall’Istat sono eloquenti al riguardo. Tutti i principali indicatori hanno subito una brusca e pesante diminuzione nel primo e nel secondo trimestre 2020.

Ma il blocco della mobilità delle persone ha rallentato enormemente la circolazione del virus già dai primi giorni successivi all’inizio del lockdown. E gli effetti del lockdown sulla circolazione del virus, rafforzati dalla stagione favorevole, si sono protratti a lungo. Poi, a fine agosto 2020, esauriti i benefici delle chiusure, è arrivata la resa dei conti. Con le conseguenze che sappiamo bene, purtroppo.

Le chiusure dell’inverno 2020/2021 non hanno avuto conseguenze sull’economia paragonabili, nemmeno alla lontana, a quelle del lockdown 2020. Gli indicatori congiunturali Istat sono eloquenti anche in questo caso: nei primi due trimestri 2021 si registrano tassi di crescita positivi.  

La conseguenza è che siamo arrivati all’estate 2021 con una circolazione del virus nettamente superiore a quella dello scorso anno, con le inevitabili conseguenze su ricoveri e decessi. Adesso però – con l’80 per cento della popolazione vaccinata – si vedono i risultati: i reparti di terapia intensiva si svuotano, i decessi si riducono. Lo scorso anno alla stessa data i reparti di terapia intensiva si riempivano e i decessi aumentavano.

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Peraltro, se ad agosto 2021 le cose non sono andate bene quanto avrebbero potuto, la ragione è in primo luogo da addebitare alla frazione di non vaccinati nelle età critiche. Stando all’ultimo aggiornamento dell’Istituto superiore di sanità a metà settembre quasi due milioni di ultra-sessantenni non erano vaccinati. Nel mese dal 6 agosto al 5 settembre i decessi Covid-19 tra gli ultra-sessantenni non vaccinati sono stati 777, pari al 56 per cento dei decessi Covid-19 in questa fascia di età, nonostante i non vaccinati siano meno del 10 per cento degli ultra-sessantenni. Applicando ai non vaccinati il tasso di decesso da Covid-10 osservato tra i vaccinati, si deduce che, se si fossero vaccinati, 730 di quei 777 deceduti si sarebbero salvati.    

In definitiva, l’interpretazione corretta del confronto tra 2020 e 2021 è la seguente:

  • nei mesi primaverili-estivi la disponibilità del vaccino ha consentito di ottenere risultati paragonabili a quelli del 2020, evitando (o quanto meno limitando) però i danni all’economia – e più in generale alla libertà di movimento delle persone – provocati dal lockdown;
  • all’inizio dell’autunno la disponibilità del vaccino ha cambiato in modo radicale la tendenza: un anno fa in drammatico peggioramento, oggi in netto miglioramento.

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  1. Savino

    C’è stata la volontà individuale di tenere al sicuro gli altri e sè stesso, ma non è cambiata l’idea collettiva tutta sgangherata rispetto al fatto di dover tenere al sicuro i posti che frequentiamo. Non c’è stata la cultura del vaccino e della salute collettiva, ma il tutto si è tradotto in una scelta necessaria con imprecazioni fuori dai denti.

  2. Alessandro Tonin

    Grazie Professore per il prezioso contributo circa la corretta lettura dei dati statistici dell’ epidemia. No vax convinti a parte (quelli non li scalzi nemmeno di fronte ai fatti) , speriamo che i più scettici e titubanti possano leggerlo con l’ umiltà di chi ignora le tecniche di interpretazione delle analisi dei dati. Grazie ancora Prof Rettore. Un Suo ex allievo alla Facoltà di Padova nel lontano 2002 Alessandro Tonin

  3. eduardo rendina

    E adesso come lo legge il grafico con 80% di vaccinati?

  4. Alessio

    Lettura abbastanza faziosa in quanto viene commesso lo stesso (di proposito?) errore della tabellina “no-vax”. Effettuiamo un’analisi per fasce d’età e scopriremo cose molto interessanti, in sintesi: chi non rischia la terapia intensiva o il decesso quest’anno, non rischiava neppure l’anno scorso quando la campagna vaccinale non era iniziata.
    È evidente che, se nel calderone dei numeri buttiamo qualsiasi cosa, si possa sempre ottenere un risultato che dia una visione parziale in base alla propria tesi. Questo procedere è scorretto, statisticamente ed eticamente; e porta le persone a prendere decisioni su analisi errate ed ad avere convinzioni errate specie quando viene creato un pensiero unico da tutti i mezzi d’informazione.
    Il trattamento vaccinale è evidente che debba essere distinto per categorie, specie considerando che trattasi di protezione individuale anziché collettiva, benché per mesi sia stata venduta la favola della diminuzione della circolazione del virus o, ancor peggio quando si creava lo spauracchio, il nemico no-vax, incolpandolo della perseveranza del virus tra noi; cosa, in seguito, ampiamente smentita.
    La spinta, sia governativa che mediatica (spesso condita e giustificata da dati consapevolmente errati o parziali), unidirezionale verso l’unica panacea che, di fatto, fa a cazzotti con ogni analisi dei numeri e contro ogni logica, lascia forti dubbi sull’onestà intellettuale di chi prende le decisioni.

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