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  2. Giacomo Manchi Rispondi
    Bell'articolo. Esce dai luoghi comuni e mostra l'altro lato della medaglia. Le persone dovrebbero essere valutate per i risultati che ottengono, non per stereotipi, o peggio, non valutate a causa di leggi populistiche e poco meritocratiche.
  3. Biagio Perretti Rispondi
    Gli autori trascurano un semplicissimo elemento, che permette di leggere con tutta altra luce le loro analisi statistiche. Il nepotismo, prima ed in preparazione delle vincite nei concorsi, si manifesta nella inclusione di figli e nipoti tra gli autori di pubblicazioni scientifiche. Avendo prova diretta di questi comportamenti, secondo me la lettura della analisi è la seguente: la produttività bibliometrica uguale tra figli e non figli, considerando il fortissimo vantaggio dei primi nell'essere inclusi tra gli autori di lavori a cui hanno dato contributi trascurabili, dimostra la straordinaria qualità dei non figli, che partendo da un handicap drammatico, arrivano agli stessi risultati.
  4. Andrea Rispondi
    Il problema é non solo pratico ma anche etico: forse i figli sono bravi quanto i non figli, ma i figli hanno avuto delle agevolazioni per arrivare dove sono arrivati? Se si a chi hanno tolto il posto? E chi non ha agevolato i figli, magari ha agevolato non figli per altri motivi. Al di lá della bravura le pari opportunità sono un mezzo per garantire efficienza ma anche un fine per garantire eticità soprattutto nelle strutture pubbliche. Articolo o superficiale o fazioso.
  5. Luca Rispondi
    Piú che valutare la bravura relativa tra figli e non figli, sarebbe interessante sapere la proporzione di figli nei sistemi universitari degli altri paesi occidentali
  6. leonardo Rispondi
    L'altra ipotesi che non si prende in considerazione è che "I bravi fanno paura". La selezione potrebbe essere fatta col criterio di mettere prima di tutto al sicuro la struttura dirigenziale e lo si può fare o assumendo i parenti o i mediocri. In questo caso l'analisi empirica così come illustrata non metterebbe in evidenza il fenomeno. Sarebbe interessante confrontare i risultati dei ricercatori italiani emigrati con quelli che restano in Italia.
  7. AM Rispondi
    Articolo intelligente. Occorre valutare le singole persone, indipendentemente da razza, religione, sesso...e sangue. Mandare via Maldini dalla nazionale solo perché il padre era allenatore avrebbe beneficiato la nazionale stessa?
  8. Corrado Del Bò Rispondi
    Mi pare che l'articolo confonda la discriminazione con la necessità di prevenire i conflitti di interesse.
  9. paolo zanghieri Rispondi
    Certo è che se il padre impone di mettere il nome del figlio in un lavoro del proprio gruppo di lavoro...
  10. Max Rispondi
    Non riesco a scaricare il paper, visto che nel link e' disponibile solo l'abstract. Comunque il fatto che i "figli" non performino significativamente peggio dei "non figli" di accademici non dice nulla sul nepotismo, se non si mostra prima che in assenza dei primi i secondi che vicono un concorso sono i "meritevoli". Altrimenti si mostra solamente che sono tutti egualmente "incapaci e non meritevoli" (in assenza di un "figlio" metto dentro un altro parente, un amico, ecc.). Avrei visto molto meglio un'analisi in cui si prendono i vari concorsi, si controlla per i titoli dei partecipanti allo stesso concorso (es. in termini relativi rispetto ai competitors) e si fa vedere che il fatto di essere "figlio" (dummy variable) non e' statisticamente significativo nella probabilita' di vincere il concorso over and above le caratteristiche osservabili incluse nel modello (eta', no. pubblicazioni, qualita' di pubblicazioni).
  11. dperrone Rispondi
    Credo che il problema di parenti e figli nelle universita' italiane sia l'espressione di un problema piu' grande. Molti ricercatori, anche "non-figli", sono selezionati prima dell'eventuale concorso per ragioni di fedelta', rispetto, amicizia, e in qualche caso anche parentela. Questo e' la prova che il sistema del concorso ministeriale e' totalmente sbagliato, perche' non permette di individuare il responsabile dell'assunzione di una persona mediocre (quello che in inglese e' chiamato accountability). Bisognerebbe permettere ai singoli dipartimenti e ricercatori di prendere decisioni in autonomia, con un sistema di valutazione che in questo caso puo' individuare i responsabili di scelte non-meritocratiche.
  12. angelo Rispondi
    E cosa spinge all'ora il "figlio" a far domanda nell'università che più gli aggrada (ossia quella del padre) se non la presenza rassicurante del genitore, anziché andare in una più prestigiosa ma più distante che offra però maggiori stimoli e possibilità di carriera? E come mai questo fenomeno è più diffuso nelle università del sud (cosa statisticamente provata), in zone a minor tasso di legalità (anche in campo accademico)? E come mai ancora il nostro paese registra tassi di omonimia accademica superiore di paesi le cui università mediamente sono notoriamente più in alto nel ranking accademico mondiale?
  13. Maurizio Maggini Rispondi
    Ringrazio gli autori che mi hanno dimostrato che il nepotismo non è poi così importante come si pensa e che lo stesso valga, immagino, per la raccomandazione in genere, le conoscenze, la tessera del partito e via dicendo.
  14. Stefano Rispondi
    Sane regole di moralità non hanno bisogno di essere vagliate empiricamente. Che un padre non possa, direttamente o indirettamente, assumere un figlio con i soldi dei contribuenti è una regola di civiltà che i paesi civili adottano. Indipendentemente da tutto. Non è necessario trovare evidenza empirica. Bastano i sospetti. Cosí come certe relazioni di coppia non possono essere ammesse in certi contesti. Trovo che articoli di questo genere, perdendo di vista ciò che veramente conta, non fanno altro che nutrire il malcostume che obbliga tanti giovani bravi e assetati di meritocrazia a lasciare il nostro paese.
  15. Fabrizio Rispondi
    L'alto tasso di omonimia non costituisce una prova del nepotismo? Anche quello che ho letto non costituisce una prova del contrario. Spero che nessuno di voi due abbia genitori che sono anche docenti universitari.
  16. Marco Rispondi
    Secondo me le performance bibliometriche possono sovrastimare la qualità dei "figli". In fondo, i "figli" sono speciali proprio perchè figli di qualche insider. Per i "figli", pubblicare su rivista potrebbe essere relativamente più facile - a parità di 'bravura' - sia per un effetto diretto dei genitori (i.e. conoscono l'editor della rivista) sia per un effetto indiretto (i.e. signalling del cognome).
  17. Lino Guerra Rispondi
    Mi chiedo se la ricerca abbia considerato "figli" solo coloro che hanno genitori nella stessa struttura (dipartimento, facoltà, ateneo, ecc.). In altre parole: quanti di quelli definiti "non figli" sono in realtà "figli" di professori che lavorano in altre strutture?
  18. Viva Zapota Rispondi
    I numeri a proposito dei "figli di" sono solo numeri (come si fa a giudicare un ricercatore? Ma ci sono tanti altri "numeri" che vi sfiderei a trovare e che vanno oltre il nepotismo dei cognomi: che dire ad esempio i dei "nipoti di", "i parenti di", "i figli di altri professionisti e politici a cui si concede la spintarella in cambio di" ...
    • Nicola Rispondi
      Il tema e giusto: la visione dei "figli di" e molto limitata perche bisognerebbe considerare anche i "nipoti" e cosí via. Personalmente, vorrei che si passasse dal dibattito sul "nepotismo" a quello di "clientelarismo" che mi pare piú adeguato per il caso delle universitá italiane, per quanto riconosca che questo complichi l'operazionalizzazione della ricerca. In ogni caso, contributo molto interessante.
  19. Rosario Nicoletti Rispondi
    Dopo dieci anni di demonizzazione dei professori universitari - dediti alle pratiche più losche - ecco un articolo controcorrente. Va reso onore agli autori, che sfidano impavidi l'imperante conformismo.
  20. Alessandro Rispondi
    Dico solo l'evidenza empirica dimostra anche che e' raro che sia il carro a spingere i buoi
    • alessandro figà talamanca Rispondi
      Anche in America esistono le "anti-nepotism rules", non scritte ma rigidamente applicate da tutte le maggiori università. Un tempo, fino ai primi anni settanta, si applicavano anche al coniuge. Poi i movimenti femministi hanno fatto notare che le regole discriminavano nei fatti la carriera delle donne. Ora non ci sono restrizioni nell'impiego dei coniugi, ma due parenti stretti non possono insegnare nella stessa università. Le scelte di assunzione e promozione sono altamente discrezionali, perciò non è sbagliato evitare conflitti di interesse. Fa bene quindi la legge a limitare la possibilità di impiego di parenti. Mi sembra che ben prima della legge questa regola fosse applicata dalla LUISS, ma non sono sicuro. E' ovvio che il figlio di un professore sia avvantaggiato dalle conoscenze apprese in casa, lo stesso succede per i figli dei magistrati e dei militari. Quello che si può e si deve evitare è una interferenza diretta. Comunque gli studi sul nepotismo universitario italiano hanno un difetto: manca un ragionevole gruppo di controllo (magistrati? militari? università straniere?).
      • Fabio Ferlazzo Rispondi
        Lo scorso anno è stato pubblicata replica allo studio di Alesina citato in cui mostriamo come in UK l'analisi sui cognomi condivisi dia lo stesso risultato che in Italia (Ferlazzo e Sdoia, 2012, Plos One).