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Chi ha firmato contro il Green pass?

L’appello dei docenti universitari “No al Green pass” ha ricevuto molta attenzione dai media, ma ha raccolto poche firme (solo il 6,6 per mille dei docenti). La disaggregazione per disciplina smentisce alcuni pregiudizi sui professori delle discipline umanistiche.

Alcuni docenti universitari hanno promosso un appello contro il certificato verde. Secondo i firmatari, il provvedimento è discriminatorio e introduce surrettiziamente l’obbligo vaccinale senza la piena assunzione di responsabilità da parte del governo.

Il testo, a parere di chi scrive, presenta diverse lacune e imprecisioni. Per esempio, non chiarisce perché il Green pass discrimini diversamente da quanto non faccia la patente di guida. Il motivo per cui è finito sotto i riflettori dei media è soprattutto legato alla presenza tra i firmatari di Alessandro Barbero, professore di storia medioevale noto per la sua attività di divulgatore.

La discussione si è così spostata dal merito dell’appello alle responsabilità dei firmatari. Stefano Feltri ha proposto di boicottarli, mentre Massimo Gramellini ha aspramente criticato i “docenti universitari che se ne stavano muti finché il Green pass colpiva i ristoratori, ma si sono improvvisamente svegliati […] appena la tempesta ha investito la loro piccola corporazione”. Piergiorgio Odifreddi ha ristretto l’attenzione sui professori delle discipline umanistiche “che hanno della verità un concetto relativo. […] Basta guardare l’appello […] per accorgersi cosa siano quasi tutti i firmatari: filosofi, letterati, linguisti, filologi, storici, giuristi, psicologi, sociologi, assistenti sociali, musicisti, designer, eccetera”. Maurizio Ferraris ha risposto che la filosofia e la storia non sono intrinsecamente relativiste e ha attribuito la prevalenza di umanisti fra i firmatari alla loro maggiore propensione ad “esporsi e testimoniare”.

Ma quanti docenti hanno effettivamente firmato l’appello? E quali caratteristiche hanno in relazione alla popolazione complessiva dei professori universitari di diverse discipline?

Per provare a rispondere, ho incrociato la lista dei firmatari (aggiornata all’11 settembre) con quella dei docenti delle università italiane (aggiornata al 31 dicembre 2020). Poco più della metà delle firme raccolte (374 su 721) corrisponde a nomi di professori o ricercatori in servizio presso atenei italiani. Le altre adesioni sono soprattutto di dottorandi, insegnanti dei conservatori e personale precario. Sul totale dei circa 56mila docenti in servizio, la quota di chi ha firmato è del 6,6 per mille. Se davvero rappresentano la corporazione dei professori universitari, l’insuccesso appare clamoroso.

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La disaggregazione per disciplina offre conferme e sorprese. I professori delle discipline umanistiche (aree 10 e 11 della classificazione ministeriale) sono il gruppo in assoluto più numeroso con 108 firme, ma non quelli con il più alto tasso di adesione: rappresentano infatti meno di un terzo del totale. Anche in questo caso, inoltre, si tratta di esigue minoranze: rispettivamente l’13,7 per mille dell’area 10 e il 9,8 per mille dell’area 11. Il gruppo che ha registrato il maggior tasso di adesione è quello di scienze politiche e sociologia (area 14) con il 16,1 per mille. In ultima posizione si trova invece l’area medica, con solo l’1,2 per mille sul totale.     

Contrariamente forse alle attese di Odifreddi (e alle mie!), le firme dei matematici sono più di quelle dei giuristi, sia in valore assoluto (37 contro 36), sia rispetto al totale dei docenti delle due aree disciplinari (11,8 contro 7,6 per mille).

Per concludere, l’appello dei docenti universitari contro il certificato verde, nonostante l’attenzione ricevuta sui media, non può essere considerato un successo. Il tasso di adesione di professori di diverse discipline, inoltre, sembra smentire alcuni pregiudizi su chi insegna e fa ricerca nelle discipline umanistiche.   

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13 commenti

  1. Henri Schmit

    Bravo! A giudicare dalla tabella e a supporre che il manifesto dei professori sia fondato su un errore concettuale, logico e giuridico (come pensa la stragrande maggioranza delle persone attente), allora le discipline politiche e matematiche sono più permeabili da argomentazioni fasulle che non quelle dei giuristi e dei medici, forse i veri scienziati? Per pregiudizio Odifreddi commette l’errore che secondo lui sarebbe tipico delle discipline umanistiche. Già per questo valeva la pena fare la verifica! Non sono colpevoli (da questo mio punto di vista) solo i vari Cacciari e Barbera, ma anche i De Nicola e simili che per provare l’evidenza tirano in ballo la loro ideologia (che forse sentono attaccata?). Posso sfogarmi? Quanta arroganza! Quanta ignoranza! Life da Locke è menzionato prima di liberty e property; la sicurezza figura in tutte le dichiarazioni settecentesche dei diritti accanto alla libertà e al l’uguaglianza (di cui è condizione); salus populi suprema lex esto!

  2. Maria Rossi

    Che il numero di firme sia irrisorio è evidente, ma va considerato che i docenti universitari sono una categoria poco propensa ad esporsi. Il fatto che abbia firmato solo lo 0,7% dei docenti non vuol dire che la sottoscrizione non sia condivisa da altri. Dovessi fare una stima, la stessa percentuale della popolazione in genere.

    • Mauro

      Ha perfettamente ragione: i contrari al green pass sono probabilmente di più dei firmatari. Ma questi ultimi sono stati il 7 per mille e non il 7 per cento.

      • Francesco

        “Se davvero rappresentano la corporazione dei professori universitari, l’insuccesso appare clamoroso.” Riporto questa frase perché voglio ragionare sul modo in cui si cerca di gettare fango e ridicolizzare delle istanze a mio modo di vedere ampiamente argomentate. Il punto non era creare delle corporazioni, ne tantomeno raccogliere migliaia di adesioni, ma l’obiettivo principale è quello di dare un autorevole contradditorio al dibattito Green Pass(dibattito che non c’è mai stato se non in rari casi). La narrazione mediatica non ha fatto altro che contrappore ai pareri favorevoli al Green Pass, il pensiero del più scemo della piazza, argomentando con “scie chimiche”, “Grafene”, “5G”. È ovvio che tale cosa era voluta dolosamente per fare pensare che i contrari alla certificazione fossero tutti degli analfabeti violenti, in modo da fare aderire parte del popolo all’opinione dettata dal governo, per non passare come lo scemo del villaggio. Eppure le argomentazioni contro il Green Pass sono molto serie e molto fondate, e grazie a questo appello, il messaggio è perlomeno passato e ora molti intelletuali stanno mano a mano trovando il coraggio per esporre pubblicamente queste opinioni e l’avversione contro questo modo di dividere il popolo sulla base di un QR Code. Mi dispiace che l’uniche critiche mosse dall’autore fossero riferite a questo presunto “insuccesso” e al fatto che “Il Green Pass è come la Patente di Guida”(che spero per lui che non l’abbia pensato veramente, ma detto solo per far capire al lettore la faziosità con cui ha scritto l’articolo). Del resto che dire, chi vivrà vedrà, ma ho la netta impressione che molti stiano diventando completamente acritici nei confronti dello Stato.

        • Mauro

          La frase: “Se davvero rappresentano la corporazione dei professori universitari, l’insuccesso appare clamoroso.” è legata alla citazione relativa all’articolo di Gramellini. L’articolo non “getta fango” su nessuno e non esprime giudizi sui firmatari dell’appello. Grazie per il suo commento.

  3. Gustavo Rinaldi

    Di appelli ne abbiamo visti tanti, di tutti i tipi. Ovviamente chi li firmava rappresentava percentuali assai modeste dell’universo cui apparteneva. Fà strano utilizzare questo metro per questo particolare appello, quando normalmente non lo si usa.

    • Mauro

      Comprendo la sua critica. La quota di firmatari sul totale dei docenti è effettivamente un indicatore che ha dei limiti. Primo fra tutti il fatto che alcuni docenti, pur essendo d’accordo con l’appello, possono aver deciso di non esporsi. Detto ciò, data la visibilità dell’appello e l’importanza della misura per chi lavora in università, credo che la quota di firmatari sul totale sia un indicatore importante.

  4. Andrea Lijoi

    Scorrendo l’elenco delle discipline e includendo tra i docenti del mondo scientifico, oltre ai matematici, anche geologi, fisici, veterinari e agronomi, ingegneri, chimici, statistici, biologi e forse anche medici, arriviamo alla somma di 202 docenti contro 172 “umanisti”. La risposta di Ferraris a Odifreddi è stata molto convincente, sia sul piano argomentativo che sostanziale, ma sarebbero bastate queste due cifre per smentire il matematico.

  5. Alberto

    Il tentativo di paragonare il green pass alla patente sembra escludere la possibilità della buona fede: la patente abilita a fare qualcosa che sarebbe proibito fare in sua assenza mentre il green pass è stato istituito per agevolare gli spostamenti, non per discriminare.
    Questo è apertamente escluso dal “considerando n. 16” e l’ipotesi che trattandosi di considerando potrebbe essere facoltativo, viene definitivamente cassata dall’art. 17 che ne dichiara la piena e diretta applicazione negli stati membri.
    Non solo il dettato dell’art. 17 consente al giudice la diretta ed automatica disapplicazione della normativa interna, senza nemmeno ricorrere alla Corte Costituzionale, ma potrebbe aprire ad una serie infinita di richieste di danni, creando ulteriore caos in una giustizia già inguaiata.
    Confermando di possedere il green pass, ma di non approvarlo, mi domando perchè i tanti intellettuali che esigono il green pass con aggressività talebana, riescano ad essere grossolani ed insofferenti come se fossero portatori di un nuovo vangelo. Le chiacchiere stanno a 0. La costituzione reclama una legge ordinaria per l’obbligo vaccinale ed il regolamento stabilisce che il vaccino non è obbligatorio. Se ne facciano una ragione, prima o poi qualche magistrato con la schiena dritta si troverà e questo patetico carosello di stupidaggini verrà fermato nonostante governanti e politici insistano a far finta di nulla. Ieri la TV citava il dantesco “Ahi serva Italia….” fu scritto nel 1300, quindi è da allora che questo povero Paese è governato in modo inappropriato, da persone che dovrebbero fare tutt’altro!

  6. Ambra

    Molti professori che lavorano in ambito universitario sono contrari ma hanno deciso di non esporsi, da quanto ne so. In parte per il fatto che la lettera in questione non è scritta benissimo e non tratta la questione in modo esauriente (come a dire: se voglio espormi lo faccio in modo da essere inappuntabile), ma soprattutto perché c’è un massacro mediatico e un mobbing interno davvero pesante sulla cosa.

    • Mauro

      Mi dispiace molto per quello che scrive. Qualsiasi persecuzione esercitata sul posto di lavoro è ovviamente da condannare. Soprattutto in un momento come questo in cui è necessaria la cooperazione di tutti.

  7. Eleonora

    Io a seguito di questa discussione nelle Università mi chiedo come sia possibile definire una misura (controllare il green pass per entrare alle lezioni) senza dare indicazioni e strumenti su una modalità attuativa coerente con il luogo di controllo.
    Io mi ricordo da studente le orde in ingresso alle ore 7.45 a Analisi1 per prendersi un posto in aula, la metropolitana di Milano all’ora di punta è meno affollata.
    Che uno sia a favore o meno. Come si pensa di operare le verifiche in tempo per permettere a 300 studenti di entrare in una stessa aula alla stessa ora? Sempre che la verifica seia per aula.
    E se saltano il controllore per poter seguire la lezione dall’inizio li denunciano per … eccessivo attaccamento allo studio?
    A me pare palese che i ragazzi continueranno a seguire da remoto per evitare di fare file infinite, non per evitare di mostrare il green pass.
    Ci vogliono modalita adeguate prima di lanciare certi provvedimenti secondo me.

    • Mauro

      Sono d’accordo con lei. E’ importante, prima di stabilire delle regole, avere un piano per farle rispettare. Per le università le cose sono forse persino più complicate che per la scuola, dato il numero degli studenti per aula e l’autonomia di ciascun ateneo. Da quello che vedo qui all’Università di Pisa, le cose stanno andando abastanza bene. Per i corsi offerti dal mio dipartimento, la media di studenti in presenza (rispetto agli iscritti) è di circa il 46%. Andrebbe confrontata con quella degli anni pre-covid sui quali non ho dati.

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