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Chi ha paura del vaccino?

Sono ancora molti gli italiani che esitano di fronte al vaccino anti-Covid. L’atteggiamento positivo verso una campagna vaccinale non può infatti essere dato per scontato. Va “coltivato” attraverso il dialogo tra scienza e società, istituzioni e cittadini.

Le ragioni dell’esitazione

Mentre la campagna procede, aumenta la quota di italiani propensi a sottoporsi alla vaccinazione contro Covid-19. Il Monitor continuativo promosso dal Centro di Ricerca EngageMinds HUB dell’Università Cattolica registrava a dicembre 2020 il 57 per cento di favorevoli – un dato già in sensibile aumento rispetto al 52 per cento della rilevazione di settembre 2020. A marzo 2021 si arriva al 62 per cento e il numero continua a crescere anche negli ultimi mesi. Per contro, calano sia coloro che si dichiarano esitanti di fronte alla prospettiva di assumere il vaccino (dal 27 per cento di dicembre 2020 al 18 per cento di marzo 2021), sia coloro che sono sostanzialmente contrari a farsi vaccinare (dal 16 al 13 per cento). E il dato delle tendenze psicologiche è in linea con quello reale della campagna vaccinale di questi giorni, che mostra un trend in crescita di coloro che hanno scelto di vaccinarsi.

Ciò non significa che dal punto di vista psicologico non ci siano ulteriori increspature tra i cittadini italiani. Specularmente al calo dell’esitanza vaccinale aumenta, infatti, la percentuale di chi ha paura degli effetti collaterali che la vaccinazione anti Covid-19 potrebbe comportare: sono il 37 per cento, in aumento del 7 per cento rispetto a maggio 2020. Una paura ulteriormente alimentata dai titoli sensazionalistici che ciclicamente paventano presunti effetti collaterali dovuti alle vaccinazioni. Il dato insomma è preoccupante: al di là delle dichiarazioni e dei comportamenti, sul piano psicologico crescono gli “impauriti”.

Risultato? Ancora oggi è evidente una sacca consistente di persone che si dichiaravano spaventate e fataliste sulla pandemia e mostrano scetticismo per i continui rallentamenti e ostacoli nel percorso vaccinale. In pratica, dunque, molti italiani si trovano ancora a fare i conti con una difficile equazione psicologica tra “costi” e “benefici” del vaccino. Si tratta di una bilancia decisionale tutt’altro che razionale, in cui le ragioni della scienza sembrano scontrarsi, o mischiarsi, con le valutazioni idiosincratiche e autobiografiche dei cittadini, le loro percezioni sociali, il passa parola.

Se ci si addentra nell’analisi dei dati sull’esitanza vaccinale in Italia, è evidente come le ragioni psicologiche alla base di questa posizione siano diverse.

È dunque doveroso andare oltre la mera conta di chi ha dubbi verso il vaccino. Si possono infatti ricostruire diversi profili psicologici di esitanza: al di là dei fattori demografici (genere, età, appartenenza geografica) e dello stato socio-economico, a fare la differenza sono la presenza di sintomi ansioso-depressivi (spesso indotti dalla pandemia e dal lockdown), il set valoriale delle persone (chi è più o meno altruista), l’orientamento politico e non ultimo il senso di auto-efficacia nella gestione della propria salute. Questi fattori psico-sociali si intrecciano nelle storie ed esperienze delle persone, tanto da far emergere diverse casistiche tra chi non sa ancora se vaccinarsi o no: da coloro che sono fatalisti e poco coinvolti nella prevenzione del virus, a coloro che sono scettici e sfiduciati verso il sistema sanitario e i suoi operatori; fino a coloro che, in preda a spunti più paranoici, temono che dietro al processo di sviluppo scientifico (veloce) dei vaccini ci siano conflitti di interesse. Ma ci sono anche coloro che sono più egoisti e individualisti nell’approccio alla salute e che pensano di non ricevere dal vaccino un vantaggio sufficiente a superarne il rischio.

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False credenze e sfiducia nella scienza

In più, il senso di grande incertezza in cui ci troviamo da diversi mesi fa da terreno fertile per il crescere di false credenze. Le teorie “complottiste” risultano così ipotesi esplicative più seduttive dei dati di ricerca reale, soprattutto quando la situazione in cui si vive appare complessa e fuori dal controllo personale. Di fatto si tratta di risposte semplici e parziali a domande complesse, che sono poi le stesse domande complesse che anche gli scienziati si pongono.

Vi sono poi fattori di personalità che ci rendono più facili vittime di queste credenze. Come abbiamo mostrato in una recente pubblicazione, è proprio la tendenza a una “mentalità calcolatrice”, al pensiero “cospirazionista” (cioè al cercare un colpevole in ogni evento e situazione) unitamente al bisogno psicologico di sentire tutto sotto controllo che – per assurdo – rendono le persone poco avvezze a ragionare sulle evidenze scientifiche (per scolarità o esperienza pregressa) a cadere preda di teorie semplicistiche.

Tra i fattori che spiegano l’esitazione verso i vaccini – come potevamo immaginarci – c’è anche la sfiducia nella scienza. Covid-19 è stato un “stress test” per la relazione scienza e società. Era già una relazione fragile, ma si è ulteriormente incrinata nei lunghi mesi di lotta contro la pandemia. Rispetto a marzo 2020 il livello di fiducia degli italiani nella scienza biomedica è diminuito di ben 14 punti percentuali (dal 79 per cento di chi dichiarava piena fiducia al 65 per cento), e questo atteggiamento è uno dei principali predittori dell’intenzione vaccinale delle persone.

Vi è poi un altro fattore psicologico che determina quanto le persone saranno inclini a vaccinarsi contro il Covid-19, ed è il livello di coinvolgimento attivo (engagement) nella gestione della propria salute: cioè quanto ci si sente responsabili della propria prevenzione e capaci di gestirla efficacemente, non solo rispetto all’emergenza Covid-19. È un dato importante perché ci fa riflettere su come una campagna vaccinale come quella contro il Covid-19 – dal punto di vista psico-sociale – affondi le basi nella più ampia cultura verso la salute dei cittadini, che in Italia è lacunosa e di cui finora non ci si è preoccupati un granché. E così le misure come il green pass, seppur ragionevoli, non appaiono altro che un “cerottino” per gestire la piaga dell’esitanza che riguarda in modo endemico lo scetticismo degli italiani verso il mondo delle vaccinazioni.

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La psicologia aiuta la comunicazione

E allora che fare? L’atteggiamento positivo verso una campagna vaccinale non può essere dato per scontato e va “coltivato” a partire da un modo nuovo di dialogo e di relazione tra scienza e società, tra istituzioni e cittadini, tra collettività e singoli. Per questo la comunicazione è un elemento cruciale nelle campagne vaccinali di massa, e in particolare nel caso del vaccino contro il Covid-19. La comunicazione da parte delle istituzioni sanitarie e del governo deve essere completa, autentica ma soprattutto deve saper parlare al cuore dei cittadini. La psicologia può dare un contributo importante in questo ambito. Perché prima di diffondere a gran voce i motivi a favore del nuovo vaccino bisogna mettersi in ascolto e comprendere le ragioni che alimentano le preoccupazioni e i dubbi delle persone: anche in una situazione di crisi è importante – prima di agire – creare tempo e spazio per la comprensione e il dialogo. Uno spazio in cui le istituzioni, gli operatori sanitari, i pianificatori della campagna vaccinale possano non solo “proporre” la loro soluzione, ma anche rispondere ai dubbi e alle paure che animano la pancia della popolazione. Questo spazio può essere costituito anche – semplicemente – dal canale metodologicamente strutturato di una ricerca psicosociale continuativa, che possa misurare il “sentiment” della popolazione e fare da “mediatore culturale” tra cittadini-utenti e tecnici-erogatori della campagna vaccinale. Solo una comunicazione calibrata e personalizzata sulla base della comprensione profonda dei motivi psicologici di esitanza può aiutare davvero le persone a sentirsi ascoltate e valorizzate come protagoniste nella lotta contro la pandemia in corso. E quindi sostenerne la motivazione alla vaccinazione.

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11 commenti

  1. Savino

    Prendere una decisione inconcepibile come il lockdown ha rovinato tutto all’interno della società, innescando una sorta di guerra civile. Io mi domando come è stato possibile per un decisore politico scambiare un problema sanitario (da risolvere con provvedimenti sanitari e organizzazione sanitaria) per un problema di ordine pubblico e applicare forme di sperimentazione sociale come quella di Milgram, caratterizzate da principi di stretta obbedienza, che convertono il cittadino in suddito. Come è possibile che il ministro del lockdown, della DAD, dello smart working e fautore di nuove disuguaglianze sociali (altro che articolo 1 e Liberi e Uguali come forza politica di appartenenza) sia ancora in piedi davanti alle telecamere a farci le prediche dopo aver creato questi disastri comunicativi? E’ chiara l’importanza di vaccinarsi , io sostengo l’obbligatorietà per legge, che non bisogna ritenere i vaccinati cittadini di serie b e che lo Stato avrebbe dovuto convocare tutti per sieri e scrrening, ma molto meno chiara è la gestione amministrativa della pandemia e quello che fa più rabbia è la mancata assunzione di responsabilità con dimissioni.

    • Giacomo

      Concordo in gran parte. E’ chiaro che le politiche attuate di fronte alla pandemia hanno minato la fiducia dei cittadini nei confronti degli “scienziati”, dei “medici” e dei “politici”, che non hanno esitato a dichiarare con assoluta certezza una cosa e poi, a distanza di giorni, l’opposto con altrettanta assoluta certezza. E, soprattutto, senza preoccuparsi di fornire delle scuse o, almeno, delle giustificazioni. In questo il ministero della salute è stato capofila, ma anche i cosiddetti scienziati che hanno fatto sparate al fine di acquisire visibilità a scapito di colleghi magari più preparati e più attenti alla sostanza che alla comunicazione.

  2. Luca Cigolini

    C’è una relazione tra il rifiuto del vaccino ed il grado d’istruzione?

    • Valentino Pellenghi

      la stessa correlazione inversa che c’è tra l’indice di mortalità e il grado di istruzione

    • Claudia

      NOO. Io non mi sono ancora vaccinata e NON sono contra il vaccino.
      Nel mio caso c’è un problema di ansia e stress.
      Ho avuto un luto poco tempo fa, molto importante e tu potrai pensare, cosa vuoi che sia? Tutti muoiono. Invece per me è morta l’unica persona che avevo nella mia vita e mi ha cresciuto ( Ci sono molti particolari dietro questa storia).
      Ho iniziato a soffrire di ansia e non riesco a vaccinarmi perché ho paura. Sicuramente non capirai, ma non siamo tutti uguali ed ognuno soffre le sue paure in modo diverso.
      Questo è il mio motivo personale.
      Ho un buon lavoro e una laurea, quindi non credo significhi che io sia ignorante, semplicemente soltanto il fatto di vedere un ago mi terrorizza.
      Poi sei libero di pensarla come vuoi, sono per il pensiero libero.

      • Ele

        Sto vivendo il tuo stesso problema e nonostante abbia cercato aiuto sia dal mio medico di famiglia che dal mio psichiatra non ho trovato l appoggio e la comprensione che speravo… Sentendomi così molto più sola e in balia dell’ansia… E non riuscendo a prendere una decisione il più sereno possibile… Ho paura che finirò con l impazzire. Perché ho paura sia del vaccino che di contrarre il covid. Non se ne esce. Comunque scelgo sbaglio

  3. Andrea Manelli

    Bella analisi. Aggiungerei che buona parte dello scetticismo è alimentata, in persone con scarsa cultura scientifica, non solo da siti farlocchi autoreferenziali, ma da medici che rinnegano la scienza, abbracciando, per evidenti interessi personali, discipline prive di fondamento scientifico, quali l’omeopatia, la naturopatia, la riflessologia e via dicendo…
    L’Ordine dei Medici dovrebbe intervenire con sanzioni e radiazioni. Non è più accettabile questa confusione di ruoli e subdola perniciosa disinformazione.

    • Gessica

      Peggio che in “1984 “!
      Perché non chiediamo l’istituzione di una Psicopolizia? visto mai che qualche pensiero rivoluzionario possa prendere piede

  4. Odoacre Maria

    Purtroppo nel mio caso la paura è verso un solo effetto collaterale, che temo tanto quanto prendere il virus stesso, ovvero l’insorgenza o il peggioramento dell’acufene. Posso accettare dolori di ossa, al braccio, di testa, ecc, ma l’acufene è un sintomo che una volta che viene non se ne va più, ed io, che già ce l’ho, ed è terribile, ho una paura folle nel vaccinarmi.

  5. Stefano

    Credo che l’articolo abbia centrato il tema dei questo ultimo periodo connotato dalla pandemia sanitaria da Covid-19. Il tema della corretta comunicazione, che sia utile a fornire un’adeguata informazione al cittadino utente sui costi e benefici della campagna di vaccinazione, svela il problema centrale che ha caratterizzato la gestione della pandemia da parte di istituzioni e scienza. Più dei problemi logistici, delle strategie operative, ciò che ha fallito in questi mesi è stata la comunicazione spesso contraddittoria. La comunicazione di questo periodo si è caratterizzata per essere stata costante, spesso eccessiva, ma anche e soprattutto incapace di fornire una informazione adeguata ed univoca in grado di fornire elementi utili a consentire scelte consapevoli.

    • roberto milano

      Dai commenti che si leggono, emerge che molti hanno confuso il piano sostanziale della gestione di un evento imprevisto, sconosciuto e di portata planetaria, di competenza dei decisori pubblici e il ruolo dei massmedia, spinti dall’esigenza di sfruttare le notizie in modo esasperato, insistente spesso in modo cinico e confuso.

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