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Verso una politica monetaria più green

Nell’ambito del nuovo corso appena inaugurato, la Bce ha annunciato l’impegno a includere nelle proprie scelte strategiche considerazioni sui cambiamenti climatici. Ma come e perché una banca centrale dovrebbe occuparsi di sostenibilità ambientale?

Il rischio climatico come rischio finanziario

Affrontare il cambiamento climatico è una sfida globale e una priorità politica. Incentivare la riduzione delle emissioni di CO2 e potenziare l’adattamento ai cambiamenti climatici rientra in primo luogo nelle responsabilità dei governi nazionali che possono agire adottando regolamenti per limitare le attività a maggiore impatto ambientale e introducendo sistemi per dare un prezzo alle emissioni di gas nocivi oppure incentivi agli investimenti sostenibili. Tuttavia, i rischi legati ai cambiamenti climatici hanno effetti anche sulle azioni delle banche centrali. Per meglio comprendere questo punto, è bene distinguere tra le due responsabilità che la maggior parte delle banche centrali (inclusa la Bce) assumono: la vigilanza e regolamentazione degli intermediari finanziari da un lato e l’attuazione della politica monetaria per garantire la stabilità dei prezzi dall’altro.

Relativamente alla funzione di vigilanza, diversi studi dimostrano che i rischi climatici dovrebbero essere ormai una parte importante della valutazione del rischio finanziario. Secondo Brunnermeier e Landau (2020) gli stress test e – nell’area dell’euro – i processi interni di valutazione dell’adeguatezza patrimoniale (Icaap) dovrebbero tenere in considerazione gli scenari climatici che hanno un evidente impatto sulla valutazione delle attività e delle passività a lungo termine (pensiamo ai danni causati da eventi meteorologici sempre più estremi, come quelli che hanno recentemente colpito la Germania, oppure agli effetti delle regolamentazioni nazionali e comunitarie). L’effetto feedback è chiaro: se le istituzioni private stimano ex ante l’impatto delle future politiche climatiche, esse saranno più resilienti quando verranno effettivamente prese misure regolamentari in tale ambito. A sua volta, una maggiore preparazione del settore privato può rendere più facile e politicamente fattibile l’adozione delle politiche necessarie e di conseguenza le autorità di vigilanza (in primis le banche centrali) avranno la possibilità di stimare con più facilità gli interventi di risanamento al verificarsi di eventi di rischio climatico e l’impatto delle politiche ambientali stesse. Per questo motivo, la Bce dal 2022 inizierà a condurre anche prove di stress climatico.

L’intensità di carbonio nel portafoglio

Riguardo alla stabilità dei prezzi, il dibattito economico ruota attorno a un quesito: le banche centrali dovrebbero continuare ad accettare come collaterale obbligazioni e prestiti bancari di società che presentano parametri di inquinamento elevati come attività o garanzie, o dovrebbero ridurli?

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Nei programmi di allentamento quantitativo, le banche centrali acquistano obbligazioni societarie in proporzione alla disponibilità sul mercato. Le società con elevate emissioni di CO2, come quelle del settore petrolifero o le case automobilistiche, sono in genere a più alta intensità di capitale ed emettono più obbligazioni societarie. Acquistando asset proporzionali al mercato, il portafoglio di attivi delle banche centrali si sbilancia verso società carbon intensive rispetto a società green. Nel caso della Bce, l’intensità di carbonio (emissioni di carbonio divise per le vendite) del portafoglio di obbligazioni societarie al 2020 era del 57 per cento superiore all’intensità di carbonio media delle società attive in Ue e il suo portafoglio di politica monetaria deteneva relativamente più titoli dei settori maggiormente inquinanti, come si nota nel grafico. 

Il Green Deal della Commissione europea ha l’obiettivo di ridurre le emissioni di carbonio di almeno il 55 per cento entro il 2030. Di conseguenza, dato che il mandato legale della Bce prevede di “sostenere le politiche generali dell’Ue, fatta salva la stabilità dei prezzi”, si comprende l’importanza di una politica monetaria che supporti le politiche climatiche dell’Ue. In più, dato che una banca centrale è responsabile della stabilità dei prezzi e che l’evidenza empirica dimostra che il cambiamento climatico impatta sull’inflazione futura (per esempio per l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari a causa della siccità), la politica monetaria dovrebbe essere impostata per prevenire potenziali pressioni inflazionistiche generate da fattori climatici.

Il nuovo corso

Per questo motivo, la Bce terrà conto dei rischi climatici più rilevanti nelle sue procedure di due diligence per gli acquisti di attività del settore societario nei suoi portafogli di politica monetaria, adeguando il quadro che guida l’allocazione degli acquisti di obbligazioni societarie in linea con il suo mandato. Tali criteri prevedono che la Bce selezioni emittenti di obbligazioni che, attraverso metriche specifiche o obiettivi aziendali, dimostrino che le loro attività sono allineate con la legislazione ambientale dell’Ue, la quale a sua volta recepisce le regole dell’accordo di Parigi. Tuttavia, la Bce nel definire i propri acquisti di obbligazioni considererà solo gli indicatori di rischio climatico e non invece la carbon footprint o la double materiality. Un’altra mancanza nella ridefinizione della strategia degli acquisti è l’esclusione dall’approccio sostenibile della Bce delle operazioni di rifinanziamento a lungo termine, che avrebbero potuto incentivare le banche all’erogazione di credito green.

In più, la revisione della strategia prevede che la Bce si adoperi per creare modelli che aiutino a implementare la politica monetaria tenendo conto del cambiamento climatico. A prima vista si tratta di due aspetti che non interagiscono, in quanto la politica monetaria agisce nel medio termine mentre il cambiamento climatico nel lungo. Tuttavia, quest’ultimo è un fattore strutturale nella determinazione dell’output potenziale e del tasso di interesse naturale. È quindi bene evidenziare che l’inclusione dei rischi legati al clima nelle valutazioni di stabilità del sistema finanziario e nella determinazione di alcune variabili aggregate non è una rivoluzione radicale nella strategia della Bce ma un affinamento, da un punto di vista analitico, di quella esistente.

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Oggi, quindi, le banche centrali affrontano due tendenze: un impatto sempre più evidente ed oneroso dei cambiamenti climatici e un’accelerazione della transizione politica. Entrambe le tendenze hanno implicazioni macroeconomiche e finanziarie, con conseguenze per l’obiettivo di stabilità dei prezzi e per le altre aree di competenza – tra cui la stabilità finanziaria e la vigilanza bancaria – nonché per il bilancio dell’Eurosistema (nel caso della Bce). È ovvio che le banche centrali non possono affrontare questo problema da sole ma, come disse Mark Carney quasi sei anni fa da governatore della Banca d’Inghilterra, “una volta che il cambiamento climatico diventa un problema determinante per la stabilità finanziaria, potrebbe già essere troppo tardi”.

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Ma qualcuno pensa alle assunzioni?

  1. Stefano Scarabelli

    In sintesi: la Banca Centrale Europea non riesce, a suo dire, a centrare l’obiettivo di inflazione da parecchi anni (quello che dovrebbe costituire la sua expertise) e dovrebbe, invece, essere in grado di calcolare le conseguenze finanziarie di un asserito cambiamento climatico di lunghissimo periodo. Per il sottoscritto si tratta di un’ulteriore scusa per espandere i poteri di un’istituzione con labile legittimazione democratica.
    Per quanto riguarda la ripartizione degli acquisti: le società di servizi vivono sono una monade separata dal resto del pianeta oppure i loro dipendenti vanno in ufficio in macchina, i loro clienti magari sono le stesse società che producono direttamente le emissioni e via discorrendo…?
    La soluzione più ovvia sarebbe cessare del tutto l’acquisto dei corporate bond, che ha francamente basi legali piuttosto fragili.

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