Il social cost of carbon quantifica i danni globali futuri provocati da un’unità addizionale di gas serra rilasciata nell’atmosfera. Un indicatore molto utile, quindi, per misurare gli effetti delle politiche climatiche. Il Pnrr va nella giusta direzione.

Con il fine esplicito di contrastare il cambiamento climatico, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) ha destinato un ammontare di risorse senza precedenti – circa 85 miliardi – a misure che favoriscano la transizione ecologica. Gli interventi saranno molteplici e toccheranno molte aree, dagli investimenti per grandi impianti eolici ai bonus per l’efficientamento energetico degli edifici, dallo sviluppo dell’idrogeno alle infrastrutture per la mobilità sostenibile, fino allo smaltimento dei rifiuti.

Uno strumento importante di valutazione

Nel valutare questi interventi non bisogna tanto considerare il lungo orizzonte temporale su cui essi potranno produrre i benefici attesi, quanto utilizzare metriche che ne determinino efficacia ed economicità. Un indicatore adatto a questo scopo è il cosiddetto social cost of carbon (Scc), definito come il valore in euro attualizzato al presente dei danni globali futuri provocati da un’unità addizionale di gas serra rilasciata nell’atmosfera in un dato anno. Questi danni riguardano moltissimi aspetti: la salute umana, le rese agricole, la produttività dei lavoratori, le infrastrutture, gli ecosistemi e la biodiversità. Stimando con metodi scientifici i potenziali danni, il Scc fornisce un’indicazione di quale sia il beneficio dell’abbattimento di un’unità di gas serra (non solo l’anidride carbonica, ma anche altri quali metano e ossido di diazoto).

Come utilizzarlo dunque per valutare le politiche climatiche? Essendo espresso in euro, il Scc è direttamente confrontabile con il costo di abbattimento per unità di gas serra delle misure proposte, definito come il suo costo (in euro) diviso per il numero di tonnellate di gas serra evitate a causa di tale misura (un confronto che può essere realizzato ex ante attraverso un modello oppure ex post attraverso un’analisi econometrica controfattuale). Porre in essere interventi con un costo unitario di abbattimento maggiore del Scc equivale a investire nella riduzione delle emissioni un ammontare maggiore del danno sociale che creano. In altre parole, il Scc fornisce un tetto ai costi che la società dovrebbe essere disposta a sostenere per contenere il cambiamento climatico. Adottare misure troppo costose rispetto ai benefici significherebbe trascurare opportunità d’intervento alternative in altri campi importanti, come l’istruzione o la salute.

Lungi dall’essere una misura che scoraggia la lotta al cambiamento climatico, il Scc consente di focalizzarsi sugli interventi che, in base agli studi esistenti, sono convenienti ed efficaci e quindi massimizzano il risultato in termini di abbattimento per data spesa. Il Scc non è confinato al dibattito accademico ma è stato adottato come criterio di scelta da alcuni governi (per esempio Germania e Stati Uniti) per la valutazione delle politiche climatiche. Poiché molte di queste politiche richiedono un investimento iniziale a fronte di una graduale riduzione di emissioni future (si pensi per esempio agli interventi di efficientamento energetico degli edifici), il Scc adottato da questi governi non è calcolato solo in riferimento alle emissioni abbattute oggi, ma anche in ogni anno fino al 2050.

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L’applicazione pratica

Nonostante la validità del principio teorico, la quantificazione del Scc è complessa a causa di numerose questioni metodologiche che al momento generano notevole incertezza statistica attorno alle sue stime. In particolare è necessario misurare tre componenti: (1) l’effetto delle emissioni sulle variabili climatiche future (per esempio temperatura, precipitazioni, eventi estremi); (2) la stima dei danni globali che tali variabili climatiche porteranno negli anni a venire; (3) la scelta di un tasso di sconto per attualizzare i danni futuri al presente. Su ognuno di questi tre elementi esiste un’ampia letteratura interdisciplinare su cui non ci soffermiamo in questo articolo. Al fine di calcolare il Scc, questi fattori (insieme ad altri) vengono solitamente combinati in modelli economico-climatici chiamati Integrated Assesment Models (IAMs), anche se esistono approcci alternativi: l’elicitazione dei pareri degli esperti attraverso surveys, oppure approcci empirici basati sulle più recenti stime dei danni globali. Per farsi un’idea della variabilità delle stime, le linee guida più recenti dell’Interagency Working Group dell’Amministrazione Biden raccomandano l’utilizzo di un SCC compreso tra 14 e 152 dollari per tonnellata di CO2 emessa nel 2020, e fra 32 e 260 dollari per tonnellata di CO2 emessa nel 2050.

Tale incertezza statistica non preclude un uso pratico del Scc. Per esempio, alcune politiche implementate in passato nei paesi sviluppati avrebbero un costo di riduzione delle emissioni che supera perfino le stime del Scc più elevate, mentre altre presentano un rapporto costi benefici favorevole anche in presenza di Scc molto contenuti.

Il Scc potrebbe trovare applicazione pratica nella valutazione dell’European Emission Trading Scheme (Ets), il più grande mercato al mondo per lo scambio delle quote di emissione di CO2 introdotto in Europa nel 2005. Per ogni tonnellata di CO2 emessa, lo schema impone alle imprese l’acquisto di un certo numero di certificati, il cui prezzo è determinato sul mercato in base alla domanda e all’offerta (quest’ultima regolata dalla Commissione europea allo scopo di ridurre le emissioni complessive). Il prezzo di equilibrio nel mercato dei permessi corrisponde al costo marginale di abbattimento di una tonnellata di CO2. Pertanto un confronto fra tale prezzo e il Scc può fornire indicazioni su quanto sia stringente la regolamentazione. Il prezzo dei permessi Ets, per esempio, è per lungo tempo stato inferiore alla maggior parte delle stime di Scc, suggerendo dunque che sarebbe stato più efficiente ridurre il numero di quote disponibili sul mercato, al fine di rendere il prezzo più alto.

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I limiti

Il Scc deve essere utilizzato in maniera consapevole, avendo bene in mente i limiti del modello usato per stimarlo. Una criticità appare particolarmente rilevante: a oggi molti modelli non catturano la possibilità del verificarsi di alcune catastrofi ambientali con effetti sistemici e irreversibili, come per esempio il collasso della corrente del Golfo. La probabilità che tali eventi si verifichino è molto bassa, ma vista l’entità delle conseguenze occorre essere conservativi nella scelta di un Scc: selezionare un valore troppo alto risulterebbe “semplicemente” in un’allocazione subottimale delle risorse disponibili, ma selezionarne uno troppo basso potrebbe risultare invece in una catastrofe ambientale.

I limiti pratici del Scc hanno indotto alcuni paesi ad adottare criteri alternativi per la valutazione dell’impatto climatico delle proprie politiche. Francia e Regno Unito, per esempio, usano un approccio più semplice, che consiste nel selezionare il pacchetto di misure che minimizza il costo di abbattimento medio, dato un obiettivo di riduzione dei gas serra. Questo approccio, astraendo dalla quantificazione dei danni del cambiamento climatico, risulta più semplice da implementare ma non fornisce un’indicazione circa il limite oltre il quale la scelta di abbattere le emissioni diventa “antieconomica”.

Indipendentemente dall’approccio scelto, dal nostro punto di vista è importante che le politiche climatiche proposte siano sempre corredate da stime dei costi previsti e delle riduzioni attese delle emissioni di gas serra. Questo consentirebbe alla comunità scientifica e ai cittadini di valutare l’economicità delle varie misure, utilizzando un approccio basato sul Scc o una metodologia alternativa. Il Pnrr va in questa direzione, anche se l’impatto atteso sulle emissioni non è esplicitato per tutte le misure. L’importanza dei costi di abbattimento sembra essere condivisa dalla Commissione europea, che nelle sue linee guida ne raccomanda la pubblicazione all’interno dei vari piani nazionali di ripresa e resilienza.

* Le idee e le opinioni espresse sono da attribuire esclusivamente agli autori e non coinvolgono la responsabilità dell’Istituto di appartenenza.

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