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Disoccupazione e carenza di personale, lo strano caso Usa

Ad aprile, il mercato del lavoro americano è cresciuto meno del previsto. Eppure, sempre più imprenditori lamentano mancanza di personale disposto a lavorare. Questa apparente contraddizione si spiega con le difficoltà di aggiustamento dell’economia.

I dati di aprile

I dati sull’andamento del mercato del lavoro ad aprile 2021 non si sono rivelati buoni come gli Stati Uniti si aspettavano. Dopo una forte crescita a marzo (+916 mila occupati rispetto a febbraio, poi rivisti a +770 mila), molti analisti avevano previsto un aumento di circa un milione di posti di lavoro ad aprile e alcuni si erano addirittura azzardati a stimare una crescita di due milioni di unità. Secondo il bollettino mensile uscito il 7 maggio, però, i nuovi occupati ad aprile sono stati solo 266 mila.

La ripresa è comunque proseguita in questi ultimi mesi, andando in parte a coprire la perdita di oltre venti milioni di posti di lavoro avvenuta ad aprile 2020. Nonostante il recupero di oltre 14 milioni di occupati rispetto a un anno fa, continuano a mancarne all’appello circa 8,2 milioni rispetto a febbraio 2020, mese in cui si raggiunse un livello record per l’occupazione americana.

La crescita contenuta di aprile è stata guidata soprattutto dai settori dell’ospitalità e del turismo, in cui sono state assunte 331 mila persone, con almeno la metà che hanno trovato lavoro all’interno di bar e ristoranti. La buona performance di questi settori è stata compensata dalla perdita occupazionale di altri, in particolare quello manifatturiero (-18 mila occupati), quello della logistica e dei trasporti (-74 mila) e quello dei servizi professionali alle imprese (-79 mila). Il recupero delle attività turistiche e di ospitalità è stato causato soprattutto dalle campagne di riapertura portate avanti da molti stati dato il buon andamento della campagna vaccinale. Nonostante la ripresa, il settore rimane il più colpito dalla crisi pandemica, con 2,8 milioni di occupati in meno rispetto a febbraio 2020, più di un quarto della perdita occupazionale totale.

I dati, però, hanno anche mostrato qualche tendenza positiva: il tasso di partecipazione al mercato del lavoro è salito al 61,7 per cento, 0,2 punti percentuali in più rispetto a marzo, anche se ancora 1,6 punti percentuali al di sotto del 63,3 di febbraio 2020. È migliorata anche la situazione per gli underemployed, ossia gli occupati che lavorano meno ore di quanto vorrebbero oppure ricoprono mansioni al di sotto delle proprie competenze. La quota di lavoratori di questo tipo è calata dal 10,7 al 10,4 per cento. Entrambe queste tendenze mostrano un ritorno al dinamismo per l’economia, anche se in maniera meno rapida di quanto i policy-maker sperassero.

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È complicato provare a capire quali siano i fattori che hanno portato a questo rallentamento della crescita occupazionale, e probabilmente sarà necessario aspettare almeno i dati del mese prossimo per avere un quadro più completo. Possiamo però dire che uno dei motivi più rilevanti è sicuramente l’incertezza riguardo l’evoluzione dell’epidemia. È vero che la campagna vaccinale è andata avanti velocemente, ma nel paese continuano a registrarsi circa 700 morti al giorno. Dopo aver vaccinato la maggior parte delle persone disposte a farlo, inoltre, gli Stati Uniti si troveranno presto ad affrontare il problema di coloro che sono ancora scettici nei confronti del vaccino, circa un quarto della popolazione.

Tutta colpa dei sussidi?

Una delle cause del fenomeno che viene più discussa negli ultimi giorni è quella dell’abbondanza di aiuti governativi: moltissimi datori di lavoro stanno lamentando difficoltà nel reperire addetti per le proprie imprese, in particolare nel settore dei servizi a contatto con il pubblico, e incolpano la presenza di generosi aiuti economici per i disoccupati. Uno dei più diffusi è l’assegno di 300 dollari a settimana offerto dal governo a seguito dell’approvazione di uno dei numerosi pacchetti federali di aiuti. Secondo i datori di lavoro, un beneficio economico così elevato aumenterebbe il salario di riserva dei lavoratori, spingendoli a restare a casa ricevendo 1.200 dollari al mese piuttosto che lavorare per cifre simili. Questa ipotesi, però, sembra in parte essere smentita dall’aumento del tasso di partecipazione al lavoro. Le associazioni per la tutela dei lavoratori, inoltre, lamentano salari troppo bassi: secondo un studio portato a termine da One Fair Wage e dal Food Labor Research Center dell’università di Berkeley, il 76 per cento degli impiegati nel settore della ristorazione che ha lasciato il proprio lavoro durante la pandemia lo ha fatto a causa dei salari troppo bassi. Il problema non sarebbe quindi la mancanza di volontà da parte dei disoccupati, ma la mancanza di offerte di lavoro ragionevoli. Proprio alla luce dell’incertezza sull’evoluzione futura dell’epidemia, però, i datori di lavoro sono molto restii ad aumentare i salari in questo periodo.

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Ci sono poi moltissime altre ragioni per cui le persone non starebbero tornando al lavoro in questo momento. Resta per esempio il tema dell’aumento dei carichi familiari. Molti genitori, in particolare le madri, sono costretti a rimanere a casa per occuparsi dei figli perché le scuole sono chiuse oppure hanno orari ridotti. Non a caso, anche negli Usa sono le donne ad aver pagato maggiormente il prezzo della crisi in termini occupazionali. Le prestazioni fuori dal comune del mercato finanziario, inoltre, potrebbero aver spinto molti lavoratori anziani ad anticipare la pensione, fenomeno non poco diffuso in un paese in cui oltre metà delle famiglie detiene azioni. Occorre anche considerare la paura per il contagio: sempre secondo lo studio condotto da One Fair Wage e dall’Università di Berkley, il 55 per cento di chi ha lasciato il proprio lavoro nella ristorazione durante la pandemia cita la paura di ammalarsi tra i fattori di scelta. Infine, rimane il problema fondamentale del mismatching delle competenze, per cui molti imprenditori non sono in grado di trovare lavoratori con abilità adeguate a ricoprire la posizione offerta.

L’apparente incoerenza tra un’occupazione ben al di sotto del suo livello potenziale e una carenza straordinaria di lavoratori negli Stati Uniti, quindi, non può essere ancora del tutto chiarita. Possiamo però in buona parte ricondurla alle difficoltà di aggiustamento di un’economia che, seppur dinamica, si sta riprendendo forse fin troppo rapidamente dalla più grave crisi dal secondo dopoguerra.

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Il Punto

  1. Renato Fioretti

    Che i datori di lavoro, negli Usa come ovunque nel mondo, siano sempre restii ad aumentare i salari non è una novità. Il loro motto sarà sempre: “Lavora, alle mie condizioni, o muori di fame!” Negli Usa è presente la stessa situazione che, secondo Pietro Ichino, si ritroverebbe anche nel nostro Paese: alta disoccupazione e contemporanea vasta disponibilità di posti di lavoro. La sensazione è che la spiegazione, senza sforzarsi troppo in elucubrazioni sociologiche, credo sia sin troppo semplice da intuire. Non c’è mancanza di volontà da parte dei lavoratori, né – come strumentalmente sostiene Ichino, per l’Italia – difficoltà d’incontro tra domanda e offerta. Così come non rappresentano un motivo di rifiuto del lavoro gli scarsi contributi statali corrisposti in caso di disoccupazione; in Italia come negli Usa. Questo lo conferma – in modo indiretto – anche lo studio effettuato da One Fair Wage e dal Food Labor Research Center. La cruda realtà, senza bisogno di ricercarne altre, è che l’offerta di lavoro langue laddove i datori di lavoro offrono salari troppo bassi. Tanto bassi dall’avere già prodotto un esercito di working-poor.

    • Solo

      Pienamente d’accordo con lei, aggiungerei che la scarsa concorrenza con mercati oligopolistici e monopolistici, politiche volte a favorire la concentrazione aziendale, l’eccessiva concentrazione della ricchezza in generale, unite ad una scarsa tutela democratica del più debole portano sempre agli stessi risultati

  2. Firmin

    Un noto detto popolare dice che si lavora fondamentalmente per due motivi che possiamo indicare senza scadere nella volgarità come il denaro e la gratificazione personale. Se manca quest’ultima motivazione non c’è salario che possa compensarla. Tra un lavoretto dequalificato e precario, anche ben pagato, ed un sussidio di disoccupazione, pur con tutto il suo carico di stigma sociale, è probabile che prevalga il secondo. Non si tratta si sostituire tempo libero e lavoro, come nei modelli scolastici, ma piuttosto di scegliere tra diversi gradi di considerazione sociale e di soddisfazione personale, come avevano intuito anche i primi psicologi del lavoro come Maslow. Perfino una banca preferisce fare credito a chi ha solo un sussidio (ma stabile e sicuro) piuttosto che a un rider. E lo stesso vale per qualsiasi landlord. Forse il gap tra domanda (potenziale) di lavoro e offerta andrebbe colmato con prospettive e condizioni di vita decenti più che con il semplice salario (temporaneo e insicuro).

  3. zipperle

    Le motivazioni addotte per spiegare questa sorpresa sono tutte plausibili, ma solo col senno di poi sapremo quali funzionano e quali no. Io ne aggiungo una più prosaica: nell’ultimo anno i fattori di destagionalizzazione (perché il dato di cui parla l’autore è destagionalizzato) sono saltati in forza delle grosse variazioni indotte dal lockdown prima e dalle riaperture poi. Se si prende il dato grezzo ad aprile l’occupazione non agricola cresce di poco più di 1 milione di unità, come a marzo e a febbraio e allora la visione del mercato del lavoro cambia.

  4. Giampiero

    Come dire botte piena e moglie ubriaca . Il tasso di partecipazione al lavoro deve sostenere le ambizioni di una cosiddetta “espansione epocale”. Se non si supera ampiamente quello pre pandemia tutto, comprese le commofity, finira’ in una bolla destinata a scoppiare. Credo che i democratoci, in questo contesto non siano gli attori piu’ appropriati.

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