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  1. GOSSNER JOHANN Rispondi
    Si licenzia perchè non c'è lavoro per le imprese. Non si assume perchè i contratti di lavoro italiani sono eccessivamente vincolanti e rigidi. Cambiamo il concetto di giusta causa; rendiamolo meno aleatorio e soggetto alla libera interpretazione del giudice in sede di contenzioso giudiziario; Cosa vuol dire licenziamento per giusta causa ? Non sarebbe meglio adottare il sistema inglese dove non esiste un concetto così vago ma il licenziamento è basato su parametri oggettivi: ad esempio, 3 richiami sulla stessa manchevolezza individuale nell'arco di 6 o 12 mesi. Al terzo richiamo scatta il licenziamento e la giusta causa può essere provata dall'impresa davanti al giudice basandosi su parametri oggettivi stabiliti dalla norma. Consentiamo che alcuni aspetti del contratto di lavoro, ad esempio la durata del periodo di prova, possa essere contrattata tra le parti con un periodo massimo pari, ad esempio al 20 % della durata del contratto. Inseriamo il contratto di prova nel ns. ordinamento; ciò permetterebbe alle aziende di conoscere meglio la persona prima della Sua assunzione definitiva. Insomma rendiamo più fluidi e commerciali i rapporti di lavoro, favorendo la responsabilizzazione del lavoratore e del datore di lavoro. Il lavoratore rimane comunque tutelato, soprattutto dalla sua professionalità e capacità di essere un valore per l'impresa. L'impresa non licenzierà mai un lavoratore valido che rispetta la propria mansione. Abbassiamo anche il peso del cuneo fiscale sul costo del lavoro, ridistribuendolo a favore di un aumento delle buste paghe, portando l'aliquota di tassazione minima dal 23% al 15%. Poche cose di buon senso che vanno incontro alle esigenze di imprese e lavoratori..... Lo Stato, preoccupato solo della propria cassa, vorrà concedere all'economia la libertà di cui necessita ?
  2. alberto lanza Rispondi
    La riforma fornero tra i suoi principali obiettivi dichiarati aveva quello di arginare il ricorso a contratti di lavoro precarizzanti utilizzati, spesso, in modo elusivo; i dati confermano che l’obiettivo, in parte, era legittimo. Certo l’assenza di un processo di stabilizzazione, da raggiungersi magari attraverso l’introduzione di un contratto unico o prevalente a tutele crescenti, è il grande assente della riforma ma si sapeva e si sa. La criminalizzazione della riforma del lavoro (non mi riferisco certamente all’autore dell’articolo) va, comunque, respinta anche in considerazione della consapevolezza che, pur in un momento di grande crisi, un’autentica ripresa del mercato del lavoro non possa auspicarsi attraverso il ritorno a formule contrattuali (contratti parasubordinati in luogo di genuini rapporti di lavoro subordinato, contratti intermittenti usati indiscriminatamente in modalità non discontinua) più precarie che autenticamente flessibili in grado, semmai, di migliorare qualche valore statistico ma certamente non la struttura del mercato del lavoro e la vita delle persone.
  3. merco Rispondi
    Se non sbaglio il modello difference-in-differences richiede che i due campioni siano ex-ante uguali, altrimenti potrebbe esserci qualche altra variabile omessa che determina il risultato in aggiunta o sostituzione della riforma Fornero.
  4. iskander Rispondi
    Cercare di ridurre il cosiddetto "precariato" scoraggiando e rendendo più costose le forme contrattuali atipiche non poteva che avere questo effetto. A questo punto, però, una domanda sorge spontanea: perchè le riforme proposte da Boeri-Garibaldi e Pietro Ichino dovrebbero produrre effetti diversi? Anche con queste riforme mi aspetterei una stretta sulle assunzioni.
  5. Dan Marinos Rispondi
    Non mi è chiaro perché l'analisi non tiene conto anche delle variazioni tra il secondo semestre 2011 e il primo del 2012 (per esempio si noterebbe un incremento del 9% di entrambe le categorie d'assunzione, un crollo dei licenziamenti individuali e un lievissimo aumento di quelli collettivi).
  6. Enrico Vento Rispondi
    Il fatto che siano diminuite le assunzioni è già molto grave. E questa è la realtà. In questa situazione di crisi grave e di incertezza, pochi possono permettersi di assumere un lavoratore a tempo indeterminato, visto che poi licenziarlo in caso di mancanza di lavoro è difficile o costoso quanto prima. In questa fase congiunturale è invece facile pensare che un'azienda che non è in grave crisi, e quindi non ha in programma la riduzione del personale, potrebbe avere bisogno di inserire personale per fare fronte ad aumenti temporanei della produzione o per altre ragioni, che non permettono però un'assunzione stabile. Tuttavia i vari legacci e legacciuoli delle norme, resi ancora più intricati e difficili dalla Fornero, spesso non ti permettono di farlo nella pratica. Questo è gravissimo, in un momento in cui una maggiore mobilità consentirebbe comunque ai lavoratori di trovare sistemazioni temporanee. Inoltre sembra assurdo ma è difficile trovare sbocchi di formazione per riqualificare il personale in Cig. Spesso i bandi di formazione sono incompatibili con la CIG. Assurdo.
  7. Mario Riccio Rispondi
    Non si può sapere se la riforma ha avuto effetti positivi sui contratti non parasubordinati e l'effetto negativo complessivo non sia dovuto solo alla crisi. Inoltre per sapere gli effetti della riforma basandosi su quanto avvenuto su insiemi disomogenei bisognerebbe avere dei dati su quanto avvenuto a quegli aggregati (piccolo-grande e individuale-collettivo) in periodi simili a quello in esame e correggere i risultati di conseguenza.
  8. Ugo Pellegri Rispondi
    Se non sbaglio il lavoro parasubordinato è stato inventato ed utilizzato, spesso anche in maniera scorretta, per modellare le risorse ai carichi di lavoro. Sembra quindi logico pensare, che in presenza di crisi, anche i contratti parasubordinati diminiuscano in quanto, per loro natura, la diminuzione è sostitutiva di licenziamenti. Perchè allora dare responsabilità alla legge Fornero, che con tutti i limiti per i quali partiti e sindacati hanno contribuito non poco, il cui fine era proprio quello di ostacolare gli abusi?
  9. Imma Rispondi
    Il problema della mancanza di dati appropriati è cruciale e comprendo le considerazioni in merito al rilascio dei dati da parte del Ministero del Lavoro. Detto questo, ho due considerazioni: 1) anche se fossero disponibili i dati sui licenziamenti per le imprese sopra e sotto i 15 dipendenti, non sarebbe semplice isolare l’effetto della riforma Fornero dato che la recessione come sappiamo ha colpito in misura diversa le imprese piccole-medie-grandi. 2) a mio parere in queste tabelle non c’è alcuna evidenza empirica di una relazione tra licenziamenti/assunzioni e riforma Fornero. Dal lato dei licenziamenti il fatto che sono aumentati del 50% quelli collettivi potrebbe essere dovuto al fatto che hanno “chiuso i battenti” tante imprese (e in Veneto ce lo aspettiamo). Mentre l’aumento dei licenziamenti individuali, anche se minore rispetto a quelli del tipo2, potrebbe dipendere completamente dalla riforma Fornero. Lo stesso vale per le assunzioni, chi ci dice che la maggiore diminuzione delle assunzioni di tipo1 non rispecchi una maggiore crisi di quei settori che utilizzano maggiormente queste tipologie di contratti?
  10. Umberto Carraro Rispondi
    la riforma fornero è stata condizionata da CGIL e da PD. Dopo anni di prediche contro l'elasticità nel mercato del lavoro cioè contro la precarietà, il ritorno a livelli di maggiore rigidità non poteva generare altro che minor lavoro: meno precari e più disoccupati. I giovani ringraziano.
  11. Max Rispondi
    Le conclusioni sono piu' o meno basate sull'assunto (implicito) che la crisi abbia un eguale impatto sui licenziamenti individuali e su quelli collettivi, e che quindi un eventuale andamento differenziale tra licenziamenti individuali e collettivi sia esclusivamente (o prevalentemente) attribuibile alla riforma. Varrebbe la pena di mostrare che l'assunzione e' verosimile guardando ai dati relativi a precedenti periodi di crisi/recessione -in cui non c'era la riforma Fornero - verificando che la dinamica dei licenziamenti individuali e collettivi è stata la stessa (guardare solo al 2011 non credo sia sufficiente, anche perché le grandi imprese potrebbero semplicemente aver posticipato alcuni licenziamenti dal 2011 al 2012 grazie agli ammortizzatori, a differenza delle piccole). Presa sul serio, da un'analisi DDD sui dati grezzi (assunzione: la differenza nei trend tra licenziamenti individuali e collettivi pre-riforma è quella che avremmo dovuto osservare in assenza di riforma nel periodo post-riforma) dovremmo concludere che l'effetto della riforma Fornero è stato quello di ridurre i licenziamenti individuali di -28.45 punti percentuali =(20.28-11.32)-(49.20-11.79). Se considerassimo invece un'analisi DD basata solo sui licenziamenti individuali, concluderemmo che l'effetto della riforma Fornero e' stato (Lic_II_sem_2012-Lic_I_sem_2012)-(Lic_I_sem_2011-Lic_II_sem_2011)=20.28-11.32=+8.96 ovvero un aumento dei licenziamenti, ipotizzando che il trend pre-riforma Fornero nei licenziamenti individuali sarebbe stato anche quello osservato nel 2012 in assenza della suddetta riforma. Anche queste assunzioni sono ovviamente criticabili. Ma in generale diverse assunzioni portano a diverse conclusioni, servirebbero forse piu' dati ed un approfondimento analitico per esprimere un giudizio sulla riforma.
  12. antonio fasanella Rispondi
    L'articolo non tiene conto del fatto che è mutato notevolmente il regime sanzionatorio dei licenziamenti collettivi, soprattutto per le violazioni delle relative procedure (che statisticamente sono le più rilevanti): art. 1 co. 46 l. Fornero. Le conclusioni che se ne traggono devono dunque essere adeguatamente ponderate sulla base di tali modifiche.
  13. fabio pigni Rispondi
    I licenziamenti collettivi sono circa un decimo dei licenziamenti individuali: il dato è poco signficatvo per trarre qualsiasi conclusione in rapporto alla rifoma Fornero