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  1. Gianmarco Rispondi
    Della voce.info apprezzo che viene dato spazio a questa posizione come a quella di Beria-Ponti. Ho partecipato al "dibattito pubblico" di Genova del 2009 con una mia posizione critica sull'opera in questione. Uno degli argomenti a favore era il "costo del non fare", in termini appunto di tempo. Il proponente (non Clerici-Garzella ma un'approssimativa istituzione locale) aveva sovrastimato il costo del solo tempo di un fattore 10. E poi non si teneva in conto, come si continua a non fare, il problema idrogeologico, di risorse idriche, di degrado ambientale, deprezzamento immobiliare ecc. Infine si continuava a dire che la Liguria e' sotto-infrastrutturata, quando, dati alla mano, non e' vero. Peccato che ogni volta che si portano questi argomenti in discussione si e' regolarmente tacciati di voler restare all'eta' della pietra. Nessuno mette in dubbio che le infrastrutture servano: la prima sicuro, la seconda anche, ma la decima forse meno. Saluti
  2. Marco Marletta Rispondi
    E' ben strano che fra le infrastrutture non sia menzionata la banda larga e l'accesso generalizzato alla fibra ottica residenziale
  3. Mario Sebastiani Rispondi
    Le considerazioni contenute nell’articolo sono per forza di cose molto schematiche ed è da ritenere che i rapporti citati da esso offrano più argomentate e analitiche evidenze. L’approccio seguito si basa sull’analisi economica costi-benefici, vale a dire sull'esclusiva valutazione di “redditività sociale” degli investimenti per la collettività nel suo insieme, non per l’investitore. E’ da ritenere anche che la selezione dei progetti da realizzare si basi sul confronto fra diverse alternative di investimento, non solo all’interno di un singolo settore (ferrovie o porti?) ma anche fra settori diversi (rende più alla collettività investire in ferrovie o in oleodotti?). In questo senso mi lascia qualche perplessità la costruzione del costo totale netto del non fare (stimato in 474 miliardi di euro nel quinquennio 2012-2017) come mera sommatoria di quello dei singoli progetti. Magari, vincoli finanziari o ambientali potrebbero indurre a scegliere, almeno come priorità cronologica, alcuni di essi e non altri. Tanto più che, l’articolo precisa che valutazioni di redditività per l’investitore sono estranee all'approccio seguito, da cui segue che non è dato sapere in quale proporzione gli investimenti potrebbero essere finanziati con fondi privati. Al di là di questo, il punto di fondo che non traspare è che la capacità infrastrutturale (perché di questo stiamo parlando) non è fatta solo di ferro e cemento, ma anche di tecnologie e di organizzazione. A titolo di esempio (estensibile a quasi tutti i settori), la capacità di un porto dipende sì dai mq di banchine e di piazzali, ma questa può essere moltiplicata se si accorciano i tempi di imbarco, sbarco e di carico delle merci su treni o camion (i porti italiani non sono competitivi perché questi tempi sono un multiplo di quelli richiesti nei grandi porti del nord Europa). Investire in innovazione tecnologica e in organizzazione richiede meno tempo, costa molto meno, non danneggia l’ambiente e ha ricadute a largo raggio. Mi auguro che questi aspetti, di cui non vedo traccia nell’articolo, siano adeguatamente affrontati nei rapporti del Cnf. Mario Sebastiani
  4. Filippo D'Arcangelo Rispondi
    http://www.lavoce.info/analisi-economica-costi-non-fare/
  5. Pietro Spirito Rispondi
    Intendevo Grilli, Enzo Grilli, da non confondere con l'attuale Ministro del tesoro.
  6. Pietro Spirito Rispondi
    Verrebbe voglia di lanciare un Osservatorio sui costi del fare, considerati i molteplici danni che sono stati provocati, alla finanza pubblica ed alla competitività economica, da decisioni scellerate che hanno condotto a realizzare non infrequentemente opere inutili, iniezioni di cemento che hanno ingrassato i costruttori ed impoverito gli Italiani. Verrebbe voglia poi di realizzare un Osservatorio sui costi giusti del fare, per misurare in modo geometrico gli extracosti che si determinano nel nostro Paese nella realizzazione delle infrastrutture rispetto a realtà comparabili. Verrebbe voglia di realizzare ancora un Osservatorio sui costi del fare tardi, per misurare l'esasperante lentezza con la quale si realizzano gli investimenti e le opere pubbliche. Verrebbe voglia infine di realizzare un Osservatorio sui costi del fare male, per valutare gli impatti di decisioni che hanno imbottito di cemento il territorio ed impoverito di tecnologie che invece sarebbero state strategiche per migliorare le performances dei servizi erogati. Sull'Osservatorio dei costi del non fare, metodologicamente ricordo che è prassi, nell'analisi costi benefici, partire dalla valutazione di ciò che accadrebbe non realizzando l'infrastruttura che viene valutata. Già, l'analisi costi benefici. Quando c'era il FIO si tentò di introdurla come strumento di valutazione. Eravamo negli anni Ottanta del secolo scorso. Si dimise il sottosegretario Grillo