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Se l’elettore non confessa il voto

I sondaggi non hanno “previsto” il boom del M5S alle ultime elezioni perché era difficile inquadrarlo in uno scenario, proprio per i suoi elementi di peculiarità e novità. Ma probabilmente anche perché gli elettori dell’area di centrosinistra erano riluttanti a dichiarare l’intenzione di votarlo.
PREVISIONI E STRUMENTI DI INDAGINE
C’è una frase celebre, divenuta ancora più famosa all’indomani delle elezioni politiche del 24 e 25 febbraio 2013, dopo l’ufficializzazione degli esiti del voto: “Fare previsioni è difficile, specialmente se riguardano il futuro”, affermazione attribuita al premio Nobel danese Nils Bohr.
Il clamore suscitato intorno ai sondaggi elettorali, in occasione di queste elezioni, sembra risiedere principalmente in una scorretta interpretazione della funzione a cui tali strumenti assolvono, nonché in un uso improprio del concetto di “previsioni”. I sondaggi elettorali sono strumenti di conoscenza e indagine, creati con lo scopo di studiare scientificamente gli “scenari possibili”, unendo informazioni di carattere demografico, psicologico e sociologico. È bene quindi precisare che il ruolo dei ricercatori non è assimilabile a quello delle “cassandre”, ma consiste nell’utilizzare strumenti statistici per analizzare le possibili evoluzioni di una situazione reale o di una specifica configurazione di eventi.
Euromedia Research, in particolare, nello svolgere ricerche elettorali, pianifica un percorso di studio finalizzato a delineare gli scenari sociali e politici a partire da una configurazione di fattori: l’affluenza, le disposizioni verso specifici personaggi o programmi politici, le reazioni a determinati episodi o eventi e, infine, le intenzioni di voto. Tali aspetti sono indagati anche in termini comparativi, con rilevazioni ripetute entro un arco di tempo definito dagli scopi dell’indagine, nonché confrontati con precedenti serie storiche a disposizione.
Il caso specifico delle ultime elezioni ha visto configurarsi, nell’ambito di una campagna elettorale complessa e “compressa” nei tempi e nei metodi, uno schieramento di forze di vecchia, di nuova e di nuovissima impostazione: accanto ai partiti tradizionali, sono comparse formazioni figlie del Governo tecnico e movimenti “civili” connotati più sul piano più ideologico che politico. Tutto ciò in un contesto di crisi politica e valoriale (oltre che economica) dominata dall’allontanamento tra i cittadini e i loro rappresentanti politici.
UN M5S SENZA STORIA
In questo sistema così articolato, gli istituti di ricerca (chi più, chi meno) hanno saputo intravvedere lo spettro dell’ingovernabilità, segnalando sin dalle prime rilevazioni la presenza silenziosa ma incombente del Movimento 5 Stelle, un Pd forte del traino mediatico generato con le primarie e un Pdl rinvigorito da un leader tornato in prima linea con uno spirito agguerrito e grintoso.
A urne chiuse, con i risultati alla mano, Euromedia Research ha potuto constatare di aver delineato, nei suoi sondaggi pre-elettorali (che, ricordiamo, si differenziano sia concettualmente sia metodologicamente da exit poll e instant poll), scenari molto simili a quelli restituiti dagli esiti effettivi del voto. Il margine di errore nelle nostre rilevazioni pre-elettorali non è mai stato superiore allo 0,5 per cento per ogni partito in gioco, a eccezione di un unico fenomeno, difficile da inquadrare in uno scenario, dati gli elementi di peculiarità e novità di cui era pregno: si tratta dello “tsunami” del Movimento 5 Stelle, relativamente al quale le rilevazioni registravano uno scostamento del +5,0 per cento (a favore del Pd) e -5,0 per cento (a scapito del M5S) rispetto agli effettivi esiti del voto.
Un’analisi a posteriori, effettuata sul trend dei dati rilevati da Euromedia Research, mette in evidenza che circa due settimane prima del voto era possibile intravvedere timidi segnali di una sorta di “ammiccamento” di una parte degli elettori di area Pd verso l’area grillina. Si tratta tuttavia di una valutazione riguardante uno scenario ipotizzato sulla base di una configurazione di fattori, di cui le vere e proprie intenzioni di voto rappresentano solo un elemento parziale e non ancorabile ad alcun precedente.
Una delle rilevazioni effettuate in tempo di par condicio, a circa dieci giorni dal voto, ha evidenziato che il 29,5 per cento degli elettori di centrosinistra giudicava positivamente un’eventuale presenza del M5S in Parlamento. Questa quota grossolana di elettori rappresenta, in termini di voto, circa il 10 per cento (circa 4 milioni di elettori sull’affluenza stimata, al momento della rilevazione); assegnando questo 10 per cento al risultato ottenuto dal Movimento 5 Stelle nella stessa rilevazione, in termini di valori assoluti, si ottiene un dato molto vicino al risultato ottenuto alle elezioni politiche del 24 e 25 febbraio: 25,5 per cento alle elezioni politiche e 26,7 per cento secondo quest’analisi).
Premettendo che si tratta di una valutazione fatta a posteriori (siamo quindi nell’ambito del “senno di poi”), oggi, un simile dato potrebbe essere interpretato come un possibile sintomo di quella sindrome che avrebbe determinato una migrazione di voti dal Pd al M5S. In altri termini, è possibile sostenere che i sondaggi hanno saputo cogliere i sintomi del potenziale impatto rivoluzionario che il Movimento 5 Stelle serbava nel suo ventre, ma si trattava pur sempre di considerazioni non quantificabili che, fino alla fine, hanno continuato a non trovare una conferma statisticamente significativa, nei numeri legati alle intenzioni di voto. A questo proposito è fondamentale considerare la mancanza di un “ancoraggio storico” per il M5S: un fattore che ha in un certo senso “amputato” le valutazioni dei sondaggi, che si avvalgono abitualmente di algoritmi costruiti sulle serie storiche, per stimare in modo più completo il “tipico” comportamento di voto degli elettori.
IL DILEMMA DEGLI ELETTORI DI SINISTRA
In ultima analisi occorre valutare un altro fenomeno. Il fatto che il massiccio spostamento di consensi dal Pd al M5S non sia stato previsto nei sondaggi potrebbe essere legato, in parte, anche a una forma di timore reverenziale o atteggiamento “omertoso” da parte degli intervistati di area Pd a “confessare” l’intenzione di votare per il movimento di Beppe Grillo. Il voto di centrosinistra è notoriamente un voto connotato da una forte appartenenza e fedeltà storica: se si considera quindi la psicologia di questi elettori, è possibile ipotizzare che si sia venuta a creare una sorta di “pudore” nel dichiarare nel corso di un’intervista telefonica o via web (Euromedia Research utilizza metodologie integrate) l’intenzione di dare il proprio consenso a una nuova forza politica, tradendo così la propria appartenenza storica. Si tratta di un fenomeno che numerosi precedenti storici ci hanno insegnato a tenere in elevata considerazione, nell’analizzare il comportamento di voto degli elettori del centrodestra, e in particolare del Pdl.
Tale fenomeno, tuttavia, è del tutto nuovo per gli elettori di area Pd, soprattutto perché determinato dall’affacciarsi sulla scena politica di una realtà priva di punti di riferimento precedenti e priva di connotazioni politiche certe, capaci di inquadrarla nella profilazione di uno scenario. Ancora una volta emerge il ruolo chiave giocato dall’assoluta novità del Movimento 5 Stelle e della sua mancanza di ancoraggi storici a cui fare riferimento nello studio degli scenari possibili.
Giorgio Gaber diceva “la verità non passa attraverso il bel canto pulito, ma attraverso una emozione che non si deve affinare”: è possibile che l’etichetta di populismo e antipolitica attribuita a Grillo e al suo Movimento abbia fatto arricciare il naso agli snob e ai puristi della politica tradizionale, tuttavia, nell’elettorato, ha prevalso un concetto di anti-elitarietà che ha scosso in modo viscerale spiriti e coscienze di tanti cittadini desiderosi di un autentico cambiamento del sistema.

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La solitudine del sondaggista

  1. FDG

    Analisi dei flussi di voto (SWG) attribuiscono allo spostamento dal PD al M5S un peso di circa un milione di voti (1.6 milioni dal PDL).

  2. Alessandro Soresini

    buoni spunti. critico solo l’affermazione: “il voto del PD è notoriamente connotato da fedeltà storica”. la storia del PD come fusione di DS e Margherita è davvero breve (meno di 7 anni) e i risultati non così stabili come potrebbe fa pensare la parola ‘fedeltà’. nel 2006 con l’Unione per il sindaco il PD prende il 22%, nel 2011 il PD con Pisapia prende il 28%, risultato simile a quello delle elezioni nazionali 2013 nella circoscrizione di Milano. forse Ghisleri potrebbe spiegare meglio che cosa intendeva esprimere e come la sua affermazione si traduca nel suo modello di previsioni.

  3. Raffaele Zenti

    Se i sondaggi vengono analizzati in aggregato, con le opportune metodologie statistiche per consolidare l’informazione (ad esempio quelle Bayesiane), viene fuori un quadro abbastanza chiaro. Per esempio, in http://it.adviseonly.com/blog/politica-societa/elezioni-2013-ultimo-aggiornamento-scenari-politici-italiani i trend relativi a M5S, PD e PDL erano delineati. Se si considera il periodo “di vuoto” della par condicio, direi che il quadro era abbastanza chiaro. Magari non si vedereva l’uccellino, ma l’elefante sì…

  4. Kentuky

    Il PD ha perso, rispetto alle scorse politiche, circa tre milioni di voti. Il PDL ne ha persi ben sei milioni. Non credo che i quasi nove milioni di voti presi dal M5S provengano principalmente da sinistra.

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