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Debiti della Pa, il diavolo sta nei dettagli

La decisione di pagare alle imprese parte dei debiti accumulati dalle amministrazioni pubbliche potrebbe rappresentare la più grande manovra di rilancio dell’economia italiana attuata negli ultimi decenni. A patto che si tenga conto di alcuni elementi, decisivi per l’efficacia del provvedimento.
LE PRIORITÀ DI PAGAMENTO
Il Governo ha deciso di pagare in due anni 40 dei 91 miliardi di debiti accumulati dalle amministrazioni pubbliche verso i propri fornitori (secondo le stime più recenti di Banca d’Italia). Ottimo. Ma restano imprecisati alcuni importati dettagli di quella che potrebbe essere la più grande manovra di rilancio dell’economia attuata negli ultimi decenni. Guardiamo con attenzione quali sono questi dettagli poiché da essi dipenderà molto dell’efficacia del provvedimento.
Non sono ancora chiare le priorità con le quali verranno pagati i diversi fornitori. In mancanza di regole precise, c’è il rischio che gli enti pubblici attuino scelte discrezionali o dirottino i fondi verso altri scopi ritenuti più urgenti. In Spagna, ad esempio, lo Stato ha deciso di pagare direttamente i fornitori (incluse le banche) in maniera trasparente, proprio per evitare questi problemi. La questione è particolarmente rilevante poiché molti fornitori consci dei ritardi endemici di alcune amministrazioni hanno incorporato nei prezzi di vendita i ritardi. È importante allora che le fatture più vetuste vengano pagate per prime al fine di non fare indebiti regali.
La contrapposizione banche/imprese come destinatarie dei fondi risponde più a pressioni populistiche che a una logica economica. In particolare, non pagare gli istituti di credito o farlo con ritardo rispetto alle imprese è un grave errore. In molte cessioni pro-soluto il rischio finanziario di ritardato pagamento rimane a carico delle imprese, mentre le banche si accollano solo i rischi di controparte. Se le banche non vengono pagate, le linee di credito a disposizione delle aziende si ridurranno giacché il collaterale nelle loro mani sarà di qualità inferiore, dunque danneggiando le stesse imprese. In più, il provvedimento è contrario allo spirito della normativa sulla certificazione dei crediti, approvato solo pochi mesi orsono, che aveva appunto l’obiettivo di rendere più bancabili i crediti verso la Pa.
UNA MANOVRA STRUTTURALE
Per quanto aggravati dalla crisi e dalle politiche di controllo estremo sulla spesa introdotte negli ultimi due anni, i ritardi nei pagamenti della Pa non rappresentano un fatto nuovo, soprattutto nella sanità, dove si annidano oltre la metà di tutti i debiti commerciali. (1) Questo ha generato numerosi effetti perversi: ha portato a un aumento della spesa e dell’indebitamento, perché i fornitori, anticipando i ritardi, hanno aumentato i prezzi praticati alla Pa; ha distorto l’intera supply chain, perché i ritardi si propagano dal dettaglio a tutti i livelli; ha indebolito la struttura finanziaria delle imprese, aumentato la domanda di credito e ridotto la capacità di investimento. (2)
I benefici su reddito e occupazione attesi dal Governo e da Confindustria dipendono dal fatto che la manovra sia strutturale, cioè che a seguito delle misure decise, la pubblica amministrazione non solo possa saldare i debiti pregressi, ma sia nelle condizioni di pagare puntualmente anche quelli futuri. (3) Questo richiede che l’intervento venga accompagnato da severi piani di rientro delle amministrazione pubbliche e da meccanismi che evitino comportamenti di azzardo morale per il futuro, comprese sanzioni efficaci per gli amministratori disonesti.
Nel varare la manovra, il Governo dovrebbe quindi domandarsi perché i debiti commerciali si siano formati in passato e come evitare che si riformino in futuro. In parte, i debiti dipendono da regole assurde imposte agli enti territoriali (quali il doppio vincolo su cassa e competenza per gli enti locali dei patti di stabilità interna), che devono essere rimosse. In parte, però, dipendono da regole contabili poco trasparenti, soprattutto nel caso delle Regioni, che applicano ancora una forma di “federalismo contabile” che rende illeggibili e non confrontabili i loro bilanci, oltreché da scarsi controlli che hanno consentito il formarsi di impegni di spesa fuori bilancio e dall’assenza di sanzioni efficaci. (4) Su tutto questo esiste già un’imponente produzione legislativa: basta cominciare ad applicare le leggi. (5)
Infine, lo Stato dovrebbe sviluppare e rafforzare forme di amministrazione controllata nei confronti degli enti locali che avessero più difficoltà ad avviare un’operazione di pulizia contabile, senza limitarsi, così come fa adesso, a intervenire solo ex post, in presenza di situazioni di conclamata bancarotta. In molti casi, riportare a un equilibrio strutturale le amministrazioni locali, significa affrontare problemi di mobilità dell’impiego pubblico, che gli enti locali non sono in grado di trattare da soli. La disciplina del “pre-dissesto”, introdotta dal Governo Monti con la legge 213/2012, va nella giusta direzione e andrebbe estesa anche alle Regioni e alla sanità.
 
(1) Secondo le stime di European Payment Index, i ritardi medi nei pagamenti della Pa sono passati dai 59 giorni del 2009 ai circa 100 attuali.
(2) Per i rapporti fra crescita delle imprese e crediti commerciali si veda: A. Ferrando and K. Mulier  (2012) “Do Firms Use the Trade Credit Channel to Manage Growth?” ECB Working Paper Series N. 15.
(3) Come ha sottolineato Daniele Franco, direttore centrale della Banca d’Italia, nella sua audizione gli effetti macroeconomici della manovra dipenderanno in maniera cruciale, dalle “modalità con cui i rimborsi si ripartiranno fra le imprese creditrici, dalle specifiche condizioni di ciascuna di esse, dagli effetti sulle aspettative delle imprese e dei mercati finanziari”.
(4) Sul “federalismo contabile” si veda Stefano Pozzoli, “Lo Stato di salute delle Regioni”. Pozzoli stima in 20 miliardi il disavanzo corrente e in 9 miliardi il disavanzo patrimoniale delle Regioni.
(5) Le leggi di riforma già approvate su contabilità (legge 196/2009 e il successivo decreto legislativo 118/2011), sui controlli da parte della Corte dei conti (legge 213/2012), e sulle sanzioni su politici e amministratori locali (decreto “premi e sanzioni”).

Leggi anche:  Bilancio dello stato nel 2020, il peso della pandemia

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19 commenti

  1. Condivido tutto dell’articolo, ma mi rimane un dubbio: siamo certi che i soldi finalmente dati alle imprese resteranno nell’economia reale e non andranno a ingrossare i patrimoni personali in Svizzera, Liechtenstein, etc.? conoscendo i vizi italiani, non bisognerebbe vincolarne l’utilizzo a fini prioritari (es: pagamento stipendi e debiti scaduti) e vietarne o dare priorità più bassa ad altri utilizzi (es: rimborso soci)?

  2. Condivido tutto dell’articolo, ma mi rimane un dubbio: siamo sicuri che i soldi finalmente pagati resteranno davvero nell’economia reale e non andranno ad ingrossare i patrimoni personali in Svizzera, Liechtenstein, etc.? Conoscendo i nostri vizi, non bisognerebbe vincolarne l’utilizzo principale ad alcuni scopi (es: pagamento stipendi o debiti scaduti) vietando o consentendo una priorità più bassa ad altre destinazioni (es: rimborso soci)?

    • Credo siamo arrivati all’assurdo di confondere pagamenti e finanziamenti.
      Stiamo parlando di controparti economiche dovute per prestazioni eseguite mesi (anni) fa. Secondo il Suo ragionamento sarebbe legittimo, per esempio, vincolare una quota del Suo stipendio all’acquisto di beni prodotti in Italia? Il principio è il medesimo.
      Chi riceve un pagamento dovuto, non un finanziamento o una donazione, deve avere la libertà di disporne come e quando vuole.

      • Così dovrebbe essere, ma il Paese si è impantanato, i soldi non ci sono più e abbiamo dovuto martellare ovunque si è potuto, dalle pensioni agli esodati, dall’Imu all’Iva, etc. Sincerarsi che i soldi DOVUTI vengano messi a disposizione conciliando utilità individuale e utilità sociale non mi sembra improprio. Del resto, il tema è che le aziende non ce la fanno più, percio non è sbagliato richiedere che restino nelle aziende e nell’economia.

  3. Fabio Eboli

    C’è poi il problema di come e dove reperire le risorse …. oggi si parla sui quotidiani di un aumento dell’addizionale Irpef che, insieme agli aumenti IVA, acconto IMU e Tares (la scelta ai 10 saggi), avrebbe un ulteriore incentivo negativo sui consumi. Non sarebbe il caso di pensare “seriamente” a compensare questi debiti attraverso l’annullamento/riduzione delle prossime tasse da versare da parte delle imprese? Mi sembra la soluzione più innocua e socialmente fattibile (le imprese non avrebbero immediata liquidità ma le banche dovrebbero essere meglio predisposte a concedere crediti).

  4. Luigi Di Porto

    Ho una domanda per gli esperti.
    Il debito verso i fornitori è una posta del passivo, così come lo sono i debiti verso i finanziatori, come i titoli di stato. Coprire i debiti verso i fornitori con titoli è quindi un’operazione che non intacca il conto economico e neppure lo stato patrimoniale, non essendo altro che lo spostamento di una cifra da una posta all’altra del passivo dello stato patrimoniale.
    La domanda è: dove sta il problema, perché si dovrebbero imporre nuove tasse?
    Mi sfugge qualcosa?

    • Maurizio Cocucci

      Da una parte lei ha ragione, si tratta sempre di un debito, ma i debiti della Pubblica Amministrazione verso i ‘privati’ non rientrano nel conteggio del debito pubblico ufficiale, è una sorta di debito fuori bilancio in un certo senso. Quindi se per pagarlo si ricorresse all’emissione di titoli del debito allora rientrerebbe in questo conteggio con tutti i vincoli imposti dal Patto di Stabilità, mentre aumentando le tasse questo non avverrebbe.

      • Luigi Di Porto

        Se ho capito bene lo stato può spremere i fornitori e i cittadini, mentre non può farlo con i suoi finanziatori.
        Mi sembra che vengano ignorati non solo il buon senso e la giustizia ma anche le regole base della partita doppia.
        Forse quello che ci serve veramente è un bravo ragioniere.

  5. Federico

    Buongiorno, analisi condivisibile e puntuale. Ma non si tocca ancora il nodo cruciale: 1) tetto alla spesa 2) razionalizzazione della spesa inefficiente Carlo Stagnaro, inter alia, direttore ricerche e studi dell’IBL: ha dichiarato “ Allineando la nostra spesa a quella tedesca, introducendo incentivi che migliorino la qualità dei servizi pubblici e riducendo il debito attraverso una forte politica di privatizzazioni, potremmo risparmiare su base annua 50-60 miliardi di euro, sufficienti ad abolire l’Irap (che ha un gettito pari a 33 miliardi) e tagliare l’Irpef del 10-15%”.

  6. renato

    a me sembra che si stia perdendo troppo tempo. tutti i dubbi sono legittimi ma la gente e’ in difficolta’, alcune aziende pure , pero’ da qualche parte si DEVE iniziare. ‘e necessario fare tesoro dell’esperienza che stiamo vivendo ma non vedo nessun tecnico che proponga uno scadenziario possibile di interventi.

    • Renato, sono assolutamente d’accordo, ma credo che si possa fare in fretta senza per questo commettere ingenuità: se fra un po’ di mesi ci accorgessimo che soldi nell’economia reale non ne sono arrivati (abbastanza), sarebbe un ben magro bottino. Se poi si vuol sempre ritardare – vedi anche il rinvio del Consiglio dei Ministri di oggi – non è certo per quello di cui stiamo discutendo noi.

  7. AM

    I prezzi fatti dalle imprese alla PA inglobano usualmente anche una quota di interessi, dati i ritardi normalmente previsti nei pagamenti. Nel Sud poi agli interessi a tassi da usura si unisce anche un premio per i rischi connessi ai pagamenti. Il risultato è una lievitazione dei prezzi applicati. In questi casi, se non si rispetta un ordine cronologico, può accadere che le imprese che hanno fatto le forniture in tempi relativamente recenti beneficino di un immeritato guadagno extra

  8. Dr. Zanigatti Alfredo

    Bell’articolo, però gli forse gli autori si riferiscono a cessione “pro solvendo” e non a “pro soluto” se ho ben interpretato il ragionamento. Solo in questo caso infatti il rischio finanziario rimane a carico delle imprese, ovvero i soggetti cedenti, alleggerendo del rischio invece agli acquirenti o soggetti cessionari, ovvero le banche. Giusto?

  9. Federico

    Prof. Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi IBL: “Allineando la nostra [vostra NDR io sono fuggito] spesa a quella tedesca, introducendo incentivi che migliorino la qualità dei servizi pubblici e riducendo il debito attraverso una forte politica di privatizzazioni, potremmo risparmiare su base annua 50-60 miliardi di euro, sufficienti ad abolire l’Irap (che ha un gettito pari a 33 miliardi) e tagliare l’Irpef del 10-15%. Naturalmente, occorre anche chiedersi quante delle attività oggi svolte dal settore pubblico debbano cessare:…”. Ecco i TEMI da AFFRONTARE. oltre alla commistione politica/economia (v. Zingales). good luck Italy A.D. MMXIII – D.- C.

  10. Manshoon

    Io comincerei dai crediti più bassui, non da quelli più vecchi.
    La ragione è una sola: penalizzare chi più ha lucrato sulle forniture alla PA è un formidabile incentivo all’efficienza (ho lavorato per fare un “buon prezzo”? Vengo pagato prima).

  11. Amedeo

    Cari Rony e Massimo,
    vi chiederei un chiarimento rispetto al seguente passaggio del vostro articolo:
    “In molte cessioni pro-soluto il rischio finanziario di ritardato pagamento rimane a carico delle imprese, mentre le banche si accollano solo i rischi di controparte. Se le banche non vengono pagate, le linee di credito a disposizione delle aziende si ridurranno giacché il collaterale nelle loro mani sarà di qualità inferiore, dunque danneggiando le stesse imprese.”
    Da quanto mi risulta, in una cessione pro soluto il cedente (l’impresa) non garantisce al cessionario (la banca) la solvenza del credito da parte del debitore ceduto (la PA).
    Potreste per favore chiarire meglio perchè le imprese verrebbero danneggiate nel caso in cui le banche cessionarie del credito venissero pagate dalla PA in via subordinata?
    Grazie mille,
    Amedeo

  12. marco

    Negli ultimi 20 anni l’Italia ha dovuto rendere quasi 700 miliardi di euro all’Unione europea a causa dei parametri di Maastrict e dei mantra del debito pubblico e dell’inflazione- Il Giappone e gli U.S.A, paesi dalla moneta sovrana, non pensano minimamente a dover pianificare nessun debito, che se nominato nella propria moneta non costituisce assolutamente un problema e continuano a stampare moneta con deficit dell’8%, 9%,10%. In tre anni le nostre aziende hanno perso all’incirca 500 miliardi a causa della crisi e del sistema Euro, in quanto siamo stati cannibalizzati dalle aziende tedesche. Gli imprenditori hanno incominciato a suicidarsi. Adesso i nostri carnefici, le lobby massoniche e le elite finanziarie europee, sopratutto franco-tedesche, che hanno voluto l’euro per distruggerci concedono il privilegio all’Italietta pizza, mafia e mandolino di pagare i fornitori per 40 miliardi, mossi dal senso di pietà, un’operazione di ordinaria amministrazione che viene presentata come una grande manovra economica strutturale…e la colpa viene data agli enti locali che non riescono a fare quadrare i conti a causa dei continui e improvvisati tagli centrali imposti all’Italia da Bruxelles. Quand’è che gli italiani apriranno gli occhi e si riprenderanno la loro sovranità monetaria e parlamentare?

  13. DDPP53

    Ora che è stato pubblicato il Dm possiamo fare qualche considerazione. A mio avviso il centro del provvedimento risiede è l’art.6 comma 6° relativo alle esecuzioni forzate.
    Alla Legge 24 marzo 2001, n. 89, dopo l’articolo 5-quater vengono inserite
    disposizioni per bloccare le esecuzioni. Con la scusa di una ordinata (!!!)
    gestione amministrativa del provvedimento, vengono sospese le esecuzioni
    forzate dei debiti delle PA sino al termine di vigenza del Decreto.
    Ormai i privati debitori avevano intrapreso ed erano molto avanti nelle azioni di
    recupero dei crediti mediante e pignoramenti nei confronti delle PA, con questo
    provvedimento viene bloccato tutto e le PA respirano per altri due anni. Altro
    che pagare i debiti!
    Alla fine questo è un modo per pagare solo i loro cari e far girare somme all’interno della PA allargata: Ferrovie dello Stato e finte società per azioni controllate da Comuni, Province e Regioni.
    Al termine della partita di giro non resterà NULLA.
    GRAZIE SENATORE A VITA, GRAZIE.

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