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La risposta ai commenti

Ringraziamo i lettori per i commenti arrivati al nostro articolo. Per esigenze redazionali di seguito rispondiamo solo ad alcuni dei vari spunti interessanti.

ESISTE SPAZIO PER LA VALUTAZIONE IN ITALIA?
Il nostro articolo parte dalla constatazione del paradosso che in Italia, dopo un’esperienza quindicennale di valutazione delle politiche cofinanziate dai Fondi Strutturali dell’Unione Europea, la valutazione non ha ancora sufficiente spazio né in questo ambito né soprattutto nell’ambito delle politiche ordinarie, specie se facenti capo al governo centrale. Non abbiamo voluto specificare in maggior dettaglio quello che intendiamo per spazio per dare stimolo al dibattito e cercare una strada in cui si riconoscessero anche altri. Come ha colto Vergani, volevamo ragionare sulla creazione di condizioni di contesto favorevoli allo sviluppo della valutazione, nel presupposto che in questa fase storica il problema non sia più, come alla fine degli anni Novanta, la diffusione della cultura della valutazione, quanto quello del miglioramento della sua qualità e  di un suo concreto utilizzo da parte dei policy makers.   Se la valutazione non è tenuta nella debita considerazione, se essa non migliora in qualità e quantità nonostante il largo consenso di principio, questo non si può imputare solo alla cattiva volontà o alle deboli competenze di alcuni. Quello che manca è un sistema istituzionale che incentivi ed abiliti a fare quello che in molti riteniamo giusto, un sistema che definisca un ampio ed accogliente contesto che sappia mettere a frutto il potenziale innovativo di tante iniziative, che oggi rimangono isolate o non adeguatamente valorizzate. Non si tratta di temi nuovi, ma le soluzioni adottate fino ad oggi non hanno consentito di affrontarli in modo soddisfacente. Lo spazio che abbiamo in mente ha la capacità di riuscire in questo perché non poggia solo su obblighi formali, ma fonda la tutela del valutatore su incentivi e conseguenze reali, come quelle che derivano dal grado di visibilità del lavoro di valutazione.
Si propone dunque di mettere in chiaro tutto ciò che fa capo alla valutazione e cioè, in linea con quanto suggerisce Naldini, esplicitare progressivamente, pubblicamente e non in circoli ristretti: quanto (su quali cose e con quali fondi), quando, chi e come si fa valutazione delle politiche finanziate con fondi pubblici. Ciò a sua volta significa adoperarsi perché i sistemi di monitoraggio delle politiche includano una voce specifica relativa alla valutazione, distinta dall’assistenza tecnica, che consenta di sapere quanto c’è a disposizione, quanto si è impegnato e quanto si è speso per la valutazione. Significa poi rendere più precisi e vincolanti i piani di valutazione nell’obiettivo di far conoscere agli stakeholders e alla cittadinanza quali sono, come evolvono e quanto vengono rispettati gli impegni presi reciprocamente da mandante e mandatario, perché spesso molte valutazioni previste sulla carta non vengono realizzate o non vanno a buon fine. Si tratta di dare conto alla cittadinanza su cosa esce fuori dalla valutazione, attraverso la creazione di ambienti accessibili in cui si raccolgano, come si fa già in altri paesi, i prodotti della valutazione – i rapporti, anzitutto. Si tratta di rendere più chiari e fruibili i rapporti, attraverso una migliore scrittura, ma anche attraverso brevi documenti di una pagina o due che possano letti e compresi da tutti in poco tempo. Si tratta infine  avere una o più sedi di discussione pubblica di natura del tutto diversa dai cerimoniali dei Comitati di Sorveglianza dei Programmi Operativi dei Fondi Strutturali.
UNA PLURALITA’ DI SPAZI
Siamo convinti che lo sviluppo della valutazione in Italia passi attraverso il coinvolgimento di organismi assembleari elettivi (Parlamento, Consigli Regionali, …). Il riferimento unico della valutazione alle amministrazioni responsabili di politiche e programmi conduce spesso a quelle distorsioni ben descritte da Balotta. La terzietà della valutazione, a nostro avviso, può essere favorita attribuendo il doppio ruolo di mandante e di destinatario formale delle valutazioni a istituzioni che di norma non gestiscono  politiche, ma hanno funzioni di indirizzo e controllo e i cui componenti rispondono direttamente ai cittadini attraverso mandato.   La valutazione, come ricorda Marra, ha essenzialmente scopi di apprendimento. Per questo motivo non possono esserci né una valutazione definitiva né un unico soggetto che ha diritti di esclusiva permanenti sulla valutazione di politiche o programmi. Per capire se e quali politiche funzionano c’è bisogno di più valutazioni e molteplici valutatori. Molteplicità dei metodi, accessibilità dei dati, replicabilità degli esercizi di valutazione sono essenziali allo scopo.
 

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Rinnovabili e crescita

  1. alberto vergani

    Grazie della replica. E’ ora di ragionare di condizioni materiali per la valutazione: risorse (saperi e finanziamenti), tempi, luoghi fisici di progettazione ed utilizzo, infrastrutture di comunicazione e diffusione. Tra cultura e condizioni materiali va attivata una alimentazione reciproca e costante (alberto vergani)

  2. Mario Demurtas

    Concordo totalmente che la valutazione debba passare (anche e sopratutto) attraverso il coinvolgimento di organismi assembleari che abbiano istituzionalmente funzioni di controllo. A tale proposito vale la pena ricordare l’esperienza delle “clausole valutative” introdotte dal gruppo del prof. Martini nelle norme legislative di alcune Regioni. Il vero problema è l’assoluta mancanza di cultura valutativa anche a livello del management ( .. parola un pò grossa riferita alle ns Regioni) tale per cui se la valutazione è un obbligo la fanno trasformandola in una “procedura” formale da espletare altrimenti è un “optional” ….. che ognuno disegna in modo discrezionale. In quanto “vincolo” la valutazione potrebbe trovare almeno uno spazio e un luogo da cui partire per aprire piste di accrescimento culturale e diffusione …

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