La vicenda della Superlega di calcio potrebbe finire davanti alla Corte di giustizia europea. Perché le eventuali sanzioni dell’Uefa ai club secessionisti violerebbero la legge antitrust. Ma invocare quelle norme finisce per produrre un paradosso.

Uefa davanti alla Corte di giustizia europea?

È di qualche giorno fa la notizia che un tribunale di Madrid avrebbe sottoposto al giudizio della Corte di giustizia europea la controversia che contrappone Uefa e Superlega, o quel che ne resta. Secondo le indiscrezioni, il tribunale, che già aveva emesso un’ordinanza preliminare a favore della Superlega, avrebbe ora invitato la Corte di giustizia a valutare se eventuali sanzioni dell’Uefa ai club secessionisti irriducibili (Real Madrid, Barcellona e Juventus) violerebbero la legge antitrust europea.

In attesa di una pronuncia che potrebbe anche non esserci, dato che l’alta Corte è libera di non considerare il caso, può essere interessante cercare di capire meglio i termini della questione.

Ci sono due possibilità: le sanzioni potrebbero essere considerate come un abuso di posizione dominante (articolo 102 del Trattato di Roma), oppure come una intesa restrittiva della concorrenza (articolo 101). Vediamole in ordine.

L’ipotesi che le decisioni dell’Uefa possano essere considerate un abuso di posizione dominante è quella più improbabile. Infatti, condizione necessaria perché ci possa essere un abuso è che l’Uefa detenga una posizione dominante nel mercato rilevante. Ma quale sarebbe questo mercato? Nelle sue precedenti decisioni sul calcio, la Commissione europea ha stabilito che il mercato rilevante include i campionati nazionali di prima e seconda divisione, le coppe nazionali, la Champions League e l’Europa League. Di queste competizioni, l’Uefa organizza solo le ultime due, che prese insieme rappresentano forse il 25 per cento del mercato: troppo poco per avere una posizione dominante. Dato che di solito la Corte di giustizia non contesta il modo in cui la Commissione delimita il mercato rilevante, è difficile che possa essere applicato l’articolo 102, sull’abuso di posizione dominante.

Rimane la possibilità di una intesa restrittiva della concorrenza. All’apparenza questa strada sembra più facilmente percorribile. Infatti, l’esistenza di un’intesa è qui pacifica. Tecnicamente, l’Uefa è una “associazione di associazioni” di imprese, dove le associazioni di primo livello sono le leghe calcio nazionali che raggruppano i club di ciascun paese. Tutte le decisioni di leghe e “leghe di leghe” sono per loro natura il frutto di un accordo tra le imprese individuali (le singole squadre), e quindi di una intesa. E se queste decisioni escludono certi club da alcune competizioni, come l’Uefa ha minacciato di fare con i secessionisti, è difficile negare che via sia una restrizione dell’attività economica.

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Tuttavia, tutto ciò non basta perché via sia una violazione dell’articolo 101 del Trattato di Roma. Un’intesa che restringe la concorrenza può infatti essere perfettamente lecita se è necessaria per il buon funzionamento del mercato. E qui va detto che il calcio, come altri sport, è un settore molto particolare dal punto di vista della politica della concorrenza. La sua peculiarità sta nel fatto che i singoli club non possono “produrre” da soli: una forma di accordo è indispensabile per realizzare un’attività economica. In particolare, siccome si affrontano solo due squadre alla volta e non è possibile programmare più di un certo numero di incontri per stagione, è necessario che i club si accordino sulle regole che determinano chi gioca contro chi. Questi accordi inevitabilmente escludono molti club: per fare un esempio, anche Viterbese e Pro Vercelli vorrebbero giocare in serie A il prossimo anno, ma a nessuno verrebbe in mente che la loro esclusione sia il frutto di un’intesa anti-concorrenziale.

D’altra parte, anche la Superlega è un accordo tra club che limita la partecipazione alla nuova competizione. Anzi, le restrizioni in questo caso sono ancora più contrarie allo spirito della concorrenza, dal momento che la partecipazione non dipenderebbe dai meriti sportivi e quindi non sarebbe contendibile. Per tornare al nostro esempio, sulla base delle regole attuali la Pro Vercelli potrebbe arrivare a giocare in serie A e anche a vincere lo scudetto, come ha già fatto in passato. Nel caso della Superlega, invece, la partecipazione sarebbe determinata da una sorta di diritto di prelazione, o al limite per invito. Se quindi l’Uefa è un’intesa che restringe la concorrenza, la Superlega lo sarebbe ancor di più. E se l’articolo 101 venisse usato per proibire le sanzioni dell’Uefa, potrebbe essere usato anche per proibire certe regole della Superlega o la sua stessa esistenza.

Il precedente del basket

Quella dell’articolo 101 è quindi un’arma a doppio taglio. Lo dimostra bene il caso del basket. L’Eurolega della pallacanestro, anche se nata in modo del tutto diverso, è oggi molto simile a quello che potrebbe essere la Superlega di calcio. Fiba e Uleb sono associazioni di leghe nazionali, ovvero grosso modo l’analogo nel basket di Uefa e Fifa nel calcio. Entrambe le parti hanno presentato esposti alla Commissione europea, lamentando l’una la minaccia di sanzioni, le altre il fatto che la partecipazione alla competizione europea di basket più prestigiosa non avvenga in base ai meriti sportivi.

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Vedremo se la Commissione vorrà entrare nel merito di questi reclami contrapposti e cosa deciderà. Quel che è certo è che in linea di principio le leggi antitrust dovrebbero servire a limitare i potentati economici e sarebbe paradossale se fossero piegate al servizio dei club più potenti del mondo contro quelli più piccoli. Fortunatamente, le autorità antitrust possono sempre decidere di non intervenire: liberi le grandi squadre di farsi le loro competizioni riservate, ma altrettanto libere le leghe di escluderle dai campionati nazionali.

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