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Tre regioni e una provincia: le misure anti-Covid funzionano

Il lockdown è stato inutile? Il confronto dell’andamento dei decessi in Veneto, Lombardia, Emilia Romagna e provincia di Trento mostra che le restrizioni alla mobilità e alle attività economiche hanno permesso di arginare la circolazione del coronavirus.

La polemica sul lockdown

A partire da marzo 2020 l’Italia è stata soggetta a varie restrizioni per contenere la circolazione del coronavirus. A più riprese, però, la loro efficacia è stata messa in dubbio. Trattandosi di misure che provocano effetti rilevanti – economici e più in generale nelle relazioni sociali – non sorprende che nell’opinione pubblica si sia formata una corrente che le avversa.

Lo scorso aprile è stato pubblicato un articolo scientifico, già circolato in forma provvisoria diversi mesi prima, che ha ridato forza agli oppositori dei provvedimenti di restrizione. Gli autori riassumono così i loro risultati: “(…) non troviamo alcun effetto benefico chiaro e significativo degli interventi non farmaceutici (più restrittivi) sulla crescita dei casi in nessun paese (…). Sebbene non si possano escludere piccoli benefici degli Npi più restrittivi, non ne troviamo di significativi sulla crescita dei casi. Riduzioni simili nella crescita dei casi si possono ottenere con interventi meno restrittivi” (“(…) we find no clear, significant beneficial effect of [more restrictive] NPIs (non-pharmaceutical interventions) on case growth in any country (…) While small benefits cannot be excluded, we do not find significant benefits on case growth of more restrictive NPIs. Similar reductions in case growth may be achievable with less-restrictive interventions.”)

Anche nel nostro paese l’articolo ha avuto ampia visibilità e ha dato luogo a molte discussioni nei media. Fosse fondato quanto vi è sostenuto, nella memoria collettiva di questi lunghi e dolorosi mesi resterebbe la convinzione che i disagi causati dalle restrizioni siano stati inutili. Ma nel seguito di questo intervento mostriamo che ci sono buone ragioni per pensare che le restrizioni adottate in Italia per contenere la seconda ondata di contagi abbiano diminuito in modo considerevole i decessi.

Il confronto tra Lombardia e Veneto

A partire da inizio novembre 2020, il governo italiano ha varato un sistema di monitoraggio settimanale dell’andamento della pandemia “a colori”, sulla base del quale ha assegnato alle varie regioni italiane livelli di restrizioni crescenti.

Qui ci concentriamo in particolare sul caso di Veneto, Lombardia, Emilia Romagna e provincia autonoma di Trento. Si tratta di quattro aree confinanti, nelle quali vive circa un terzo della popolazione italiana: 10 milioni in Lombardia, 5 milioni in Veneto e in Emilia Romagna, mezzo milione in Trentino.

L’analisi di quanto è successo in queste regioni è particolarmente utile al nostro scopo perché nelle cinque settimane da inizio novembre a metà dicembre – il periodo critico per lo sviluppo della seconda ondata – sono state soggette a regimi molto diversi: tre settimane al livello rosso seguite da due settimane al livello arancione per la Lombardia; le tre settimane centrali del periodo al livello arancione per l’Emilia Romagna, seguite e precedute da settimane gialle; l’intero periodo al livello giallo per Veneto e Trentino (vedi figura 1).

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Successivamente, a partire dal 24 dicembre e fino alla fine delle festività natalizie, le quattro aree – al pari delle altre regioni italiane – sono state soggette alle stesse restrizioni (e così pure per l’intero mese di gennaio, con piccole variazioni).

La figura 2 presenta l’andamento dei decessi settimanali in Veneto e in Lombardia da inizio ottobre fino a fine febbraio (le date sono quelle delle domeniche conclusive di ogni settimana). Per renderli comparabili, i morti lombardi sono stati riscalati al numero di abitanti del Veneto.

Fino alla fine di ottobre i decessi nelle due regioni sono pressoché uguali. Poi aumentano più rapidamente in Lombardia, fino alla prima settimana di dicembre. A partire dalla seconda settimana di dicembre i morti lombardi sono crollati: da 700 a 200 circa, nell’arco di tre settimane. In Veneto la crescita è continuata regolare, con un accenno di diminuzione nei primi giorni dell’anno, seguito da un calo a partire dall’ultima settimana di gennaio.

La differenza tra le due regioni inizia a manifestarsi circa un mese dopo l’inizio della zona rossa in Lombardia; si attenua un mese dopo l’inizio delle restrizioni di fine anno, comuni a tutte le regioni, fino a sparire del tutto.

L’area compresa tra la linea arancione e la linea blu tra il 6 dicembre e il 28 febbraio vale circa 3 mila decessi. Il Veneto ha avuto 6.170 morti nelle 13 settimane. Se – come ci sembra plausibile – le differenze osservate tra Lombardia e Veneto in questo arco di tempo sono attribuibili al diverso regime di restrizioni, 3 mila è una stima ragionevole dei decessi che sarebbero stati evitati se il Veneto fosse stato soggetto alle stesse restrizioni della Lombardia. Cioè, secondo questa interpretazione, circa la metà dei decessi osservati in Veneto in quel periodo sarebbe dovuta alla differenza tra zona rossa/arancione e zona gialla.

Per mettere alla prova la plausibilità della nostra spiegazione, in figura 3 mostriamo l’andamento dei decessi in Veneto comparati con quelli dell’Emilia Romagna (riscalati al numero degli abitanti del Veneto). I due andamenti sono pressocché sovrapposti fino alla prima settimana di dicembre. A partire dalla seconda, il profilo dell’Emilia Romagna si abbassa rispetto a quello veneto. I decessi delle due regioni ritornano ad essere comparabili a partire da fine gennaio.  Anche in questo caso, la differenza tra le due regioni ci sembra facilmente attribuibile alla zona arancione istituita in Emilia Romagna nel periodo dal 15/11 al 5/12.

L’area compresa tra la linea arancione e la linea blu tra il 6 dicembre e il 31 gennaio vale circa 1.100 decessi: seconda la nostra interpretazione, sono quelli che sarebbero stati evitati se il Veneto fosse stato soggetto alle stesse restrizioni dell’Emilia Romagna. In linea con quanto ci si attende, l’effetto della zona arancione risulta essere inferiore all’effetto della zona rossa, ma tutt’altro che trascurabile.

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Il terzo test che proponiamo per validare la nostra spiegazione confronta il Veneto con il Trentino, due aree soggette alle stesse restrizioni per l’intero periodo dal 6 novembre al 6 gennaio (in figura 4 i decessi del Trentino sono riscalati al numero degli abitanti del Veneto).

Tenuto conto che l’andamento osservato per il Trentino è più irregolare a causa della sua ridotta dimensione demografica (ha circa un decimo degli abitanti del Veneto), non si osservano particolari differenze: in entrambe le regioni il calo importante dei decessi avviene a partire dall’ultima settimana di gennaio, cioè quando si manifestano gli effetti delle restrizioni natalizie.

Morti evitabili

I fatti: regioni confinanti, con simili condizioni iniziali, soggette a diversi livelli di restrizione presentano evidenti differenze nel numero di decessi 3-4 settimane dopo l’inizio delle restrizioni. Per converso, nelle regioni confinanti soggette alle stesse restrizioni non si osservano differenze degne di nota nel numero di decessi. Le differenze tra regioni o province si attenuano fino a sparire quando invece vengono imposte restrizioni comuni a tutti. Troviamo analoghi risultati (qui omessi per brevità) comparando il Veneto alle altre due aree confinanti: Friuli Venezia Giulia e provincia autonoma di Bolzano.

Come sempre quando si studiano nessi causali usando dati non sperimentali, l’interpretazione dei risultati richiede cautela. In linea di principio, non si può escludere che sia possibile un’interpretazione diversa da quella che proponiamo. Tuttavia, questi risultati, abbinati a quelli relativi agli effetti del primo lockdown italiano ci fanno ritenere azzardate – a essere generosi – le affermazioni di coloro che negano gli effetti sui decessi delle misure adottate per contenere la diffusione del contagio (ma analoghi risultati valgono anche per i ricoveri in terapia intensiva).

Nella nostra interpretazione dei fatti – che abbiamo documentato – gli effetti ci sono e pure corposi: la nostra stima basata sul confronto tra zone confinanti dice che una parte rilevante dei decessi osservati in Veneto sarebbe stata evitata adottando restrizioni analoghe a quelle delle regioni vicine. In particolare, provvedimenti analoghi a quelli adottati in Lombardia nelle cinque settimane da inizio novembre a metà dicembre – i mesi critici per lo sviluppo della seconda ondata – avrebbero dimezzato il numero dei decessi registrati in Veneto tra dicembre e febbraio.

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  1. Giacomo

    Premetto che, secondo me, probabilmente l’autore ha ragione. Ma ci porta solo 3 indizi che forse sarebbe il caso di trasformare in una prova. In fondo si confuta con 3 grafici un lavoro che un po’ di analisi econometrica ce l’ha. Magari l’autore di questo articolo ha qualcosa di più solido in corso di pubblicazione. Non si potrebbe fare qualcosa di sistematico per tutte le regioni guardando a quando cambiano colore e a differenti ritardi? Sarebbe più convincente di questa cosa pubblicata qui.

    • Enrico Rettore

      Per le regioni del centro Italia i risultati sono gli stessi. Non li ho messi per vincoli di spazio. Il problema fondamentale dell’articolo che critico è il pessimo disegno: non si confronta un paesi del N Europa con paesi del S Europa, sono mondi diversi. Un disegno sensato compara aree sottoposte a regimi diversi facendo il possibile per garantire la clausola ‘a parità di altre condizioni’. Cioè quello che ho provato a fare (e che Ioannidis&co hanno fatto in modo maldestro).

  2. Savino

    Il lockdown è una soluzione populista e sempliciotta per decisioni politiche legate ad un problema sanitario e che va circoscritto in quanto sanitario. La necessità di prudenza individuale nei contatti o di contenimento della diffusione virale è cosa diversa dal confinamento tout court. La profilassi sanitaria e l’organizzazione sanitaria sono gli unici rimedi a problematiche di salute collettiva, non l’ordine pubblico nè la sperimentazione sociale (magari di Milgram come ha fatto Speranza) , comportando terrorismo e allarmismo sanitario eccessivo, limitazioni non democratiche nelle libertà individuali, fermando una nazione intera ed una economia intera per un volere molto di parte della scienza medica che conosce solo i propri reparti e laboratori. La scienza, la medicina e la farmaceutica debbono farsi trovare più preparati, la dirigenza sanitaria non deve pensare solo ai soldoni degli appalti, ma all’organizzazione e all’assunzione di professionalità capaci. E’ stata solo una problematica della sanità e nella sanità mentre i cittadini sono stati doppiamente danneggiati, comprese le porte sbarrate dei pronto soccorsi, compreso il mancato rispetto dell’art. 32 Cost. Lo Stato non può fermarsi e deve avere un atteggiamento più laico verso la scienza e più esigente verso la governance ed il management sanitario, dall’assurda competenza regionale ai bastoni tra le ruote che i giovani subiscono per diventare medico o operatore nella sanità.

  3. Michele

    L’articolo non parla di una cosa importante: al di la dei conteggi su chi contrae la malattia, chi va in terapia intesiva, ovvero che rischia davvero la vita mandndo in tilt gli ospedali, ha un’età media molto alta, sopra i 65 e in gran part sopra i 70 (cfr sito del sole 24 ore). Qindi, invece di chiudere tutto, si doveva fare in modo che solo gli over 65 stessero in casa. Invece si sono chiuse le scuole e molte attività in cui erano impiegte persone giovani che, in caso di malattia, nella quasi totalità non sarebbero state nemmeno ospedalizzate. E’ ovvio che se chiudo tutto calano i contaggi! Non serve uno studio scientifico, il motivo è infatti banale: vengono meno le occasioni di contatto e quindi vengono meno i contaggi! E’ stato anche assurdo chiudere le scuole, infatti i bambini non si ammalano e gli insegnanti (nella stra grande maggiornaza) sotto i 65, potevano gestire la situazione con le regole in essere dentro le aziende. Chiudere le scuole è servito solo a spedire i bambini dai soggetti anziani (i nonni) in modo da esporli ancora di più al contaggio. Oltre a questo la follia di mandare tuta la pubblica amministazione a lavorare da casa ha abbassato ancora di più la già bassissima produttività degli statali.

    • Enrico Rettore

      Sarà anche ovvio che chiudendo tutto calano i contagi, ma autorevoli osservatori negano che sia così. Mostrare che si sbagliano non è inutile, forse.

      • Michele

        Mi scusi, ma non credo che sia utile affrontare chi dice delle sciocchezze, come ad esempio che chiudere non abbassa i contaggi, articoli o lunghe discussioni, è sotto gli occhi di tutti che in assenza di contatto (il pericolo) viene meno il rischio (la malattia infettiva). Chi sostiene il contrario deve dimostrare le ragioni che ha, con numeri e fatti. E’ la base del metodo scientifico: chi avanza una teorie è tenuto a dimostrarla. In caso contrario dovremmo scrivere articoli per dimostrre che la terra non è piatta, come alcuni sostengono, solo per dare forza alle nostre ragioni ma ottenendo invece l’effetto opposto,

  4. Giuseppe

    Certo che c’è nel breve periodo, ma è nel lungo periodo che il lockdown è fallimentare, perché impedisce l’immunizzazione dei giovani, i quali, se se lo prendono, contribuiscono all’ immunità di gregge con un peso ben più alto degli anziani.
    Basta guardare la Florida, Russia e Bielorussia per vedere che la strategia nel complesso migliore era quella di far circolare i virus poco tra i soggetti a rischio, e senza particolari ostacoli tra i giovani

    • Enrico Rettore

      Sulla carta la separazione degli anziani/vecchi dal resto della popolazione è una buona strategia. Ma i demografi ci spiegano che in Italia (non solo in Italia, peraltro) è impraticabile, perché le generazioni vivono mescolate negli stessi luoghi.

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