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Professione: giudice tributario

Nei tempi brevissimi del Pnrr non è possibile perseguire una riforma del processo tributario ispirata alla professionalità del corpo giudicante. Perché non ci sono giudici con una formazione adeguata. Meglio introdurre un sistema di verifica continua.

Verso la professionalizzazione del giudice tributario?

Qualche settimana fa, in un op-ed sul New York Times, Paul Krugman attaccava la politica vaccinale europea e il suo insuccesso, se paragonata a quella americana. Dal suo punto di vista – questa era la critica – i governanti europei si sono dimostrati “avversi al tipo sbagliato di rischio” (“Averse to the wrong kind of risk”). Il monito di Krugman dovrebbe valere anche per l’oramai imminente riforma della giustizia in generale e di quella tributaria in particolare.

Il processo tributario è da anni sotto la lente dell’accademia e delle professioni: se ne lamenta non tanto la lentezza nel giudizio (i tempi qui sono i più brevi in assoluto, se comparati al processo civile e a quello penale) quanto piuttosto la (asserita) scarsa qualità delle decisioni. Ne sarebbero prova il numero elevato di sentenze riformate in appello e in Cassazione, che nel 2020 sono state pari al 47 per cento del totale. I rimedi proposti guardano a una magistratura professionale, specializzata e a tempo pieno. Si pensa in questo modo che il rischio (scarsa qualità) sia superato dall’unico rimedio possibile, la professionalizzazione tributaria del corpo giudicante.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza indica nella riforma della giustizia (anche tributaria) uno dei fattori decisivi per il rilancio del sistema paese (pagine 59 e 60). Il concetto di professionalità, come d’altronde quello di merito in altri contesti, si presta però a diverse interpretazioni e spesso finisce per portare a una situazione ben diversa rispetto a quella che si prospettava, con uno scenario post-riforma che rischia di essere peggiore di quello iniziale.

La questione della formazione

Auspicare un giudice tributario professionale significa poter scegliere, nel reclutamento, tra professionisti che hanno dedicato al diritto tributario, inteso non solo come tecnica e conoscenza del diritto positivo, ma come cultura, storia e forse anche teoria del diritto, gli anni migliori degli studi: dall’università in poi. In quanti, oggi, soddisferebbero questi requisiti? Come – e quanto – è curata oggi la formazione fiscale dei futuri giudici professionali?

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La disciplina tributaria oggi è insegnata (e per quanto ancora sopravvivrà come settore scientifico disciplinare non è dato saperlo con certezza) nei dipartimenti di giurisprudenza con una intensità (misurata in Cfu – crediti formativi universitari) non comparabile alle altre, più tradizionali, aree del diritto. La media è di 9 crediti su un carico complessivo di 300: ciò significa che meno di 1/30 del tempo medio di studio di un laureato in giurisprudenza è dedicato al diritto tributario.

Quanti giovani uditori giudiziari oggi (o aspiranti tali) sono stati rapiti dallo studio delle norme fiscali durante i loro cinque anni di laurea magistrale e non magari dal diritto civile, penale o amministrativo? Si potrebbe sostenere al limite che neppure i giudici di Cassazione sono tutti professionali nella misura in cui sono prestati al diritto tributario ma provengono da altri rami dell’ordinamento (e spesso a giudicare su quelle diverse materie sperano di tornare non appena possibile). Perseguire oggi una riforma in tempi brevissimi (quelli del Pnrr) ispirati alla professionalità del corpo giudicante non è possibile: semplicemente, come in molti altri settori dell’economia, manca la forza lavoro. Si cerca qualcosa che non c’è.

La preparazione del corpo giudicante, come dovrebbe essere intesa, deve affondare le radici in profondità, esattamente come le specializzazioni dell’area medica, e per una durata di formazione probabilmente analoga. Ecco che allora, senza il rispetto di questi presupposti rigorosi, ogni tentativo di riforma nella giurisdizione tributaria ispirato alla professionalità finirebbe per essere frustrato dalla mancanza di professionisti autenticamente tali, per almeno i prossimi cinque-sei anni.

A meno che non si intenda per professionale un qualsiasi giurista che si scopra tale dopo un’annualità (o meno) di corsi intensivi, abilitanti, di formazione continua, online, o altro ancora in materia fiscale. In questo caso resterebbe della professionalità solo una facciata che copre vecchi problemi: un rimedio peggiore del male.

Invertire il paradigma

Una diversa riforma della magistratura tributaria orientata in senso qualitativo, pilota magari anche per altri settori, potrebbe partire dall’inversione del paradigma: quello secondo cui l’accesso (più selettivo) dovrebbe esser riservato solo a professionisti a tempo pieno.

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Invero non si dovrebbe lavorare sulle difficoltà nell’entrare nel ruolo, quanto piuttosto sulla facilità a uscire da una funzione che resta onoraria, poiché è a tutti piuttosto noto che qualsiasi gruppo sociale aggregato (e la magistratura non fa difetto) non migliora con la selezione dei più meritevoli (sempre aleatoria nelle scienze sociali), ma con l’esclusione dei peggiori (anch’essa aleatoria, ma con un grado di incertezza minore).

In questo secondo caso, metriche più attendibili di giudizio (impostate sulla celebrazione d’udienza, la redazione delle sentenze, il contegno in processo) potrebbero essere più sensate e il risultato finale migliore, soprattutto se coniugato a un sistema di controllo continuo e non concentrato in un’unica prova di ingresso.

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Il Punto

  1. Firmin

    Interessante: circa la metà dei verdetti tributari è ribaltata in appello o in cassazione. È come se le controversie tributarie fossero decise lanciando in aria una monetina. E poi ci chiediamo perché l’economia non cresce? Tuttavia non darei tutta la colpa ai giudici, che indubbiamente non sembrano avere grandi competenze contabili ed economiche, ma anche ad una legislazione primaria e secondaria smisurata, crescente e caotica. Invito tutti a dare un’occhiata alle interpretazioni autentiche dell’agenzia delle entrate che, se non avessero conseguenze molto serie, darebbero lavoro a una generazione di comici. Per tutte consiglio di verificare il regime Iva del basilico, che può passare dal 5% (non al 4%!) al 22% a seconda di fattispecie assolutamente esilaranti.

  2. Urge riforma giustizia tributaria: nove anni per due gradi di giudizio, sentenze contrastanti fra le commissioni della stessa sede, ricorsi per ottemperanza trattati dopo diciotto mesi con sentenze di rigetto che lasciano perplessi.

  3. Simone Maioli

    L’elevato numero di sentenze ribaltate in Cassazione rispetto ai giudizi delle Commissioni Tributarie potrebbe essere spiegato proprio dalla diversa formazione dei collegi giudicanti. Occorre prima di tutto sgombrare il campo dal pregiudizio che il giudicato di una giurisdizione superiore sia migliore o più corretto di quella di una inferiore, valutando la diversità non come una patologia, ma come un diverso effetto del pensiero differenziale derivante da altrettanto diversi percorsi formativi.
    Attualmente i componenti delle Commissioni Tributarie, prevalentemente composte da ex professionisti ed ex funzionari della amministrazione fiscale, sono probabilmente caratterizzati, per formazione ed esperienza, da un atteggiamento più pragmatico che paradigmatico, orientato non al giudizio, ma alla soluzione dei problemi.
    Diversamente i Giudici di Cassazione, che hanno passato la loro carriera in settori del diritto estranei a quello tributario e che di conseguenza non hanno maturato una esperienza specifica, possono utilmente mettere a frutto la competenza maturata sugli aspetti istituzionali e procedurali del diritto. Ma solamente un collegio composto da giudici togati specializzati già dal primo grado di giudizio, magari inizialmente affiancati a scopo formativo da un mix di ex professionisti, potrebbe dare ad ogni grado di giudizio omogeneità, coerenza e competenza.

  4. Stefano M

    Il punto è che le proposte si basano sull’estensione pavloviana alla giustizia tributaria dell’assioma: giudice = laureato in giurisprudenza. Non si considera così la specificità della materia: i tributi non sono solo e, forse, neppure principalmente diritto. Griziotti diceva che la finanza pubblica (e quindi anche la materia tributaria) richiede tre tipi di competenza: giuridica, economica e politica. Per giudicare una causa in tema di Ires bisognerà pur conoscere i principi contabili internazionali; e, per esperienza, posso dire che molte questioni tributarie relative al reddito d’impresa si capiscono più facilmente se si traducono le norme in scritture in partita doppia. Questo è un campo in cui occorre interdisciplinarietà. Si apra la carriera di giudice tributario, proprio per la specializzazione richiesta, anche ai laureati in altre discipline, come quelle economico-aziendali. Si imponga semmai l’aver fatto l’esame di diritto tributario (e di scienza delle finanze) come requisito per tutti, incentivando così lo studio della materia. Si rescinda il nefasto legame con il codice di procedura civile, rendendo le regole processuali del tutto autonome e quindi conoscibili per intero durante gli studi universitari anche ai non giuristi. E vedrete che nel corso dei prossimi 5-10 anni (tanto sarà il periodo transitorio) quelle 4 o 5 centinaia di giudici, sufficienti per un sistema deflazionato dalle cause bagatellari o pretestuose, si trovano.

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