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Tutte le strade portano a Karlsruhe

Anche sul Next Generation EU la Corte costituzionale tedesca torna a dire la sua. Le posizioni “rigoriste” potrebbero così riprendere slancio. Ancora una volta le norme giuridiche si dimostrano inadeguate. C’è la necessità di una revisione dei Trattati.

La base giuridica dello stop al Next Generation EU

A partire dall’adesione della Germania all’Unione europea, il Bundesverfassungsgericht è sovente intervenuto nel processo d’integrazione continentale, ponendo limiti all’azione del governo tedesco nelle operazioni più consistenti realizzate da parte dell’Unione. Sin dalla “sentenza Maastricht”, infatti, il Tribunale federale ha sottolineato l’importanza di tutelare la sovranità dello stato teutonico, introducendo controlli poi ampliati con il “pronunciamento Lissabon”.

La ragione per cui il BVerfG si è trovato così spesso nella condizione di affermare la propria visione su questioni europee è in buona parte riconducibile alla presenza, nell’ordinamento tedesco, dei ricorsi individuali diretti (Verfassungsbeschwerde). E anche nel caso del Next Generation EU la decisione della Corte tedesca nasce dal ricorso di un gruppo di cittadini, fra cui spicca il politico euro-scettico Bernd Lucke. Stando a quanto dichiarato dal fondatore di Alternative für Deutschland, vi sarebbe una violazione dell’articolo 311 del TfUe, norma secondo cui “(…) Il bilancio, fatte salve le altre entrate, è finanziato integralmente tramite risorse proprie”.

Con il Next Generation EU, dunque, vi sarebbe una violazione del Trattato, in quanto l’Unione andrebbe a finanziarsi emettendo titoli di debito sui mercati, creando una mutualizzazione delle passività che finirebbe per vincolare gli stati membri in maniera ultronea rispetto a quanto previsto dai Trattati. L’argomento richiama, in effetti, considerazioni sollevate anche nella dottrina giuridica in merito alla conformità del Next Generation EU all’articolo 125 del TfUe, ravvivando il dubbio che il Tribunale federale possa ravvisare il rischio per la Germania di essere coinvolta in impegni finanziari non predeterminabili e, pertanto, non pienamente controllabili da parte del Bundestag (questione fondamentale all’epoca del pronunciamento sul Mes). Un elemento che gioca a sfavore dell’intervento eurounitario.

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Gli scenari possibili

In questo stato di cose, il Bundesverfassungsgericht ha tre possibili opzioni: 1) avallo tout court del Next Generation EU; 2) avallo dello stesso con la formulazione di limiti e precisazioni; 3) bocciatura del progetto europeo.

Secondo chi scrive, la terza ipotesi è da escludere: le ripercussioni sarebbero troppo gravi e di questo – siamo convinti – il BVerfG è ben al corrente.

Tra la prima e la seconda opzione verrebbe da propendere per un via libera con limitazioni, soluzione che si porrebbe in linea con le precedenti sentenze “europee” del Tribunale. In tal senso, richiamando la vicenda relativa al Mes, il giudice di Karlsruhe potrebbe indicare gli importi attualmente concordati in sede europea come un tetto di spesa che lo stato tedesco non potrebbe sforare a meno di un nuovo coinvolgimento del Bundestag, sottolineando, quindi, la necessità per l’assemblea legislativa tedesca di conservare il controllo del bilancio statale.

Importanti, in questo frangente, saranno anche le tempistiche: un’attesa di alcuni mesi (data magari da un rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia Ue) comporterebbe un ritardo nei tempi di rilancio finora ipotizzati dalle istituzioni europee e dai governi nazionali. Alla luce di ciò, è logico attendersi una decisione assunta nel giro di poche settimane senza il coinvolgimento dei giudici del Lussemburgo (come avvenne nel caso del Mes).

Questioni di politica interna

Da questa vicenda si ramificano però rischi che interessano ulteriori dimensioni, fra le quali rientra anche quella politica interna tedesca. Per quanto, infatti, la votazione sul Next Generation EU abbia riscontrato un ampio consenso parlamentare, sarebbe sbagliato convincersi che la Germania abbia definitivamente accantonato il paradigma del rigore finanziario. Invero, nell’approssimarsi delle elezioni di settembre, da un lato, vi è l’assai probabile ascesa dei Verdi (movimento a forte vocazione europeista) mentre, dall’altro, v’è l’incertezza data dalla situazione della Cdu: la candidatura di Armin Laschet a cancelliere non è infatti scontata e, nel partito, rimangono forti le posizioni espresse da Friedrich Merz (sconfitto per pochi voti al congresso).

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Un avallo condizionato al cosiddetto Recovery Fund da parte del BVerfG potrebbe quindi dare nuovo slancio alle posizioni “rigoriste” interne ai cristiano-democratici rappresentando, ancora una volta, un paravento utile a evitare nuove forme di integrazione europea. Alla luce di quanto detto, e delle fondamentali questioni che dovranno essere affrontate nei prossimi mesi (per esempio, politica monetaria e Patto di stabilità e crescita), si ripresenta la necessità di impostare una revisione dei Trattati: l’inadeguatezza delle attuali norme giuridiche è infatti sempre più evidente e una loro modifica, per quanto complessa, rappresenta il miglior modo per evitare l’ormai abituale tappa di Karlsruhe.

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Le quattro facce del gender gap

  1. Andrea Zatti

    La questione è in effetti intrigante da un punto di vista della compatibilità con l’art. 311. Sinora tale disposizione è sempre stata intesa nel senso che l’UE non potesse indebitarsi per coprire spese a fondo perduto. La nuova decisione risorse proprie va oltre a questa impostazione e prevede tale possibilità in via ‘tempornea ed eccezionale’, attraverso un incremento del massimale ben identificato e limitato nella dimensione e nel tempo. Non mi pare si ponga quindi un problema di perdita di controllo da parte dello Stato tedesco, per ben due motivi: – la possibilità è appunto temporanea, eccezionale e limitata’; – la decisione risorse porprie deve essere ratificata dai singoli stati. Ciò che emerge in realtà è la fragilità dell’impianto dei Trattati UE che si mostrano sempre più indadatti ad affrontare situazioni di crisi così come invece avviene in realtà compiutamente federali. Ciò costringe ad assumere le decisioni in condizioni di emergenza, con equlibrismi al limite della censura (portando poi a sostenere che tale censura non può avvenire altrimenti le conseguenze sarebbero troppo gravi) o sfruttando canali extra-UE. Il problema è che per garantire tale logica ‘assicurativa’ all’intervento europeo, l’assicurazione (attraverso il bilancio) andrebbe fatta prima dell’incidente e non dopo che è avvenuto, altrimenti chi è chiamato a pagare (i tedeschi) qualche ragione di lamentarsi ce l’ha …..

  2. Sono d’accordo con l’autore: probabilmente ci sarà una decisione entro poche settimane (pochi giorni), positiva con alcuni richiami condizionali e senza rinvio alla CGUE. Serve pure una revisione della Patto di stabilità. Non condivido altre considerazioni meno esplicite. Non è l’azione diretta che spiega il ruolo del tribunale: dichiara quasi tutte le richieste inammissibili e sceglie quindi lui stesso le materie che intende trattare. Il BVerfG non è un freno all’integrazione ma il suo migliore garante. Non è un baluardo (fastidioso nell’ottica dei falsi europeisti) della “sovranità teutonica”, ma il fondatore e garante storico e sistemico della democrazia e dello stato di diritto in Germania (scelta iniziale dei giudici non compromessi con il precedente regime; interpretazione ampia dei propri poteri; teoria dei diritti e del diritto pubblico ispirazione dei giudici e dei giuristi negli altri paesi; cf. l’analisi di Jestaedt, Lepsius, Möllers, Schönberger in Das entgrenzte Gericht, eine kritische Bilanz nach 60 Jahren BVerfG, 2011), e, attraverso la davvero impressionante autorevolezza, anche altrove. La decisione di un anno fa relativa ai poteri della BCE ha consolidato la teoria dell’UE come organizzazione internazionale fondata sulla sovranità degli SM e sul potere supremo in questi stati dei popoli sovrani che si esprimono attraverso elezioni, referenda e i loro parlamenti (cf. Dieter Grimm, Europa ja – aber welches? Zur Verfassung der europäischen Demokratie, 2016).

  3. 2/2 2016).
    Il paradosso del nuovo caso ora commentato è che i richiedenti anti-europeisti contestano una violazione da parte degli organi costituzionali tedeschi (il Bundestag) dell’articolo 311 TfUe, secondo cui “Il bilancio, fatte salve le altre entrate, è finanziato integralmente tramite risorse proprie”. Questa volta sarebbe quindi per assurdo l’assemblea sovrana tedesca ad andare oltre i patti pregressi. Il debito obbligazionario comune di € 750 milioni per rifinanziare gli impegni del Recovery plan sono “risorse proprie” o un’altra cosa? Visto che secondo il BVerfG sono gli Stati membri e i loro organi costituzionali (più o meno democratici) che fanno, rifanno e disfanno i trattati, e quindi li interpretano, la risposta di merito non fa dubbio e il problema sollevato è solo semantico. La decisione sulle risorse proprie e la ratifica del Bundestag varranno ovviamente solo per “gli importi attualmente concordati”; ulteriore debito comune (eventuali eurobond invocati recentemente dal PdC Draghi, molto diversi da quelli rivendicati un anno fa come uno slogan dal PdC Conte, e dai suoi numerosi caudatari, anche su questo blog), necessiterebbe una nova decisione unanime del Consiglio e, a titolo di ratifica democratica, “un nuovo coinvolgimento del Bundestag”.

    • Devo completare 3/3. Se un rinvio di questioni pregiudiziali sembra inevitabile, si dà per scontata un’interpretazione ampia delle competenze europee da parte della CGUE. Una questione giuridica è se il debito comune di € 750 milioni con scadenza a 38 anni serve davvero per un caso d’emergenza previsto all’art. 122 TfUe o se è invece un primo passo verso un indebitamento strutturale dell’UE non previsto dai trattati quindi vietato. Gli eurobond menzionati dal PdC Draghi implicherebbero una trasformazione dell’UE in unione fiscale: non più i Parlamenti nazionali, ma il PE e gli altri organi europei deciderebbero dell’indebitamento futuro comune. I cittadini contribuenti di tutti gli SM garantirebbero sul loro patrimonio le politiche attive dell’UE in tutti i campi di sua competenza, sempre più ampi. Anche se l’impegno rimane pro rata (PIL), i cittadini di uno SM rischiano che quelli di un altro SMo sostengano governi e politiche fiscali divergenti e inefficienti conducendo all’insolvenza (incapacità di onorare i propri impegni = debito pubblico e contributi all’UE). Gli altri SM dovrebbero versare i contributi europei senza assolvere lo SM insolvente dei suoi obblighi verso l’UE e verso debitori terzi. Questo scenario spiega l’argomento della Verfassungsidentität che limita il potere del legislatore: i cittadini contribuenti tedeschi sono garantiti dal Grundgesetz che ogni loro impegno fiscale è deciso o ratificato di volta in volta dal loro rappresentante eletto il Bundestag.

  4. Ezio Pacchiardo

    Il blocco dell’Alta Corte della Germania alla ratifica del Recovery Fund (RF) della UE è un passo incerto in quanto non rifiuta il RF, solo lo blocca e quindi lo rinvia nel tempo. Per quanto attiene alla Germania la Deutsche Bundesbank (DB) con tutta probabilità dovrà seguire l’eventuale dettato, quale che sarà, dell’Alta Corte, mentre le altre banche, salvo incappare in questioni legali, forse potrebbero agire in libertà. Se così fosse il finanziamento del RF pur con qualche difficoltà potrebbe avere sufficienti finanziatori. Già in passato quando il problema della ratifica del trattato del RF si era evidenziato erano emerse alcune interpretazioni di indirizzo tra loro diametralmente opposte, tra chi sosteneva che essendo la UE una istituzione di più paesi e per di più indipendente dalla Germania, avrebbe potuto procedere con il RF senza problemi, salvo trovare i finanziatori, altri invece sostenevano la tesi opposta, ovvero che la UE avrebbe dovuto agire come eventualmente voluto dall’Alta Corte della Germania. La questione è tutt’ora aperta e rischia di favorire discussioni tra i rigoristi ed i separatisti. C’è però un segnale molto forte e riguarda l’atteggiamento che prenderà Valdis Dombrovskis, vice presidente della Commissione Europea, il rigorista che si è convertito al sostegno del RF, vedremo se questa sua nuova convinzione potrà guidare anche gli altri rigoristi.

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