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La risposta a Federico Russo e ai commenti dei lettori

Ringrazio i lettori de lavoce.info per i loro commenti, numerosi e costruttivi, al mio articolo sul dimezzamento dei parlamentari. Cercherò di rispondere a quelle che mi sembrano le osservazioni più significative.

QUESTIONI METODOLOGICHE

Alcuni commenti riguardano questioni puramente terminologiche che non sono, a mio parere, particolarmente interessanti. I soldi ricevuti dai parlamentari mensilmente possiamo chiamarli salario, stipendio, indennità o emolumenti, poco cambia nella sostanza. Non ho dubbi che, se tali distinzioni esistono, è perché in alcuni contesti queste differenze possono risultare rilevanti. Non mi sembra però questo il caso, quindi cerchiamo di andare oltre all’erudizione, se possibile. È anche evidente che nel mio confronto ho ignorato rimborsi spese e altri costi, pure rilevanti, e di cui si dovrebbe certamente discutere. C’è poi chi ha anche definito l’indennità parlamentare, un po’ dispregiativamente, “paghetta”. È utile ricordare, nel momento in cui ci apprestiamo a ridurre i privilegi dei nostri rappresentanti, che la remunerazione dei parlamentari rappresenta una grande conquista democratica. Pietro Chiesa, uno dei primi operai a entrare in parlamento ai primi del novecento, faceva il portuale a Genova. I suoi compagni, portuali come lui, raccoglievano denaro per mantenerlo a Roma, tanto era importante che Pietro Chiesa li rappresentasse. All’epoca solo chi era benestante poteva permettersi di sedere in parlamento. L’indennità parlamentare fu introdotta esattamente 100 anni fa e permise a persone come Pietro Chiesa di potersi mantenere senza la colletta dei compagni. Oggi i tempi sono molto cambiati e non vedo molti Pietro Chiesa in circolazione, ma non possiamo dimenticare da dove veniamo se vogliamo capire il presente.

LA COMMISSIONE GIOVANNINI E L’ESEMPIO BRITANNICO

Un lettore chiede un parallelo con i risultati della Commissione sul livellamento retributivo Italia-Europa, detta commissione Giovannini. La commissione confronta le indennità parlamentari di sette paesi europei, compreso il nostro, e svolge un lavoro molto attento di ricostruzione di altri emolumenti, quando possibile. Purtroppo i lavori della commissione si sono conclusi con un nulla di fatto: aveva ricevuto un mandato eccessivamente ampio e pochi margini di manovra. Come si può leggere nel rapporto finale: “la norma istitutiva della Commissione sembra basata sull’ipotesi di una perfetta corrispondenza tra la struttura istituzionale e la struttura retributiva vigenti in Italia e quelle vigenti negli altri paesi”. È evidente che questo non è possibile. È anche evidente che qualsiasi confronto internazionale è sbagliato in partenza perché non si troveranno mai due paesi identici e dunque confrontabili. Il punto centrale della questione diventa dunque la trasparenza e accuratezza delle ipotesi che si fanno nel confrontare i paesi. Il prevalere di un approccio nel quale non si ammettono approssimazioni di alcun tipo rende di fatto qualsiasi confronto impossibile.
Si potrebbero fare le cose diversamente? A mio parere sì. Allego qui un rapporto dellIndependent Parliamentary Standards Authority (IPSA), creato nel 2009 in Gran Bretagna con lo scopo di monitorare le remunerazioni dei parlamentari. Il rapporto è molto recente, all’incirca contemporaneo di quello della commissione Giovannini. A differenza dell’esempio italiano, l’Authority britannica ha un mandato molto più specifico: si occupa solo di parlamentari. La commissione Giovannini, infatti, doveva valutare il livellamento retributivo per “deputati e senatori, per i membri di altri organi di rilievo costituzionale, per i componenti gli organi di vertice di Autorità e Agenzie e per le figure apicali delle rispettive amministrazioni e delle amministrazioni centrali dello Stato, per i sindaci e i consiglieri comunali, per i presidenti e i membri dei consigli regionali e provinciali”. Un classico esempio di eccessiva ambizione, che non ha, di fatto, prodotto un nulla. Scorrendo le pagine del rapporto Ipsa non si può evitare di notare una differenza sostanziale: si danno dei numeri, si prova a fornire una sintesi e delle conclusioni, ci sono delle approssimazioni e si fanno confronti, certamente non impeccabili, ma almeno si fa un tentativo. Questa è la differenza principale. La commissione Giovannini ha, purtroppo, ricevuto un mandato eccessivamente ampio e rigido che non le ha permesso, suo malgrado, di esplicare la funzione richiesta. In parte questa differenza dipende dal fatto che nel Regno Unito l’approccio economico-statistico alla soluzione dei problemi è meno condizionato dal legalismo burocratico che prevale in Italia.

LA RAPPRESENTANZA

Vengo infine al commento di Federico Russo, che solleva dei punti metodologicamente interessanti. Vale qui quanto già detto in precedenza: non esiste un confronto internazionale perfetto. Non è immediato ad esempio se senatori nominati e non eletti direttamente dai cittadini debbano essere conteggiati nel numero complessivo dei parlamentari. Dipende da quello che si vuole fare. Se parliamo di costi, visto che i parlamentari nominati costano come gli altri, mi pare sembra più appropriato includere tutti (eccetto, se vogliamo, i Lord in Gran Bretagna che ricevono solo un rimborso spese). La distinzione fra eletti e non eletti è invece utile se si parla di rappresentanza. I numeri riportati da Russo confermano quello che avevo detto: il numero complessivo di parlamentari potrebbe essere ridotto di circa un terzo e, in ogni caso, non si va lontani dalla mia proposta di 650, il numero di parlamentari della camera bassa eletti nel Regno Unito, un paese molto simile all’Italia per popolazione e reddito.

MODELLO TEDESCO E FEDERALISMO

Quanto all’idea di seguire il modello tedesco e istituire un Senato delle regioni, si tratta di una proposta sul tavolo già da molti anni che, personalmente, non trovo molto utile. L’Italia soffre di localismo cronico e fa fatica a esprimere una classe dirigente realmente nazionale, non credo abbia bisogno di delegare la nomina dei senatori alle regioni, fornendo alle amministrazioni locali ulteriori benefici che non servono a nessuno. O il Senato viene eletto dai cittadini o meglio abolirlo del tutto. Più in generale trovo il confronto fra Italia e paesi federali un po’ fuorviante. Gli Stati Uniti ad esempio saranno pure un paese con un parlamento federale relativamente piccolo ma hanno cinquanta stati, ognuno con Camera, Senato, Governatorato e compagnia bella. Anche la Germania è uno stato federale, l’Italia no. E’ lecito allora chiedersi, visto che non siamo uno stato federale, se a essere ridotta non dovrebbe essere invece la miriade di assemblee locali, alcune delle quali notoriamente inutili (vedi province). Non ho dubbi che il bicameralismo perfetto abbia dei problemi, ma non mi sembra una ragione sufficiente per passare a un Senato che rappresenta le regioni anziché i cittadini, a meno che non si voglia trasformare l’Italia in uno stato federale: nel qual caso bisognerebbe dirlo chiaramente. Ad ogni modo la discussione sul bicameralismo è utile e interessante ma è lontana dal tema del mio articolo: ossia che non esiste un’anomalia Italiana per quanto riguarda il numero di parlamentari e che un’anomalia notevole invece può essere trovata nel livello delle retribuzioni, che vanno drasticamente ridotte. Cerchiamo di non mettere troppa carne al fuoco o altrimenti si finisce con un nulla di fatto, come nel caso della commissione Giovannini.

 

 

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  1. Daniele Cuomo

    Buongiorno professore, si è molto parlato in campo Grillino di due temi molto importanti: l’uscita dall’Euro e della cosiddetta “decrescita felice”. vorrei sapere da lei se converrebbe o meno uscire dall’Euro e, se li ha, qualche nume su questo concetto di decrescita felice che a me continua a rimanere oscuro, grazie.

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