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Robert Mundell, un “re” dell’economia

Ci ha lasciati Robert Mundell, il cui modello ha formato intere generazioni di economisti. Sostenitore della moneta unica, ha unito l’analisi rigorosa di finanza internazionale e tassi di cambio con quella del mercato dei beni. Un ricordo della sua eredità.

Ci ha lasciato Robert Mundell, mentre era nella sua casa in Italia che amava moltissimo. Il suo castello, come raccontava Rudi Dornbusch. Non ho mai visto la casa dei coniugi Mundell ma a noi piaceva pensare che fosse effettivamente un castello perché i castelli sono abitati dai re e Robert Mundell, come economista, un re lo è stato veramente.

Un punto di rifermento per una generazione di economisti

Per noi economisti internazionali che si sono formati negli anni Novanta Mundell era un punto di riferimento. E lo è stato per una fantastica generazione di economisti internazionali precedente alla nostra, da Dornbusch – suo alunno – a Rogoff, Obstfeld, Caballero e non ultimi Basevi, Draghi e Giavazzi. Quegli economisti capaci di analizzare la realtà e i fenomeni economici e di utilizzare i modelli per cogliere l’essenza degli avvenimenti, comprenderli e andare oltre. Quell’atteggiamento che ci porta ad andare in aula con l’intenzione di fare vivere la teoria. È la più bella lezione che ci è stata impartita.

Il modello di Mundell-Fleming ha formato intere generazioni di economisti. È un framework teorico utile per comprendere come gli effetti di breve periodo della politica monetaria e fiscale, in un’economia aperta, dipendano dalla mobilità internazionale dei capitali e dal regime di tasso di cambio. In presenza di cambi flessibili e liberi movimenti di capitali, la politica monetaria diventa un potente mezzo per stabilizzare l’economia, mentre la politica fiscale diventa impotente. L’opposto è vero in presenza di un tasso di cambio fisso. Mundell non si è limitato però a studiare gli effetti delle politiche economiche nel breve periodo ma ha sviluppato modelli dinamici capaci di analizzare l’aggiustamento di lungo periodo dell’economia a squilibri di bilancia dei pagamenti con una profonda capacità di analisi dell’economia reale e monetaria.

Il contesto

La rilevanza delle sue teorie non può essere compresa se non si ricorda il contesto in cui Mundell formulò quell’analisi: la fine del gold exchange standard, i fenomeni di iperinflazione. È quello il periodo in cui i modelli economici hanno un solo attore, il governo, che gestisce sia la politica fiscale sia quella monetaria ponendo la seconda al servizio della prima e portando, nella realtà, ai terribili fenomeni di iperinflazione e svalutazione degli anni Ottanta in Europa e nei paesi latinoamericani e alla conseguente instabilità economica. Mundell era un grande sostenitore della divisione tra istituzioni preposte alla politica fiscale e a quella monetaria. L’idea era di togliere il controllo della politica monetaria – e del tasso di cambio – ai governi che la utilizzano per obiettivi politici senza invece adottare politiche economiche volte alla crescita. Non si fa crescita di lungo periodo attraverso continue svalutazioni o con la sola politica monetaria. Dovremmo averlo imparato, ma il condizionale è d’obbligo nel dibattito economico che si svolge nel nostro paese.

Nello stesso momento in cui era stato critico della politica di strenua difesa del sistema di gold exchange standard da parte della Fed quando – nell’ultimo periodo – era chiaro che non fosse più sostenibile, Mundell è sempre stato a favore della fissità del cambio. Sottolineando però che l’adozione di un cambio fisso comporta anche quella di politiche fiscali e monetarie compatibili con questa scelta, pena il suo fallimento. Come hanno mostrato l’esperienza di tanti paesi, tra cui l’Argentina, esiste una impossible trinity, cioè l’impossibilità di adottare un tasso di cambio fisso e contemporaneamente avere una politica monetaria indipendente per finanziare la spesa pubblica mantenendo la libertà dei movimenti di capitali.

Mundell è poi considerato tra gli artefici della supply-side economics, sostenendo la riduzione delle aliquote fiscali marginali per incentivare la produzione e il consumo di beni e servizi. Anche in questo caso non si può capire il suo pensiero se non lo si contestualizza. Negli anni Settanta negli Stati Uniti il forte aumento dell’inflazione aveva fatto lievitare il reddito dei contribuenti con il conseguente passaggio a scaglioni di reddito aventi aliquote marginali più elevate. La supply-side economics nasce in questo contesto. Nel 1984 il presidente Ronald Reagan aveva seguito tali suggerimenti riducendo le tasse e controllando l’inflazione: politiche che avevano contribuito a produrre una crescita economica annua degli Stati Uniti superiore al 7 per cento.

Mundell e l’euro

In sintesi la capacità di Mundell è stata quella di unire l’analisi rigorosa di finanza internazionale e del cambio con quella del mercato dei beni. La più grande vittoria dei paesi europei, sosteneva, era di aver creato un mercato unico e l’euro ne è il collante fondamentale. Ma quando si parla di Mundell come padre dell’euro e lo si critica o si hanno dubbi sulla moneta unica, come più volte ribadito anche in questi giorni sui quotidiani, ci si dimentica che il progetto e la teoria delle aree monetarie ottimali di Mundell implicavano la libera mobilità dei lavoratori e una politica fiscale comune. L’euro che vediamo è chiaramente un progetto ancora incompiuto.

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Il Punto

  1. Occorre anche ricordare Robert Mundell per un suo contributo del 1957 su AER quando, per primo (o tra i primi), introdusse le condizioni e gli effetti delle migrazioni internazionali nei modelli a concorrenza perfetta, à la Heckscher-Ohlin. Si tratta di un contributo ancora ricordato e citato per affrontare il tema delle migrazioni fra paesi con l’ottica dell’economista internazionale. Come tutti i giganti dell’economia internazionale, è stato in grado di dare contributi fondamentali sia nel campo dell’economia monetaria, sia della teoria pura del commercio internazionale.

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