La crisi innescata dal Covid-19 rischia di aggravare le disuguaglianze. I provvedimenti del governo hanno attutito l’aumento della dispersione del reddito da lavoro nella prima metà del 2020. Ma nel lungo periodo la situazione può essere molto diversa.

La distribuzione dei redditi nel 2020

Il dibattito sugli effetti distributivi delle gravi difficoltà economiche conseguenti la pandemia da Covid-19 è quanto mai acceso, non solo per la severità delle misure adottate per contrastare la diffusione del contagio, ma anche perché sono intervenute quando non erano ancora state riassorbite le conseguenze delle crisi precedenti. È particolarmente vero in Italia, dove l’incidenza della povertà assoluta è quasi doppia rispetto al dato del 2007, con un più moderato aumento della disuguaglianza dei redditi disponibili.

L’analisi tempestiva delle dinamiche distributive è importante per elaborare le politiche appropriate. Tuttavia, studiare in un’ottica congiunturale l’andamento della disuguaglianza è un compito arduo per i ritardi (di due o tre anni rispetto al periodo di riferimento) con cui sono generalmente rilasciati i microdati sul reddito disponibile.

In un recente lavoro utilizziamo i dati della Rilevazione continua sulle forze di lavoro relativi al quarto trimestre del 2019 per valutare l’evoluzione della distribuzione dei redditi durante la prima metà del 2020 e l’efficacia delle misure introdotte dal governo italiano per sostenere i lavoratori durante la crisi pandemica. Ci concentriamo sul reddito da lavoro: almeno nella fase iniziale della crisi, ha verosimilmente risentito di più dell’adozione di provvedimenti di sospensione delle attività produttive e di limitazione degli spostamenti. La misura di reddito da lavoro a livello individuale e familiare è ottenuta seguendo la metodologia sviluppata da Francesca Carta.

Tre scenari

Per simulare quanto successo nella prima metà del 2020 abbiamo considerato tre scenari diversi per la disponibilità e il tipo di ammortizzatori sociali previsti.

Nello “scenario base” non ci sono ammortizzatori e il calo delle ore lavorate osservato nei primi due trimestri del 2020, differenziato in base al settore di occupazione, si tramuta in una perdita del reddito da lavoro per gli individui la cui probabilità stimata di diventare non occupati supera una determinata soglia.

Nello scenario “Ammortizzatori pre-Covid” si considerano gli ammortizzatori previsti dal sistema di welfare prima dell’inizio della pandemia. Nello specifico, i lavoratori nell’industria e nelle imprese con più di cinque dipendenti sono coperti dalla cassa integrazione guadagni, mentre gli occupati per i quali stimiamo la perdita del lavoro nei settori non coperti dalla Cig e quelli il cui contratto scade durante la prima metà del 2020 beneficiano della Nuova assicurazione sociale per l’impiego (Naspi).

Nello scenario “Ammortizzatori post-Covid” consideriamo anche gli strumenti introdotti dai decreti “Cura Italia” e “Rilancio” per sostenere il reddito dei lavoratori durante la pandemia: i) l’estensione della Cig a tutti i lavoratori che abbiano subito una riduzione delle ore lavorate (a fronte del divieto di licenziamento); ii) il bonus a somma fissa di 600 euro per i lavoratori autonomi per i mesi di marzo e aprile e per gli occupati nel settore turistico e agricolo; iii) il bonus di 100 euro per gli occupati nei settori non sospesi e che non hanno potuto avvalersi del lavoro a distanza.

Leggi anche:  Il reddito? Si capisce dal Cap

Non abbiamo considerato il reddito di emergenza e il reddito di cittadinanza perché non è possibile simulare l’eleggibilità delle famiglie a queste misure con le informazioni disponibili nella Rcfl.

I risultati

La figura 1 mostra che nello scenario base il calo reddituale riguarda soprattutto i lavoratori a termine (meno tutelati dal punto di vista contrattuale) e gli autonomi. Nello scenario che considera solo gli ammortizzatori preesistenti alla pandemia la perdita relativa per gli occupati a termine si attenua in misura significativa, principalmente per effetto della Naspi, mentre resta invariata quella stimata per gli occupati indipendenti. Nello scenario che considera anche gli ammortizzatori “straordinari”, la variazione del reddito da lavoro è decisamente più contenuta anche per i lavoratori indipendenti grazie all’introduzione del bonus di 600 euro.

Figura 1 – Variazione media del reddito da lavoro mensile netto individuale nel periodo marzo-maggio 2020, in percentuale del reddito osservato nel quarto trimestre del 2019

Fonte: elaborazione sui dati relativi al quarto trimestre del 2019 della Rilevazione continua sulle forze di lavoro.
Nota: Si considera il campione di famiglie in cui non vivono pensionati, con persona di riferimento tra i 15 e i 64 anni e in cui vi era almeno un occupato nel quarto trimestre del 2019. All’interno di questo campione, si considerano gli individui tra i 15 e i 64 anni occupati nel quarto trimestre del 2019 e le famiglie con almeno una persona occupata nel quarto trimestre del 2019. La condizione occupazionale del lavoratore fa riferimento a quella rilevata nel quarto trimestre del 2019. La retribuzione media mensile netta nell’ultimo trimestre del 2019 è pari a 1440 euro per i dipendenti con contratto a tempo indeterminato, 1030 per i temporanei; il reddito da lavoro mensile netto imputato per i lavoratori autonomi è di 1370 euro. La misura di reddito da lavoro negli scenari “Ammortizzatori pre-Covid” e “Ammortizzatori post-Covid” include gli ammortizzatori sociali oggetto di simulazione (Cig, bonus per il lavoro autonomo, sussidio di disoccupazione Naspi e rimborso di 100 euro per il lavoro in presenza).

La variazione percentuale del reddito nelle nostre simulazioni non è omogenea lungo la distribuzione (figura 2). Nello scenario base, le famiglie appartenenti al quinto più basso della distribuzione del reddito da lavoro equivalente subiscono una perdita di oltre il 20 per cento, che scende a meno del 15 per cento per i nuclei che si collocano nel quinto più alto. Il risultato riflette il fatto che i lavoratori appartenenti ai nuclei nei quinti più poveri sono occupati con maggiore probabilità nei settori soggetti alle misure di sospensione attuate in primavera e svolgono in media mansioni che più difficilmente consentono di avvalersi del lavoro a distanza. Tuttavia, gli ammortizzatori sociali esistenti, e soprattutto quelli potenziati durante la pandemia, sono in grado di attutire i cali reddituali specialmente per le famiglie più povere.

Leggi anche:  Welfare state: il futuro è nel ritorno a Beveridge

Figura 2 – Variazione media del reddito da lavoro mensile netto familiare nel periodo marzo-maggio 2020 lungo la distribuzione del reddito da lavoro equivalente, in percentuale rispetto al reddito da lavoro familiare pre-crisi

Fonte: elaborazione sui dati relativi al quarto trimestre del 2019 della Rilevazione continua sulle forze di lavoro.
Nota: Si considera il campione di famiglie in cui non vivono pensionati, con persona di riferimento tra i 15 e i 64 anni e in cui vi era almeno un occupato nel quarto trimestre del 2019. La misura di reddito da lavoro negli scenari “Ammortizzatori pre-Covid” e “Ammortizzatori post-Covid” include gli ammortizzatori sociali oggetto di simulazione (Cig, bonus per il lavoro autonomo, sussidio di disoccupazione Naspi e rimborso di 100 euro per il lavoro in presenza).

Nello scenario che ipotizza l’assenza di ammortizzatori sociali, il calo del reddito da lavoro e l’aumento delle persone che vivono in famiglie senza occupati determinano un significativo aumento della disuguaglianza: l’indice di Gini del reddito da lavoro equivalente sale di 4 punti percentuali nella prima metà del 2020, dal 34,8 per cento del 2019. L’incremento è superiore a quello registrato durante il periodo della grande recessione e della successiva crisi del debito sovrano. Nello scenario che considera anche gli ammortizzatori sociali introdotti con i decreti “Cura Italia” e “Rilancio” l’incremento della disuguaglianza viene attutito in misura maggiore rispetto allo scenario con solo gli strumenti pre-pandemia. In particolare, un sostegno rilevante è esercitato dal bonus per i lavoratori autonomi, i quali risultavano sprovvisti di protezione prima dello scoppio della crisi.

Tuttavia, se nel breve termine gli ammortizzatori sociali introdotti per fronteggiare la crisi appaiono in grado di compensare le perdite reddituali, nel medio periodo il rischio di un aumento della disuguaglianza rimane elevato. Questo riflette sia la natura straordinaria, e quindi temporanea, dei nuovi ammortizzatori sia la capacità del mercato del lavoro di riassorbire i lavoratori spiazzati nei settori più colpiti. La crisi ha mostrato i limiti del nostro sistema di sicurezza sociale, caratterizzato da una forte eterogeneità nel grado di protezione delle diverse categorie di lavoratori. Sarebbe quindi opportuno un suo ripensamento complessivo, proprio per limitarne la frammentarietà, che nelle fasi di emergenza richiede interventi ad hoc, il cui disegno potrebbe rispondere più a logiche di urgenza che di efficienza economica.

* Le idee e le opinioni espresse in questo articolo sono da attribuire esclusivamente alle autrici e non coinvolgono la responsabilità dell’Istituto di appartenenza.

** Questo articolo è apparso in contemporanea anche su EticaEconomia.

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molte altre testate, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!