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Covid e lavoro, cambiamenti transitori o strutturali?*

Il rapporto integrato sul mercato del lavoro nel 2020 fotografa le ricadute delle limitazioni imposte dalla pandemia su livelli occupazionali, intensità lavorativa e modalità di erogazione delle prestazioni. Da dove ripartire e quali errori non ripetere.

La pandemia ha richiesto eccezionali misure di vigilanza sanitaria che hanno imposto forti limitazioni con ricadute complessivamente negative ma disomogenee sui livelli occupazionali, l’intensità lavorativa e la modalità di erogazione delle prestazioni, come testimonia il Rapporto integrato sul mercato del lavoro 2020. La quantità di lavoro richiesta dall’economia in termini di unità di lavoro equivalenti (Ula) è stata nel 2020, rispetto allo stesso periodo del 2019, pari a -5,6 per cento nel primo trimestre, -19,5 per cento nel secondo e -4,7 per cento nel terzo. Conseguentemente l’Inps ha processato un numero enorme di richieste di Cig, 20 volte superiore rispetto al 2019, garantendo pagamenti diretti a 3,6 milioni di lavoratori e a conguaglio per altri 3,4 milioni, autorizzando il 98 per cento delle richieste e pagandone il 99 per cento (si veda il Monitoraggio Inps).

Ma se gli effetti sull’occupazione sono simili a quelli visti in altre crisi seppure con un’intensità maggiore (e con aspettative negative), invece il cambiamento nell’erogazione della prestazione è stato sorprendente: in pochi giorni il lavoro si è destrutturato, su base fiduciaria, a norma vigente e tecnologia disponibile.

Effetti sui livelli occupazionali, sull’intensità lavorativa e i redditi

La variazione occupazionale tra i primi 3 trimestri del 2020 e quelli del 2019, registrata dalla Rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat, è stata pari a -2 per cento (-470 mila unità), con un formidabile picco nel secondo (-841 mila). L’occupazione si contrae del 2,8 per cento per le donne, del 4,8 per cento per chi ha soltanto la licenza media, del 3,7 per cento per i giovani. Il lavoro a termine conferma invece tutta la sua vulnerabilità, avendo contribuito per l’84 per cento al calo occupazionale complessivo. Marcata è stata la contrazione delle professioni esecutive (specie nel commercio) e di quelle non qualificate, mentre tra i settori economici più penalizzati spiccano alberghi e ristorazione e servizi domestici.

Le restrizioni hanno prodotto un crollo della domanda che si è tradotto anche in una riduzione dell’intensità di lavoro in termini di “ore effettivamente lavorate nella settimana” (si veda Lucarelli e Spizzichino), passate in un anno da 34,8 a 27,6 ore con una perdita di 7,2 ore a settimana, con la contrazione più forte nel settore alberghi e ristorazione (-19,8 ore). I lavoratori autonomi segnalano una flessione di -12 ore a settimana rispetto alle -6 dei dipendenti. Il ripiegamento è stato maggiore per la componente maschile, i giovani e per gli stranieri.

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I redditi sono caduti del 21,5 per cento, ma grazie agli aiuti la riduzione reale si è fermata all’11,8 per cento: ciò ha solo parzialmente attenuato le tensioni sociali ma le disuguaglianze sono comunque aumentate (Oxfam). Il governo ha sostenuto sia l’occupazione, sia i consumi che i redditi (blocco dei licenziamenti, Cig, bonus, ristori, reddito d’emergenza e di cittadinanza). Il risultato, paradossale, è la diminuzione sia dell’occupazione sia della disoccupazione con un contestuale aumento dell’inattività, dovuto alle limitazioni negli spostamenti e alle chiusure di molte attività economiche che hanno impedito le azioni di ricerca attiva di lavoro.

Modalità di erogazione della prestazione lavorativa

Le disposizioni imposte per fronteggiare l’epidemia hanno avuto conseguenze dirompenti sull’organizzazione del lavoro, modificando in maniera improvvisa e radicale la modalità di erogazione della prestazione lavorativa (Figura 1). Nel raffronto tra i primi 3 trimestri 2020 con quelli del 2019, le persone che hanno lavorato a casa (al netto di 1,7 milioni in Cig) sono passate da 1 milione a 3 milioni, con un picco di 4,4 milioni nel secondo trimestre 2020 (Della Ratta, Sabbatini, 2021). Ovvero, nel 2019 le persone che si recavano presso un luogo di lavoro erano 21,5 milioni, dato stabile nel tempo e pari al 96 per cento degli occupati, mentre nel 2020 sono state 19,8 milioni, l’87 per cento.

Figura 1 – Occupati per modalità di erogazione della prestazione lavorativa per varie caratteristiche, anni 2019 e 2020 (valori assoluti in migliaia scala dx, variazioni percentuali scala sx).
Fonte: Istat, rilevazione forze lavoro (primi tre trimestri).

L’Italia, va detto, era sostanzialmente ultima in Europa per utilizzo del lavoro agile (si veda Eurofound). Il distanziamento sociale ha accelerato la diffusione del lavoro da remoto che, però, rimane molto al di sotto del suo potenziale: Gallo (2009) stima nel 36 per cento le occupazioni telelavorabili, l’equivalente di 8 milioni di lavoratori. Pertanto, si è venuta a creare un’ulteriore segmentazione nel mondo del lavoro tra chi può erogare la prestazione lavorativa da remoto e chi è intrinsecamente legato alla presenza. La discriminante, ancora una volta, è lavorare in territori, settori e professioni ad alta/bassa intensità tecnologica e di capitale umano (si veda Depalo e Giorgi). Quando si tratta di cambiamenti così radicali non è opportuno fare proiezioni sul futuro utilizzando categorie del passato: la penetrazione del cambiamento tecnologico è crescente, ma non uniforme. Il sistema è in continua evoluzione: serve un’adeguata elaborazione culturale per compiere scelte consapevoli (si veda a Mandrone).

Frutto maturo, forse tardivo

L’Economist rifletteva sui cent’anni di routine consolidate andate in frantumi: dall’ufficio alla scuola, dai mezzi pubblici affollati al traffico congestionato, dalle code del week-end alle file al ristorante, dalla fabbrica al teatro. Quel trantran – bello o brutto – è finito. Serve un po’ di adattamento per superare il disorientamento iniziale. Il Covid-19 è stato il detonatore di una serie di processi di riorganizzazione che altri paesi avevano già avviato: il lavoro agile è diventato una opzione disponibile, una conquista irreversibile, l’esito del progresso tecnologico, della convergenza digitale, dei costumi sociali, dei tempi (De Masi, Butera). L’ennesimo caso di serendipity: cercando una soluzione all’epidemia abbiamo scoperto nuove forme di erogazione della prestazione lavorativa.

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La straordinaria capacità di adattamento degli italiani è pari al conservatorismo del sistema produttivo, privato e pubblico. Il cambiamento ha in gran parte funzionato e, dopo il rodaggio iniziale, abbiamo capito che si può fare – sebbene vada migliorato – dimostrando come l’ostilità della dirigenza all’innovazione, soprattutto organizzativa, fosse sbagliata. Solo 12 mesi fa si guardava con favore a sistemi di controllo e di sanzionamento novecenteschi: tornelli, impronte digitali, telecamere, adempimenti. Il caposaldo di quella cultura produttiva era la presenza fisica: un totem abbattuto dal Covid, un atteggiamento che ora appare miope, profondamente inefficiente e sovente ingiusto. Un ostracismo che ha frenato molti cambiamenti già da tempo possibili, che ha dirottato molte risorse su grandi opere che appaiono anacronistiche in un mondo digitale, che ha procrastinato la modernizzazione del Paese, depotenziandolo. È mancata l’autocritica. Va costruito un sistema basato su reciprocità, responsabilità, tecnologia diffusa e obiettivi condivisi. Un conformismo che va evitato nell’impiego del Next Generation EU: non va ricostruito un sistema sbagliato, diseguale, inquinante. Sembra prevalere il ripristinare sul riprogettare: serve un up-grade, non un back-up.

La dimensione digitale allarga la prospettiva del nostro patto sociale. Ma saprà garantire quella massa critica, quelle collisioni creative, quel motore epistemologico che sono state le fabbriche, le scuole e le piazze nel ’900, ovvero essere terreno di cova dell’innovazione tecnologica, delle relazioni sociali e del progresso civile ed economico?

* Le opinioni espresse dagli autori non rappresentano l’Istituto di appartenenza.

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Tutela della salute o dell’economia? Italiani confusi*

  1. Roberto S.

    Beh, insomma, se il telelavoro implica ricevere richieste di prestazione alle 6 del mattino o alle 2 di notte, con l’aspettativa da parte del richiedente che esse siano soddisfatte nel “normale tempo di esecuzione” (ad esempio, un’ora) e che te consegni il lavoro alle sette o alle 3 di notte…
    Se inoltre il “normale tempo di esecuzione” viene inteso come ridotto alla metà (“perché stai comodo e non hai distrazioni”), tacendo che magari ti servirebbe il documento cartaceo non acquisito a suo tempo dal sistema e non sai dove sbattere la testa e devi “ricostruirlo” in qualche modo, ecco, la “riduzione di ore” o la “maggiore efficienza” sono solo belle parole. Certo, aumenta il margine operativo per l’azienda, per i risparmi che ottiene su utenze, manutenzioni e consumi, ma francamente ti riduce a chip saldato su scheda di vetronite.

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