Lavoce.info

Su economia verde e digitale il Pnrr sbaglia le premesse

C’è un errore di fondo nella bozza del Pnrr. L’Italia non deve diventare un mercato di consumo di soluzioni un po’ più digitali e un po’ meno inquinanti. Ma trasformarsi in una fabbrica di nuove tecnologie da adottare localmente ed esportare globalmente.

Perché la Commissione insiste su “digital” e “green”

C’è un errore di fondo nella logica alla base della bozza di Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) approvata dal governo, almeno nei due assi strategici della digitalizzazione (“digital”) e dalla transizione ecologica (“green”).

L’obiettivo di fondo della Recovery and Resilience Facility (Rrf) della Commissione europea, dalla quale il Pnrr prende le mosse, è infatti quello di indurre una strutturale trasformazione del sistema di offerta industriale europeo che insiste sui settori “digital” e “green”, e solo secondariamente quello di stimolare la domanda finale nei singoli paesi. In altre parole, il piano punta a far nascere una nuova filiera tecnologica dell’energia sostenibile da esportare in tutto il mondo e, tramite essa, ridurre le emissioni di CO2 nei singoli stati dell’Unione europea. Per fare un esempio ancora più chiaro: i fondi non vanno dedicati ad assumere funzionari per i tribunali italiani, dotandoli finalmente di un computer, ma a sviluppare tecnologie scalabili per i servizi di cybersecurity e di natural language processing mirati a gestire in modo più efficiente i processi della giustizia.

La scelta dei due specifici ambiti di intervento da parte della Commissione, infatti, non è orientata ai soli obiettivi di efficientamento e compatibilità ambientale della domanda finale, bensì alla creazione di nuove “trade specialisation” (specializzazioni) per riposizionare l’economia europea nella competizione globale su innovazione e sostenibilità. I soldi pubblici meglio spesi sono quelli che favoriscono la nascita di nuove specializzazioni industriali, per sostenere le quali co-finanziano con capitali privati lo sviluppo di tecnologie a monte con investimenti di lungo termine e alimentano la domanda a valle con impegni di procurement strategico.

La bozza del Pnrr identifica correttamente il digitale come “general purpose technology”, ovvero tecnologia abilitante e trasversale, con applicazioni intersettoriali ed effetti di esternalità positive su ambiti diversificati di mercato. La definizione è fin dall’origine applicata anche all’energia elettrica, la cui evoluzione verso l’impatto zero a monte e l’applicazione tramite tecnologie intelligenti a valle costituisce l’essenza dell’asse strategico “green”.

Le priorità europee su innovazione e sostenibilità vanno quindi viste come interventi abilitanti di natura trasversale, con impatto positivo su tutti i contesti applicativi, sia economici che sociali. Anche per questa ragione gli investimenti del Pnrr vanno destinati in via prioritaria a monte delle catene del valore che caratterizzano le tecnologie in ambito green e digital. La quota di valore aggiunto che può essere ottenuta in queste fasi è infatti molto maggiore di quella che si può estrarre nei segmenti a valle.

Alla ricerca di tecnologie innovative

Le tecnologie che consentono di mettere a punto e rendere economicamente efficienti le fonti di energia rinnovabile producono fenomeni di scala a livello globale; la loro applicazione nella produzione di energia influisce invece solo localmente, mentre il consumo non ha significativi effetti di scala. In più, la produzione da fonti rinnovabili riceve tuttora una grande quantità di sussidi pubblici, e spesso impone sovrapprezzi iniqui ai consumatori finali, con impatti regressivi. Interventi che puntino allo sviluppo di nuove tecnologie rinnovabili nelle fasi upstream, come ad esempio quelle sull’idrogeno green, possono quindi ottenere il doppio effetto di aprire nuovi mercati globali e di ridurre l’ammontare di spesa pubblica corrente attualmente dedicata a compensare il differenziale di costo rispetto alle fonti fossili.

Analogamente, la filiera delle tecnologie digitali ha effetti di scala globali nelle fasi a monte della catena del valore, dai processori agli algoritmi di intelligenza artificiale, alle architetture di cybersecurity. Ha invece un’efficacia essenzialmente regionale per le installazioni di cloud computing ed effetti solo locali nella parte di infrastrutture di connettività e nelle fasi di applicazione di mercati a valle. Per intenderci: un conto è finanziare lo sviluppo di Gaia-X, puntando su un’architettura tecnologica federata, sicura e distribuita, definendo così la risposta tecnologica europea a Google, Microsoft, Ibm e Cisco. Un altro è spendere miliardi per comprare computer e pacchetti applicativi esistenti da far adottare alla pubblica amministrazione locale, con effetti sulla produttività tuttora incerti. Il rischio da evitare è quello di un malinteso keynesismo tecnologico, sprecando soldi per scavare buche nei database e poi riempirle di dati che non si sanno analizzare.

Il Pnrr, quindi, non deve servire a trasformare il paese in un mercato di consumo di soluzioni un po’ più digitali e un po’ meno inquinanti. Deve servire a farlo diventare fabbrica di nuove tecnologie da adottare localmente e da esportare globalmente, inserendole in catene del valore articolate in tutto il resto d’Europa, con un’adeguata divisione del lavoro basata sulle relative specializzazioni settoriali. La Recovery and Resilience Facility non è un mero trasferimento di risorse finanziarie per compensare uno shock asimmetrico, ma uno strumento strategico di lungo termine per rinsaldare il legale economico e sociale tra Italia e Unione europea, riallineando il nostro paese al percorso di crescita degli stati più dinamici e integrandolo nelle nuove filiere sostenibili ad alta tecnologia che favoriranno la trasformazione dei mercati globali nei prossimi anni. I fondi dovranno essere ripagati dalle nuove generazioni: non vanno destinati a distribuire bonus e prebende per i padri d’Italia, bensì a costruire piattaforme d’offerta di prodotti e servizi innovativi e sostenibili per i figli dell’Europa di domani.

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molte altre testate, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!

Precedente

Le rimesse dall’Italia in quattro grafici

Successivo

Il Punto

  1. Henri Schmit

    Per evitare che l’Italia si riduca sempre di più ad un’espressione geografica per supermecati, ospedali, scuole, tribunali e caserme, si deve passare dalla mentalità dei fondi europei come risorse da distribuire fra clienti ad un progetto di paese competitivo che attrae l’investimento nelle aree di eccellenza e del futuro che l’autorità pubblica deve incentivare. Il mercato comune e l’unione monetaria sono state fatte per questo, per stimolare tutti i paesi membri ad essere efficienti e competitivi. Il declino economico dell’Italia è iniziato con la fine delle svalutazioni competitive che coincide all’incirca con il passaggio del paese da beneficiario netto a contributore netto dell’UE (non in termini di flussi effettivi ma in termini di potenziale concesso e non interamente utilizzato). Il declino culturale è probabilmente più radicato. La mentalità sbagliata criticata dal prof. ACM è quella del beneficiario netto assistito. Il progetto alternativo implica riforme strutturali precise e ambiziose, ma anche condivise, cioè valide sul medio-lungo periodo. Fra il dire e il fare c’è purtroppo il mare. Non è una riforma ipermaggioritaria quasi dispotica delle istituzioni che favorisce le riforme, ma un discorso pubblico veritiero e il covincimento dei cittadini: se loro capiscono l’alternativa volgeranno le spalle alle sirene sia del nazionalismo ignorante e delle riforme fasulle, sia della spesa irresponsabile e della retorica anti-liberale.

    • Antonio Carbone

      Totalmente d’accordo.
      Il “discorso pubblico veritiero”, purtroppo, non solo è assente ma, a me sembra, quasi osteggiato.
      Chi vorrebbe aprire una discussione sul merito delle questioni aperte, viene vissuto sempre più come colui che “disturba il conducente”. Sembra anche che si sia rotto (se mai sia esistito) il collegamento tra quello che si chiamava “paese reale” (imprese, famiglie, lavoratori, scuola) e gli organi rappresentativi (la politica in primo luogo, ma anche le organizzazioni di categoria) e dell’informazione (che sembra solo interessata a farsi “portavoce” della politica e dei singoli politici, o amplificatore dei peggiori umori).
      Eppure, nonostante questa palude, credo ancora nella forza innovatrice della società.
      Ma questo mio è solo un sentimento, purtroppo non supportato da alcun elemento razionale….

  2. Francesco

    Ma come è possibile realizzare tutto ciò, se abbiamo una PA fatta per lo più di passacarte e una classe dirigente assolutamente incapace di fare politica industriale? Dobbiamo sperare che Ursula ordini agli eserciti tedesco e olandese di invaderci. O sbaglio?

    • Antonio

      Investire nella ricerca. Non comprare la tecnologia degli altri ma spingere internamente a sviluppare competenze e progetti nazionali. La ricetta mi sembra ovvia. Cordialmente

  3. bob

    “Deve servire a farlo diventare fabbrica di nuove tecnologie da adottare localmente e da esportare globalmente…”
    Il Professore dimentica un dato fondamentale: il tempo di realizzazione di una conversione così importante! Quanto tempo occorre?
    Soprattutto per un Paese rimasto indietro di 40 anni
    I progetti per mia esperienza sono fattibili solo se indicano con chiarezza un parametro fondamentale: il tempo!

  4. Alessandro

    Complimenti articolo bellissimo

  5. Concordo, ma non era meglio fare un piano di investimenti europeo,magari finanziato da Bei,per avere un approccio integrato europeo?

  6. Marcello

    Perchè non spieghiamo come sono state declinate le drettive europee sull’energia fino a oggi? Prendiamo per esempio il caso dell’obbligo di immissione al consumo del 10% di carburanti rinnovabili per la trazione. L’Italia importa la quasi totalità del carburante, in genere biodiesel che proviene da piante alimentari. per esempio la bioraffineria di Porto Marghera che rifornisce le navi della Marina Militare Itlaiana produce biodiesel da olio di palma, responsabile della deforestazione del Sud Est Asia. Oppure il mais dell’Argentina. Il mercato dei certificati di immisisone non è mai decollato. Le coltivazioni e produzioni di biodiesel di seconda generazione, piante non alimentari, non sono mai state preso in esame, nonostante i diversi studi di fattibilità di varie università. In italia ci sono milioni di ettari coltivati a cereali che potrebbero usare queste painte in rotazione. Dicono, da anni, che stanno investendo sulla terza generazione, essenzialmente alghe, peccato che la sostenibilità economica non esiste in questo caso ed è lungi dal realizzarsi. Franzen dice di smettere di fingere e credo che abbia ragione. Facciamo quello che siamo in grado di fare già oggi. Una volta si diceva pensa globale e agisci locale, cosa si aspetta?

  7. Lorenzo

    Per parafrasare D’Azeglio, a fine secolo scorso fu fatta l’Europa e subito dopo, con i governi targati Mediaset, gli italiani mancarono di farsi europei.

Lascia un commento

Non vengono pubblicati i commenti che contengono volgarità, termini offensivi, espressioni diffamatorie, espressioni razziste, sessiste, omofobiche o violente. Non vengono pubblicati gli indirizzi web inseriti a scopo promozionale. Invitiamo inoltre i lettori a firmare i propri commenti con nome e cognome.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén