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  1. Lorenzo Rispondi
    Per parafrasare D'Azeglio, a fine secolo scorso fu fatta l'Europa e subito dopo, con i governi targati Mediaset, gli italiani mancarono di farsi europei.
  2. Marcello Rispondi
    Perchè non spieghiamo come sono state declinate le drettive europee sull'energia fino a oggi? Prendiamo per esempio il caso dell'obbligo di immissione al consumo del 10% di carburanti rinnovabili per la trazione. L'Italia importa la quasi totalità del carburante, in genere biodiesel che proviene da piante alimentari. per esempio la bioraffineria di Porto Marghera che rifornisce le navi della Marina Militare Itlaiana produce biodiesel da olio di palma, responsabile della deforestazione del Sud Est Asia. Oppure il mais dell'Argentina. Il mercato dei certificati di immisisone non è mai decollato. Le coltivazioni e produzioni di biodiesel di seconda generazione, piante non alimentari, non sono mai state preso in esame, nonostante i diversi studi di fattibilità di varie università. In italia ci sono milioni di ettari coltivati a cereali che potrebbero usare queste painte in rotazione. Dicono, da anni, che stanno investendo sulla terza generazione, essenzialmente alghe, peccato che la sostenibilità economica non esiste in questo caso ed è lungi dal realizzarsi. Franzen dice di smettere di fingere e credo che abbia ragione. Facciamo quello che siamo in grado di fare già oggi. Una volta si diceva pensa globale e agisci locale, cosa si aspetta?
  3. Pierfrancesco Rispondi
    Concordo, ma non era meglio fare un piano di investimenti europeo,magari finanziato da Bei,per avere un approccio integrato europeo?
  4. Alessandro Rispondi
    Complimenti articolo bellissimo
  5. bob Rispondi
    "Deve servire a farlo diventare fabbrica di nuove tecnologie da adottare localmente e da esportare globalmente..." Il Professore dimentica un dato fondamentale: il tempo di realizzazione di una conversione così importante! Quanto tempo occorre? Soprattutto per un Paese rimasto indietro di 40 anni I progetti per mia esperienza sono fattibili solo se indicano con chiarezza un parametro fondamentale: il tempo!
  6. Francesco Rispondi
    Ma come è possibile realizzare tutto ciò, se abbiamo una PA fatta per lo più di passacarte e una classe dirigente assolutamente incapace di fare politica industriale? Dobbiamo sperare che Ursula ordini agli eserciti tedesco e olandese di invaderci. O sbaglio?
    • Antonio Rispondi
      Investire nella ricerca. Non comprare la tecnologia degli altri ma spingere internamente a sviluppare competenze e progetti nazionali. La ricetta mi sembra ovvia. Cordialmente
  7. Henri Schmit Rispondi
    Per evitare che l'Italia si riduca sempre di più ad un'espressione geografica per supermecati, ospedali, scuole, tribunali e caserme, si deve passare dalla mentalità dei fondi europei come risorse da distribuire fra clienti ad un progetto di paese competitivo che attrae l'investimento nelle aree di eccellenza e del futuro che l'autorità pubblica deve incentivare. Il mercato comune e l'unione monetaria sono state fatte per questo, per stimolare tutti i paesi membri ad essere efficienti e competitivi. Il declino economico dell'Italia è iniziato con la fine delle svalutazioni competitive che coincide all'incirca con il passaggio del paese da beneficiario netto a contributore netto dell'UE (non in termini di flussi effettivi ma in termini di potenziale concesso e non interamente utilizzato). Il declino culturale è probabilmente più radicato. La mentalità sbagliata criticata dal prof. ACM è quella del beneficiario netto assistito. Il progetto alternativo implica riforme strutturali precise e ambiziose, ma anche condivise, cioè valide sul medio-lungo periodo. Fra il dire e il fare c'è purtroppo il mare. Non è una riforma ipermaggioritaria quasi dispotica delle istituzioni che favorisce le riforme, ma un discorso pubblico veritiero e il covincimento dei cittadini: se loro capiscono l'alternativa volgeranno le spalle alle sirene sia del nazionalismo ignorante e delle riforme fasulle, sia della spesa irresponsabile e della retorica anti-liberale.
    • Antonio Carbone Rispondi
      Totalmente d'accordo. Il "discorso pubblico veritiero", purtroppo, non solo è assente ma, a me sembra, quasi osteggiato. Chi vorrebbe aprire una discussione sul merito delle questioni aperte, viene vissuto sempre più come colui che "disturba il conducente". Sembra anche che si sia rotto (se mai sia esistito) il collegamento tra quello che si chiamava "paese reale" (imprese, famiglie, lavoratori, scuola) e gli organi rappresentativi (la politica in primo luogo, ma anche le organizzazioni di categoria) e dell'informazione (che sembra solo interessata a farsi "portavoce" della politica e dei singoli politici, o amplificatore dei peggiori umori). Eppure, nonostante questa palude, credo ancora nella forza innovatrice della società. Ma questo mio è solo un sentimento, purtroppo non supportato da alcun elemento razionale....