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Una vittoria di Pirro per Giuseppe Conte?

Dopo la rinnovata fiducia di Camera e Senato, il governo va avanti. Il quadro politico rimane però particolarmente instabile, con una maggioranza sempre meno coesa. Per il Conte II, la fine potrebbe essere già iniziata, ma non per il Parlamento.

Il Parlamento rinnova la fiducia a Conte

Tira un sospiro di sollievo il governo Conte II: Camera e Senato hanno confermato la fiducia nell’esecutivo. Tuttavia, l’uscita di Italia Viva dalla maggioranza che lo sostiene esplicitamente (non vota contro ma nemmeno vota a favore) rende particolarmente instabile il quadro politico. Inoltre, la stessa maggioranza appare sempre meno coesa e da più parti arrivano richieste per un cambio di passo. Cosa succederà quindi nelle prossime settimane? Nonostante il voto, il requiem per il Conte II sembrerebbe già cominciato.

Con 322 voti favorevoli alla Camera e con 156 voti favorevoli al Senato, il governo Conte II ha ottenuto nuovamente la fiducia del Parlamento. Il successo numerico è da ascriversi principalmente al presidente del Consiglio, che ha scelto una strategia forse poco popolare, ma evidentemente piuttosto efficace, di convincimento e “reclutamento” dei parlamentari. Non si spiegano altrimenti i contenuti dei discorsi ai due rami del Parlamento: non una parola sui numeri dell’emergenza sanitaria ed economica o su come uscirne, ma un riferimento esplicito alla necessità di riformare in senso proporzionale la legge elettorale. Un messaggio diretto a deputati e senatori in quanto personale politico in cerca di conferme, non certo un appello alla nazione o ai suoi rappresentanti. Che il successo numerico però non sia automaticamente anche un successo politico sembra esserne ben conscio lo stesso presidente del Consiglio che, infatti, ha subito informato il Colle delle sue strategie future che prevedono, sembra, la formazione di un gruppo parlamentare intorno alla sua persona. Ma che senso ha questa operazione? Per capirlo, bisogna prima riflettere sulla differenza tra consenso numerico e consenso politico.

“1 vale 1” solo in matematica

Nonostante la maggioranza aritmetica, i calcoli della politica si basano su valori ben diversi. Ragionando sui numeri, infatti, potremmo definire la votazione del 19 gennaio al Senato tutt’altro che stupefacente, anzi, addirittura un gran successo. Si può infatti guardare a come si è “evoluta” la fiducia del Parlamento nei confronti del governo Conte per capire se è cresciuta o diminuita nel tempo. Nella tabella 1 si riportano le votazioni su cui il governo ha posto la questione di fiducia negli ultimi sei mesi e, per memoria, le votazioni di fiducia nel momento della presentazione al Parlamento del governo Conte I e il governo Conte II.

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Dal punto di vista matematico, le cifre sono confortanti per il governo Conte. Tuttavia, è evidente che quando il consenso al Senato resta sotto la soglia di maggioranza assoluta (161) quello che accade fuori dalla maggioranza diventa molto rilevante. Fino a dicembre questa preoccupazione non esisteva. Ma se il 19 gennaio Matteo Renzi avesse deciso di votare “no” invece che astenersi, la votazione sarebbe risultata in un pareggio, se non addirittura in una sconfitta ove il senatore Ciampolillo non fosse stato ammesso a votare. Le cifre della politica danno, dunque, molto meno respiro a Conte di quanto faccia la matematica.

Il partito di Conte

È proprio per questo che il presidente del Consiglio sta lavorando – sembra – alla formazione di un suo gruppo parlamentare. Non che creare partiti in Parlamento sia sempre un’operazione felice. Ma un nuovo partito, dato da alcuni sondaggi già oltre il 15 per cento, offre una prospettiva sicura ai transfughi, nonché ai parlamentari che appartengono a partiti piccoli. Per i primi, approdare in un partito con un buon consenso significa non dover rinunciare necessariamente al proprio scranno in future elezioni dopo il “tradimento” alla lista di appartenenza. Sui secondi, invece, indipendentemente dalla legge elettorale che sarà usata, grava un forte pericolo di esclusione dopo la riduzione dei seggi parlamentari, in quanto le soglie implicite di accesso saranno più alte. Cosa di meglio quindi di un partito grande, in cerca di senatori (soprattutto) e deputati? Infine, un gruppo costituito sotto la sua diretta influenza darebbe al presidente del Consiglio un maggior controllo del Parlamento. Per capire quanto la cosa sia importante, basti pensare alle burrascose esperienze di Romano Prodi, per due volte leader senza un partito, o più di recente di Enrico Letta.

Due prospettive diverse per governo e Parlamento

L’operazione avrà successo? Probabilmente no. Innanzitutto, i deputati e senatori interessati a entrare nel nuovo partito sembrano ancora troppo pochi per dare alla nuova formazione politica la consistenza necessaria per formare un gruppo parlamentare. Secondariamente, nonostante le apparenti aperture di alcuni esponenti di Italia Viva negli ultimi giorni e benché tutto sia possibile in politica, risulta poco probabile che Conte sia disposto a riaccogliere Renzi nell’alveo della sua maggioranza. In aggiunta, l’azione di governo, negli ultimi mesi e ancor di più nelle ultime settimane, non sembra particolarmente vivace. Dopo il sì al referendum sul taglio dei parlamentari, il Movimento 5 Stelle sembra aver esaurito l’iniziativa politica; i dissapori interni per la gestione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnnr) sono cominciati anche prima che i malumori di Renzi si manifestassero, il Partito democratico continua a essere molto dubbioso sulla rinuncia al Mes e anche la gestione dell’intelligence da parte del presidente del Consiglio ha lasciato qualche strascico.

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Tuttavia, anche se la vita residua del Conte II sembra ormai molto breve (settimane? mesi?), lo stesso non si può dire di quella del Parlamento. Ci sono almeno due elementi che spingono a credere che i parlamentari non si arrenderanno tanto facilmente alla possibilità di nuove elezioni. Il primo è la certezza, per molti, di non venire più rieletti. La seconda, invece, è la prospettiva di giocare un ruolo da protagonisti nella scelta del prossimo Presidente della Repubblica. Per tenere in vita l’attuale legislatura, al momento, qualunque alternativa (governo del presidente, larghe intese, nuova maggioranza politica) appare ugualmente probabile.

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  1. Flavio

    Interessante. Solo un commento: Se il leader di IV avesse deciso di votare no alla fiducia a Conte, molti senatori del suo partito avrebbero lasciato IV, sarebbero forse tornati nel PD e avrebbero votato sì. Quindi non è escluso che, in quello scenario, Conte non avrebbe avuto la maggioranza assoluta. Presumo che sia anche per questa ragione (cioè che IV è costretta ad astenersi) che Conte sta continuando a provarci nonostante la situazione precaria.

  2. Henri Schmit

    Analisi attenta, precisa ed equilibrata su un tema davvero delicato. Il PdC si è rivolto ai parlamentari in cerca di riconferma, non alla nazione, non all’elettorato. Quindi l’importanza della L elettorale menzionata ripetutamente in ogni discorso del PdC. L’opinione pubblica e i sondaggi si stanno probabilmente ingannando quando passano dalla premessa maggiore dei transfughi e indipendenti da convincere direttamente alla conclusione di un futuro partito con lista elettorale del PdC. Manca la minore particolarmente complessa e incerta: uomini, programma, concorrenza politica, campagna elettorale, e sopratutto sistema elettorale. Già, la normativa elettorale, senza dubbio la legge più importante in una democrazia, che in Italia la maggioranza uscente reinventa da capo ad ogni tornata elettorale. Perdere al di fuori di regole condivise è come cadere in un abisso senza fondo.

  3. Savino

    Conte ha pensato al suo interesse e non a quello del Paese. I soldi del Recovery non sono suoi e dei suoi amici, ma degli italiani del futuro, che pagheranno i debiti. Ha commesso uno sgarbo istituzionale non recandosi dal Capo dello Stato per dimettersi. La crisi era extra parlamentare e tale doveva restare, con un ruolo definito per l’arbitro. Si e’ inoltre reso protagonista di un multi trasformismo orgiastico che ha coinvolto personaggi ambigui e indagati dalla magistratura.

  4. Belzebu'

    Ho sentito a Radio24 che il ministero della salute farà causa a Pfitzer. Non precisano il motivo, se per inadempienaza o altro. Noi cittadini, forse non ci ritengono maturi e competenti, non possiamo leggere i contratti, quindi non sapremo chi ha sbagliato. Non occorre essere avv. di Bisceglie per capire un contratto, pero’ è stato LUI a dire di essere l’avvocato degli italiani, Infatti si vede come riesce a sostenere i nostri interessi, la Pfitzer non se lo fila proprio. Gli volevo credere a marzo 2020 quando disse che erano già stati stanziati 400 MILIARDI per i ristori.
    Poco dopo ci siamo accorti tutti di essere stati presi in giro. Purtroppo non è il solo, in politica mancava solo Conte. Infatti va dicendo che lo vogliono gli italiani. Gli chiedono di non dimettersi, perchè come sono bravi loro, Conte, la De Micheli, Speranza, Gualtieri ecc, altrimenti cadremo nel BARATRO come diceva Monti. Nel Baratro ci siamo già!
    ELEZIONI SUBITO sig. on. pres.MATTARELLA diamoci una sveglia.

  5. n.n.

    Quando governano quelli di sinistra invocano l’unità nazionale. Quando al governo ci sono gli altri, che loro considerano nemici da eliminare, scatenano i sindacati in piazza, diffamano gli avversari, attraverso giornalisti compiacenti, addirittura scatenano i magistrati di parte comunista.
    Sono sempre gli stessi, viscidi, cinici, prepotenti inaffidabili.

  6. Ludivico

    Renzi ha deciso l’astensione perché era l’unico modo per non dividere il gruppo di Italia Viva. Credo che Conte sperasse che Renzi decidesse per il voto contrario. Probabilmente avrebbe raggiunto la maggioranza assoluta. Conte non aveva bisogno di parlare nè della pandemia nè delle prospettiva di uscita dalla crisi economica perché questi sono gli scopi stessi per cui. ha chiesto la fiducia. Il primo rappresentato dalla bozza del nuovo dpcm e dal piano vaccinazioni. Il secondo dal Recovery plan. Quanto alla crisi promossa da Renzi è palese che non ha nessuna motivazione che riguardi gli interessi attuali dell’Italia. I suoi ministri hanno partecipato e approvato fino al momento della crisi ogni bozza del piano. O i suoi ministri non gli hanno detto nulla o non erano adeguati a trattare quegli argomenti. In entrambi i casi era un problema di carenza di Italia Viva e di Renzi. Inoltre Renzi ha avuto immediato riscontro ai suoi ripensamenti in merito al Recovery plan, da parte di Conte, quindi perché la crisi? La mossa di Renzi ha ricevuto il biasimo da tutta Europa e dagli USA e cioè da chi ci compra il debito, chi valuta il nostro rating e chi ci protegge politicamente, essendo i più esposti per debito al mondo (in Giappone il debito è quasi tutto interno al Giappone). Quindi ora credo che troveranno il modo in Italia Viva di lasciare al proprio destino colui il quale prima ha perso il biglietto vincente con i’inopinato referendum, e ora la testa politica.

    • Henri Schmit

      Analisi ampiamente condivisibile. L’argomento delle cancellerie occidentali e europee vale però poco, a meno di dirla tutta: il loro giudizio negativo non risparmia Conte, anzi, solo che il governo Conte2 sembra essere l’ultimo argine contro un governo della destra nazionalista, anti-europea, incompatibile con la solidarietà creata dal NGEu e con gli impegni pregressi soprattutto in seno all’€-gruppo. Gli attori politici italiani, l’opinione pubblica riflessa nei sondaggi, sembrano ignari o indifferenti davanti a questa incompatibilità che rappresenta un immenso rischio per il prossimo futuro. Chi è colpevole di questo evidente sfasamento (discorsivo-politico-progettuale nonché economico) dell’Italia rispetto ai principali paesi UE, quelli dell’€-zona?

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