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Quanta disuguaglianza in una sigaretta

Il fumo è ormai un’abitudine diffusa soprattutto nelle fasce di popolazione a basso reddito. L’analisi della distribuzione in termini di reddito del consumo di tabacco può aiutare a impostare forme di tassazione che favoriscano stili di vita più sani.

Il fumo nel mondo

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, i fumatori nel mondo sono oggi circa 1,3 miliardi. In termini di distribuzione del reddito, circa l’80 per cento vive in paesi a basso e medio reddito. È un aspetto particolarmente preoccupante poiché l’uso del tabacco determina una significativa dipendenza e dunque contribuisce ulteriormente alla povertà, dirottando di fatto la spesa delle famiglie dai bisogni di base al tabacco stesso. D’altro canto, il fumo produce anche costi economici indiretti, relativi alle spese di cura per i danni che ne derivano, che pesano sui sistemi sanitari nazionali, e alla perdita di capitale umano dovuta alla mortalità direttamente attribuibile al tabacco (complessivamente, circa 8 milioni di persone ogni anno).

Negli ultimi anni, una delle innovazioni più importanti nel mercato del tabacco sono le sigarette elettroniche (oltre ai prodotti a base di tabacco riscaldato di ancor più recente introduzione). Commercializzate per la prima volta nel 2004, il loro uso è via via aumentato notevolmente a livello globale. La diffusione di questi dispositivi avviene però aggirando la maggior parte delle strutture normative. La direttiva europea 64/2011, che definisce il quadro normativo per quanto riguarda la tassazione dei prodotti a base di tabacco, non copre direttamente le sigarette elettroniche proprio perché, di fatto, non contengono tabacco (discorso diverso vale, invece, per i prodotti a base di tabacco riscaldato). A livello globale, l’incertezza riguardo alla loro sicurezza e all’effettiva efficacia come strumento per smettere o ridurre l’abitudine al fumo ha portato a una vasta gamma di reazioni, dalla completa mancanza di regolamentazione all’interdizione.

Tabacco e disuguaglianza

Ma quali sono le conseguenze distributive legate al consumo dei differenti prodotti da fumo? Analisi più dettagliate sul loro profilo distributivo in termini di reddito possono, infatti, aiutare a impostare adeguate politiche per quanto riguarda la tassazione e l’eventuale promozione di alcuni prodotti.

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In generale, esiste una chiara evidenza empirica di un’associazione negativa tra lo stato socioeconomico, di solito determinato dal reddito o dall’istruzione, e l’abitudine al fumo (Adler et al., 1994; Cutler and Lleras-Muney, 2010; Costa-Font et al., 2014).

Tuttavia, pochi studi considerano la differenziazione dei prodotti da fumo oggi presenti sul mercato. Lo fa una nostra analisi, da poco pubblicata su Health Policy, che fornisce nuove evidenze empiriche utilizzando il database proveniente dall’Italian Population Survey on Alcohol and other Drugs (Ipsad), un’indagine condotta dall’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche. Prendendo in considerazione le due indagini del 2014 e del 2018, abbiamo esaminato la posizione socioeconomica dei singoli fumatori per cinque diversi prodotti: le sigarette tradizionali, le cosiddette sigarette roll-your-own, i sigari, la pipa e le sigarette elettroniche. In una prima fase, questa differenziazione ci ha permesso di identificare in quale parte della distribuzione del reddito si ritrova maggiormente l’uso dei prodotti da fumo. Nella seconda fase, abbiamo scomposto l’indice di concentrazione del reddito per indagare gli aspetti alla base della disuguaglianza precedentemente rilevata.

I risultati mostrano che, considerati tutti i prodotti complessivamente, l’abitudine al fumo è più frequente tra le persone a basso reddito. Dalla nostra analisi emerge come l’intensità della disuguaglianza sia molto più concentrata tra le sigarette roll-your-own e quelle tradizionali. Il consumo di sigarette elettroniche, al contrario, è sì distribuito maggiormente tra i più poveri, ma in misura minore rispetto ai prodotti tradizionali. Mentre il consumo di sigari e pipa tende a essere appannaggio delle fasce più abbienti della popolazione. La scomposizione della disuguaglianza nei prodotti da fumo mostra poi che il sesso, l’istruzione, le condizioni di lavoro e l’ubicazione geografica (Nord, Centro e Sud) rivestono un ruolo differenziato nell’influenzare la disuguaglianza osservata in ciascun prodotto.

Volendo riassumere l’effetto complessivo di ciascun fattore, è possibile individuare alcune caratteristiche comuni, soprattutto in relazione alle sigarette tradizionali, alle roll-your-own e a quelle elettroniche: essere maschi, giovani, a reddito basso e meno istruiti è quasi sempre associato a un maggiore consumo. I sigari e la pipa rappresentano spesso un’eccezione ma, a causa della loro ridotta diffusione, il loro consumo crea minori preoccupazioni dal punto di vista sanitario.

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Conseguenze per la politica sanitaria

Quali suggerimenti in termini di politica sanitaria si possono ricavare dai risultati del nostro lavoro? Se si accetta l’ipotesi, non pienamente dimostrata, che le sigarette elettroniche possano rappresentare uno strumento per facilitare l’abbandono dell’abitudine di fumare, si potrebbe favorirne una diffusione più ampia nella popolazione a reddito più basso attraverso una minore tassazione di questa tipologia di consumo. Tuttavia, numerosi studi rilevano che a utilizzare le sigarette elettroniche sono spesso persone che non hanno mai fumato ed è comunque molto frequente il consumo congiunto. In aggiunta, i dati più recenti indicano una grande diffusione di questo tipo di prodotti tra i più giovani, il che potrebbe significare che rappresentano uno strumento di passaggio verso il consumo abituale di tabacco (Grana, 2013; Vardavas et al., 2014; Cerrai et al. 2020). Quest’ultimo aspetto sottolinea la necessità di una corretta struttura di tassazione rispetto ai prodotti più tradizionali. Sarebbe infatti opportuno associare alla leva fiscale azioni attive di educazione al consumo di tabacco, in modo da evitare che la sigaretta elettronica si trasformi in una forma di ingresso alla dipendenza, specialmente tra le giovani generazioni delle fasce meno abbienti. Una possibile idea potrebbe essere quella di destinare il margine differenziale derivante dalla maggiore imposizione fiscale vigente ora sulle sigarette tradizionali a campagne e azioni di promozione di uno stile di vita sano.

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Il Punto

  1. Firmin

    L’analisi è ineccepibile, ma la soluzione proposta lo è meno. Chi è vittima di certe abitudini è poco sensibile al fattore prezzo, altrimenti avremmo registrato una esplosione del consumo di eroina da quando le dosi sono scese a pochi euro al grammo. Le dipendenze, come tutte le altre forme di fidelizzazione, servono proprio a ridurre la reattività dei consumatori, stabilizzando i profitti dei fornitori. Quindi dubito che la leva fiscale possa modificare in modo significativo la diffusione delle sigarette tradizionali tra i più poveri.

    • Giovanni Carnazza

      In letteratura economica, si fa principalmente riferimento al prezzo come strumento per scoraggiare questo tipo di consumi. E’ chiaro che l’elasticità della domanda rispetto al prezzo in relazione a prodotti che danno dipendenza è molto bassa ma non completamente inelastica. Detto questo, faccio riferimento anche alla precedente risposta su come è strutturata l’imposizione nei diversi prodotti a base di tabacco e non (si veda sigaretta elettronica). Rimango dell’avviso che il miglior modo per combattere certi fenomeni nocivi sia un’educazione a monte che elimini l’inizio di determinate dipendenze. D’altro canto, non proponiamo di certo di aumentare il prezzo per scoraggiare i consumi tra i più poveri data la concentrazione più alta nel consumo tra queste fasce di reddito. Anche perché il rischio è lo scivolamento verso prodotti meno costosi e di minor qualità.

  2. Lorenzo

    Aggiungere un’aliquota (30-50% del costo del singolo prodotto?) destinata all’assicurazione contro le malattie da utilizzare per chi si ammala

    • Giovanni Carnazza

      Bisognerebbe entrare più nel merito della struttura dell’imposta ora vigente sui prodotti a base di tabacco e sigarette elettroniche, andando a distinguere tra accisa ad valorem e accisa specifica e come queste gravano sul prezzo complessivo del prodotto. Per maggiori informazioni, le segnalo un mio recente articolo: Carnazza e Liberati (2020): “Tabacco, sigarette elettroniche e tabacco riscaldato: sistemi di tassazione a confronto”, Rivista di diritto finanziario e scienza delle finanze. Detto questo, trovo più costruttivo in termini di costi ex post per il servizio sanitario nazionale scoraggiare (attraverso il prezzo e campagne di informazione) il consumo di prodotti nocivi piuttosto che agire una volta che tali prodotti hanno già provocato danni. Ripeto in ogni caso che la sua proposta deve innanzitutto partire dal comprendere l’attuale sistema di tassazione del tabacco.

  3. Lorenzo Maini

    Potrebbe essere utile un “super ticket” per prestazioni sanitarie fumo-correlate da imporre solo ai fumatori. Dalle accise di tabacco lo Stato incassa 10 miliardi ma ne spende almeno 40 per curarle, quindi quei comportamenti gravano sulla collettività

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