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La scuola “Next Gen” ha bisogno di solide basi

Nella bozza del Pnrr a “Istruzione e ricerca” sono destinati 19,2 miliardi. Per evitare l’eccessiva frammentazione delle risorse, si deve partire da un’analisi attenta delle cause dei problemi e su questa base formulare proposte per risolverli.

Un Piano con molti obiettivi

Nella bozza del Piano nazionale di ripresa e resilienza alla missione “Istruzione e ricerca” sono dedicati 19,2 miliardi, di cui 10,1 rivolti al potenziamento della didattica e del diritto allo studio.

Gli obiettivi che si mira a raggiungere sono molteplici e includono la riduzione della dispersione scolastica e delle diseguaglianze educative, il miglioramento delle competenze dei giovani, l’aumento del numero di laureati, la promozione delle discipline scientifiche (Stem: science, technology, engineering and mathematics). Si tratta di obiettivi ampiamente condivisibili che riguardano momenti diversi del processo formativo e che servono a preparare i nostri giovani alle sfide che si troveranno ad affrontare in un mondo la cui complessità, già evidente prima del Covid-19, dopo la pandemia risulterà più intricata e minacciosa.

Non meno importanti degli obiettivi sono però le azioni che si metteranno in campo per realizzarli. Trattandosi di numerosi obiettivi, non c’è da sorprendersi se si intenda agire su più fronti, tuttavia è fondamentale non dimenticare i rischi che potrebbero derivare da una eccessiva frammentazione delle risorse. Qui ci concentreremo esclusivamente sulle iniziative che coinvolgono le scuole lasciando a ragionamenti futuri università e ricerca.

Selezione degli insegnanti e formazione continua

Il processo di formazione delle competenze è talmente complesso, coinvolge così tante variabili e interazioni, che anche per gli addetti ai lavori è difficile giungere a conclusioni univoche circa i fattori su cui fare leva per ottenere una migliore performance. È evidente, di conseguenza, che scegliere come investire i fondi Next Generation EU nell’ambito dell’istruzione non sia affatto semplice. Tuttavia, una scelta è necessaria in quanto è certamente meglio prendere una direzione chiara e sperimentarne gli effetti piuttosto che puntare in mille direzioni e non aver modo di capire cosa ha funzionato e cosa no, se non altro per escludere che l’eventuale mancato raggiungimento degli obbiettivi sia da attribuire al sottodimensionamento degli interventi. D’altra parte, pur non essendoci ricette facili, c’è una vastissima letteratura a cui fare riferimento: anche se non ha fornito risposte esaurienti su tutto, alcune questioni le ha evidenziate con sufficiente chiarezza.

Una di queste è il ruolo cruciale svolto dagli insegnanti nell’accumulazione di capitale umano. Dunque, se c’è un primo terreno di miglioramento nell’ambito della scuola, riguarda gli insegnanti, e questo il Piano nazionale di ripresa e resilienza lo ha recepito. Tra le riforme a cui viene assegnato il compito di rimuovere gli ostacoli alla “(…) efficiente attuazione delle varie iniziative di investimento e a rafforzarne la ricaduta attesa sul diffuso ampliamento delle competenze (…)” è inclusa quella del sistema di selezione degli insegnanti e dei dirigenti in modo da introdurre un periodo di formazione e di prova prima dell’assunzione. Considerato che i timidi tentativi di avviare sistemi incentivanti legati al rendimento degli studenti (quali quello della valorizzazione del merito introdotto dalla Buona scuola nel 2015) sono stati velocemente rimossi, provare ad agire sulla selezione può essere un modo di affrontare il problema della qualità e dell’impegno degli insegnanti in maniera meno divisiva e può portare a un effettivo progresso. Ciò a condizione che il meccanismo di selezione e formazione sia ben gestito e che la decisione della conferma, trascorso il periodo di prova, non diventi una pura formalità. Che una buona selezione possa sostituire i meccanismi di incentivazione è dubbio (anche docenti che hanno dimostrato capacità e attitudine all’insegnamento potrebbero con il tempo perdere motivazione), tuttavia, insegnanti meglio selezionati farebbero probabilmente meno resistenza a un sistema che offra prospettive differenziate in relazione alle energie profuse.

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La formazione continua del personale (dirigenti, docenti e personale Ata) costituisce un altro tassello importante del Pnrr, che colloca la scuola nel contesto di un paese con una larga fetta di adulti funzionalmente e digitalmente analfabeti (vedi grafico sottostante – pag. 40 del Pnrr). Tuttavia, poiché apprendere richiede sforzo, non si può pensare che basti mettere a disposizione corsi di formazione e apprendimento, obbligando il personale a frequentarli, affinché essi si traducano in miglioramento della capacità didattica degli insegnanti o di quelle gestionali dei dirigenti. Anche in questo caso qualche forma di incentivo, sia pure di tipo simbolico, potrebbe risultare efficace.

Figura 1 – Indice di digitalizzazione dell’economia e della società: ranking e posizione dell’Italia rispetto ai principali sottoindici.
Fonte: Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Non spendere, ma investire

Se un indirizzo chiaro è stato affermato riguardo al ruolo che devono avere le competenze del personale scolastico nel piano di rilancio del nostro sistema formativo, su altri fronti le scelte sono molto meno evidenti. Ad esempio, nella linea di azione rivolta all’accesso all’istruzione e al contrasto ai divari territoriali sono inclusi interventi “(…) per il potenziamento delle competenze di base per la crescita nella scuola secondaria di I e II grado; contrasto alla dispersione scolastica attraverso la promozione del successo formativo e l’inclusione sociale”. In cosa però si andranno a declinare questi interventi è ancora tutto da definire. E conoscendo il rischio di frammentazione a cui ci hanno già abituati i diversi Pon (programmi operativi nazionali), bisogna stare attenti a che non si punti su troppi microprogetti che disperderanno le energie di chi dovrà presentarli e che difficilmente potranno mai essere valutati. Sui giornali già si legge di tutto (addio alle classi pollaio, allungamento dell’orario scolastico, assunzione di tutti i precari e così via), ma la strategia non potrà essere quella di accontentare tutti.

Nel mondo della scuola si pone grande fiducia nel promuovere la capacità progettuale di insegnanti, scuole o reti di scuole, senza purtroppo alcuna verifica a posteriori di cosa abbia funzionato e cosa no. Il concetto “evidence based policy” (politica basata su prove di efficacia) fatica a entrare nel gergo delle autorità scolastiche, dove alla “valutazione degli impatti” si preferisce la “valutazione formativa”, una sorta di trial and error (tentativi ed errori) di tipo esplorativo, in cui valutatore e valutato contribuiscono entrambi alla formazione delle conoscenze sull’efficacia dei diversi metodi formativi sperimentati. Questo ha il grosso limite della non replicabilità delle esperienze e quindi della impossibilità di addivenire a criteri chiari di scelta delle strategie rimediali da adottare per le scuole in difficoltà.

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Invece questi fondi hanno una natura diversa, che ci deve indurre a comportamenti più attenti. Non possiamo permetterci ad esempio di stare a vedere se “riducendo la dimensione delle classi (ovvero aumentando il numero degli insegnanti) si riduca il tasso di abbandono scolastico”, perché sprecheremmo l’ennesima (e forse ultima) occasione. Si deve partire da un’analisi attenta delle cause dei deficit che stanno sotto gli occhi di tutti e su questa base formulare proposte. L’Italia non è abituata a questo metodo e invece chi avanza proposte dovrebbe avere l’onere di dimostrare che esse, in base alle esperienze pregresse, possono concorrere al raggiungimento degli obiettivi. Altrimenti, il rischio di disperdere inutilmente fondi pubblici rimane alto. Non si tratta infatti di spendere, ma di investire stando ben attenti a costi e benefici. Uno sforzo per circostanziare gli interventi aiuterebbe a orientare il dibattito e servirebbe a diffondere l’idea che quella che abbiamo difronte è una scommessa importante in cui c’è molto da guadagnare ma anche molto da perdere.

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  1. Bailetti

    Quando si parla di scuola spesso non si menziona quello che è il problema principale oggi: la progressiva riduzione della preparazione degli insegnanti. Questo declino che continua da decenni è accentuato dal fatto che all’interno delle scuole oggi non viene premiato il docente preparato che continua a studiare per conoscere a fondo la materia che insegna.
    I dirigenti premiano e valorizzano di tutto, attività di tutti i generi, ma la conoscenza delle materie di insegnamento sembra interessare sempre meno. il risultato, naturalmente, è una continua riduzione della preparazione degli studenti. Se ne parla decisamente troppo poco.

    • Serafino

      Sono completamente d’accordo con quanto affermato..
      Oggi, in molte scuole, gli insegnanti ritenuti più capaci sono quelli che si dedicano, prevalentemente, alla cura di progetti ed attività extra scolastiche, che, di conseguenza, dedicano meno tempo alle attività didattiche delle classi assegnatele..
      Che ben vengano le attività extra.. ma deve essere ben chiaro a tutti che le attività prevalenti devono rimanere quelle di classe, a contatto con gli studenti, che consentono loro di accrescere ed approfondire la conoscenza delle materie d’insegnamento!!
      Quindi, gli insegnanti che privilegiano ciò e si dedicano di meno ad attività extra, che molte volte sono prevalentemente di passerella, non devono essere penalizzati!

  2. Savino

    Hanno lasciato soli in terra straniera i nostri cervelli giovani con la preoccupazione di non lasciare gli anziani soli Vergogna

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