Le perdite di benessere dovute all’inquinamento atmosferico in Europa equivalgono a 600 miliardi di euro. Il Green Deal europeo e le risorse del Recovery Fund destinate all’ambiente basteranno per migliorare la qualità dell’aria che respiriamo?

Un fattore di rischio per la salute

L’inquinamento atmosferico è il più grande rischio ambientale per la salute in Europa: nonostante il miglioramento degli ultimi anni, nel 2018 ha causato oltre 400 mila morti premature tra i cittadini europei, come emerge dal report annuale sulla qualità dell’aria pubblicato a fine novembre dall’Agenzia europea dell’ambiente (European Environment Agency, Eea). La maggior parte di questi decessi è conseguenza delle polveri sottili o particolato (figura 1), il cui livello medio dell’Unione europea (13,4 µg/m3) rimane al di sopra della soglia stabilita dall’Organizzazione mondiale della sanità (10), specialmente nelle regioni con il Pil pro capite più basso. Gli altri maggiori inquinanti, nonché determinanti dei numerosi decessi prematuri, sono il biossido di azoto (NO2) e l’ozono troposferico, o ozono a livello del suolo (O3).

Le morti premature causate dalla bassa qualità dell’aria che respiriamo sono alla base di un altro effetto significativo dell’inquinamento: il costo in termini economici e di benessere.

Il costo dell’inquinamento atmosferico 

Il report “Health at a Glance: Europe 2020” pubblicato dall’Ocse a novembre quantifica in termini monetari le perdite di benessere dovute all’inquinamento atmosferico in Europa. Nei 27 paesi dell’Unione europea, nel 2017 il costo dell’inquinamento da particolato (PM2.5) e ozono (O3) è stato di poco superiore ai 600 miliardi di euro, equivalenti a quasi il 5 per cento del Pil dell’Unione. Come riportato nella figura 2, la mortalità non è l’unica determinante considerata dall’Ocse nel calcolare il costo: tra gli altri fattori vi sono una minore qualità della vita, una minore produttività del lavoro dovuta alle assenze e una maggiore spesa sanitaria, che sono conseguenze di malattie cardiovascolari, problemi respiratori e aumento del rischio di cancro.

Utilizzando i dati elaborati dall’Ocse, la figura 3a mostra il costo dell’inquinamento atmosferico in percentuale al Pil in diversi paesi europei. I più colpiti economicamente sono i paesi dell’Est Europa: prima fra tutti la Bulgaria, con un costo equivalente al 13 per cento del Pil. Oltre il 9 per cento anche Croazia, Ungheria, Romania e Lettonia. La figura 3b mostra invece il costo dell’inquinamento dell’aria in miliardi di euro: in termini assoluti, a perdere di più è la Germania (con una perdita di oltre 168 miliardi), seguita da Regno Unito e Italia.

Le stesse figure mostrano anche l’impatto dell’inquinamento a livello di città. Un report commissionato dalla European Public Health Alliance (Epha) pubblicato a ottobre quantifica il valore monetario dei costi dell’inquinamento legati alla salute in 432 città europee nel 2018; in questo caso, viene preso in considerazione anche l’impatto del biossido di azoto. Anche a livello urbano il contributo medio della mortalità al totale dei costi sociali è molto alto (76,1 per cento).

Analizzando i costi aggregati a livello di città, i centri urbani più colpiti dall’inquinamento atmosferico in percentuale al Pil sono, di nuovo, nei paesi dell’Est: i primi dieci si trovano tutti in Bulgaria, Romania e Polonia, con valori che oscillano tra l’8,1 e il 9,9 per cento (figura 3a). In termini assoluti, invece, la città con la perdita maggiore è Londra: nel 2018, la capitale britannica ha subito un danno valutabile in 11,4 milioni di euro (figura 3b).

Un altro dato interessante riguarda i costi pro capite: in media, gli abitanti delle città analizzate hanno subito nel 2018 una perdita traducibile in 1276 euro a persona all’anno, cioè il 3,9 per cento del reddito medio nelle città. Un valore che sale a 2.843 euro per gli abitanti di Milano (prima delle cinque città italiane presenti nella top 10 per costi pro capite) e a 3.004 euro per i cittadini di Bucarest, il dato riportato più elevato (tabella 1).

I benefici possibili

Uno studio sul Regno Unito elaborato di recente dalla Confindustria britannica calcola i benefici economici che seguirebbero un adeguamento del paese agli standard Oms. Sebbene il report non sia un’analisi costi-benefici completa, ma si limiti a un calcolo del valore economico aggiunto, i risultati offrono un’idea della dimensione economica. Il miglioramento della qualità dell’aria causerebbe quasi 17 mila morti premature in meno all’anno e diminuirebbe la probabilità di ammalarsi, aumentando la produttività individuale. Questo verrebbe tradotto in un totale di circa 3,2 milioni di giornate lavorative e 40 mila anni di lavoro in più a livello aggregato. Complessivamente, il guadagno sarebbe intorno a 1,6 miliardi di sterline all’anno (circa 1,75 miliardi di euro).

La quantificazione monetaria del beneficio di una riduzione dell’inquinamento atmosferico fornisce una visione concreta alla questione ambientale. Peraltro, un approccio environmental oriented determina evidenti vantaggi sanitari ed economici. Se però non si attuassero misure di controllo e contenimento le emissioni continuerebbero ad aumentare nei prossimi decenni, arrecando danni economici ingenti all’economia europea. Un esempio della differenza che possono fare cambiamenti minimi nelle abitudini e nelle politiche è dato dal report commissionato dall’Epha, che mette in luce il ruolo importante che può essere giocato dai trasporti: un aumento dell’1 per cento del numero di automobili in una città aumenta i costi complessivi di quasi lo 0,5 per cento. L’Unione europea riconosce la necessità di un cambio di rotta, e nel 2021 adotterà il piano d’azione “Verso l’obiettivo di inquinamento zero dell’aria, dell’acqua e del suolo: per un pianeta e persone più in salute”, nel quadro del Green Deal. L’impegno europeo, insieme alla parte di Recovery Fund che molti stati destineranno per interventi a favore dell’ambiente, sarà sufficiente a ridurre i costi e risolvere le criticità della qualità dell’aria che si respira in Europa?

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