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Nuove imprese “chiuse” dalla pandemia

Le conseguenze della pandemia si fanno sentire anche sulla nascita delle imprese. Alla fine, nel 2020 in Italia si saranno perse tra le 60 e le 70 mila nuove aziende, con evidenti riflessi sull’occupazione. Ancora in calo invece i dati delle cessazioni.

I dati del Registro delle imprese

Tra gli effetti della crisi dovuta alla pandemia di Covid-19 sul nostro sistema produttivo rientrano quelli sulla “demografia” delle imprese, ossia sui flussi di imprese iscritte e cessate. Se si guardano i dati del Registro delle imprese delle camere di commercio (qui e qui) su base sub-annuale è possibile ottenere indicazioni su quanto sta accadendo (o sta per accadere). Le iscrizioni 2020 al Registro delle imprese sembrano aver subito in modo marcato gli effetti della crisi, con un picco negativo in aprile, mese in cui si è verificata una variazione del -65,5 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il secondo trimestre 2020, quello che comprende la stagione del lockdown generalizzato, ha chiuso con un valore tendenziale delle iscrizioni del -37,1 per cento.

Con il terzo trimestre, i mesi del ritorno a una certa normalità, la situazione si è riportata sui livelli degli anni precedenti (tasso tendenziale degli avvii di impresa prossimo allo zero, -0,7 per cento). Ma è un quadro destinato a durare poco, visto il diffondersi progressivo nelle regioni italiane della nuova stagione di lockdown differenziati per territori, e già in ottobre il tasso di confronto delle aperture tra 2020 e 2019 è tornato negativo e pari a -8,7 per cento.

In questi mesi l’andamento della natalità d’impresa è apparso correlato al sentiment degli imprenditori, un po’ come accade per le nascite in demografia, stimolate nelle fasi di espansione e rilancio e depresse nei momenti di incertezza e paura. A riprova di ciò, c’è la similarità di andamento del tasso tendenziale delle aperture d’impresa con quello dell’indice Istat del clima di fiducia delle imprese, del quale il primo sembra configurarsi quasi come coincident indicator (indicatore coincidente).

I risultati della natalità imprenditoriale del 2020 restituiscono dunque i primi effetti visibili della crisi determinata dalla pandemia: -55 mila startup al 31 ottobre e una probabile chiusura d’anno a -60/-70 mila, ipotizzando nei mesi di novembre e dicembre effetti analoghi (forse più contenuti) a quelli registrati in marzo-aprile. L’anno si conclude quindi con un dato difficilmente recuperabile di quasi 20 per cento di nuove imprese in meno, al quale è associabile una analoga perdita di nuova occupazione, che avrebbe contribuito a ridurre del 2,8 per cento la base dei disoccupati 2020.

Leggi anche:  Pmi italiane alla prova dal Covid-19

Cancellazioni “congelate”

Cosa dire per le cancellazioni? Il dato sulla riduzione delle chiusure d’impresa nei mesi di più alta diffusione del Covid-19 (meno altalenanti delle iscrizioni) può sembrare sorprendente. È però probabile, come sostengono gli studi di diverse organizzazioni e associazioni di categoria, che le chiusure siano solo rimandate, “congelate” nella stasi delle fasi di lockdown e contenute dall’utilizzo e dalle attese di dispositivi e ristori.

Ci troviamo di fronte a un quadro di perdite di imprenditorialità “giovane” alla quale rischia di seguire una ulteriore emorragia di imprenditorialità “matura”: alle tante nuove imprese “mancate” oggi, potrebbe aggiungersi domani la perdita di tante altre imprese esistenti. Il nostro paese non può permetterselo, perché le imprese sono i cavalli del motore della ripresa.

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  1. Fausto

    Ritengo ahimè che questa analisi rimanga ancora ottimistica: si stima il numero di aziende che chiuderanno, ma il dato più rilevante è il numero di RAMI DI AZIENDA che cesseranno l’attività.
    Ritengo che con questa lente, il numero di unità produttive che verranno meno sarà almeno il doppio.

  2. Henri Schmit

    Interessante. Il tema è importante, perché condiziona l’altra faccia della medaglia, il numero di imprese attive, al netto delle chiusure. La crisi sanitaria, le misure pubbliche e il blocco di certe procedure hanno creato una “bolla” di aziende troppo indebitate, fra cui alcune viabili altre no. Nel 2021 sarà difficile smistare le imprese “indebolite” da quelle “condannate”. Solo gli imprenditori, gli investitori, le banche e gli analisti finanziari sono in grado di valutare e distinguere. Per forza (effetto ritardato e peggioramento dovuto alla recessione) ci sarà un’esplosione delle cancellazioni volontarie e d’ufficio. Servirebbero due riforme immediate: 1. semplificazione della procedura fallimentare e 2. agevolazione fiscale degli aumenti di capitale (per es. esonerazione in capo all’investitore delle plusvalenze realizzate o solo maturate nei primi 5 o più anni). Tutti i paesi europei stanno pensando o agendo in questa direzione.

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