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Lavoratori in lockdown: cambia la distribuzione dei redditi*

Quali sono stati gli effetti redistributivi delle misure di sostegno al reddito sui lavoratori interessati dal primo lockdown? Le simulazioni mostrano la loro efficacia su redditi, disuguaglianze, povertà e crisi di liquidità delle famiglie italiane.  

Scenari a confronto

Il dibattito sugli interventi per fronteggiare la seconda ondata della pandemia rende necessaria una prima valutazione degli effetti sui redditi dei lavoratori e sul rischio di aumento della disuguaglianza e della povertà delle principali misure di sostegno adottate nei primi tre mesi dell’emergenza sanitaria con i decreti “Cura Italia” (Dl 18/2020) e “Rilancio” (Dl 34/2020).

In particolare, in questa analisi consideriamo la cassa integrazione guadagni (Cig) per i dipendenti, il bonus da 600 euro (marzo, aprile) e mille euro (maggio), i contributi a fondo perduto (maggio) e il credito d’imposta per gli affitti di immobili a uso non abitativo (marzo, aprile, maggio) per i lavoratori autonomi. Sebbene di difficile valutazione, alla Cig andrebbe aggiunta la retribuzione mantenuta dai lavoratori che avrebbero perso il posto di lavoro se non fosse stato previsto il blocco dei licenziamenti.

Per valutare gli effetti delle misure, i redditi di individui e famiglie sono stati confrontati in tre scenari: i) quello di base, che si sarebbe osservato senza l’emergenza sanitaria; ii) il controfattuale, che simula l’impatto del lockdown in assenza di interventi; iii) lo scenario reale, in cui si osservano le conseguenze del blocco delle attività produttive mitigate dalle misure compensative sui redditi.

Le simulazioni si riferiscono ai soli mesi di marzo, aprile e maggio 2020 e utilizzano il modello di microsimulazione tax benefit del dipartimento delle Finanze, integrando i dati It-Silc con le dichiarazioni fiscali, i dati della fatturazione elettronica, l’archivio dei Rapporti finanziari e l’archivio Istat Asia.

Le misure di integrazione al reddito hanno diminuito significativamente le perdite subite dai lavoratori (sia dipendenti che autonomi) riducendole a livello aggregato di oltre il 60 per cento (da 27,8 miliardi stimati in assenza di interventi a 10,6 miliardi). Peraltro, i lavoratori impiegati nei settori sospesi (circa il 30 per cento dei dipendenti e il 35 per cento degli autonomi) si trovavano in una situazione di particolare fragilità socio-economica già prima dell’inizio della crisi sanitaria, in termini di reddito percepito, di ricchezza e liquidità posseduta e di caratteristiche socio-demografiche (età mediamente più giovane, appartenenza a nuclei familiari più numerosi, tipologie di lavoro meno stabili, maggior rischio di povertà).

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Redditi dei lavoratori e indicatori di disuguaglianza

Senza interventi, nei mesi di marzo, aprile e maggio, i due quinti più poveri tra i lavoratori (sia dipendenti che autonomi) avrebbero perso, in media, una quota di reddito più elevata dei soggetti più abbienti, con mancati guadagni tra il 13 per cento (primo quinto) e il 16 per cento (secondo quinto) del reddito disponibile mensile pre-Covid (figura 1, A). Per effetto delle integrazioni ai redditi, i lavoratori più poveri sono riusciti, in media, a recuperare integralmente le perdite subite a causa del lockdown (figura 1, B). Nel complesso, gli interventi hanno consentito di mantenere sostanzialmente invariati, nel breve periodo, i livelli di variabilità e disuguaglianza tra i redditi, misurati dal rapporto interquintilico e dall’indice Gini.

Rischio di povertà e di crisi di liquidità

Le misure di integrazione al reddito hanno evitato che circa 302 mila lavoratori fossero esposti al rischio di povertà a seguito della fase critica dell’emergenza Covid-19. Senza tener conto del blocco dei licenziamenti, le misure compensative hanno avuto, però, effetti differenti per i lavoratori dipendenti e quelli autonomi. Considerando i soli lavoratori dei settori sospesi, il rischio di povertà degli autonomi (relativamente più elevato rispetto a quello dei dipendenti prima del Covid) sarebbe aumentato di poco senza il sostegno deciso dal governo, mentre si riduce di circa 3,5 punti percentuali dopo i provvedimenti. Il rischio di povertà per i dipendenti (relativamente più basso rispetto a quello degli autonomi prima del Covid) sarebbe aumentato di quasi 4 punti senza le misure (nell’ipotesi di licenziamento di questi lavoratori) e resta superiore di circa un punto anche con la compensazione attraverso la cassa integrazione (figura 2).

I due decreti hanno poi consentito a 1,6 milioni di famiglie di non incorrere in una crisi di liquidità. Tuttavia, nei primi tre mesi della pandemia, una famiglia italiana su 10 non riusciva a coprire le perdite subite con le proprie riserve liquide anche dopo aver ricevuto le integrazioni di reddito e un quarto dei lavoratori autonomi sia dei settori attivi sia di quelli sospesi richiedeva risorse liquide superiori a quelle necessarie a compensare i lavoratori dipendenti (tabella 1).

Sebbene complessivamente efficaci nel compensare, in particolare, i redditi più bassi, le misure adottate per fronteggiare la prima ondata della pandemia sembrano avere avuto un impatto differenziato sui lavoratori.

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Da un lato, i dipendenti dei settori sospesi, maggiormente colpiti dal lockdown in termini di perdite relative subite, rischio di povertà e di crisi di liquidità, sono stati compensati solo in misura parziale dalla Cig, che esclude la retribuzione accessoria e prevede un ammontare massimo per ciascun beneficiario. In più, senza il blocco dei licenziamenti, questi lavoratori avrebbero registrato ulteriori e ben più gravi conseguenze.

Dall’altro, i lavoratori autonomi, per i quali i redditi riportati nell’indagine It-Silc risultano più concentrati nei decili più bassi della distribuzione, hanno ricevuto sussidi relativamente più generosi a maggio e non condizionati alla perdita di fatturato a marzo e aprile. Ciò ha consentito loro di sostenere i costi fissi e di fare fronte a impegni verso i fornitori in una situazione di minore solvibilità. Il maggiore fabbisogno di liquidità li ha resi più vulnerabili nella prima fase della pandemia e, quindi, più bisognosi di sostegno economico.

* Le idee e le opinioni espresse in questo articolo sono da attribuire alle autrici e non investono la responsabilità dell’istituzione di appartenenza.

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  1. Savino

    Chi soffre di più sono giovani e donne, sono le nuove professioni di cui non si è mai chiarita la matrice dipendente o autonoma e che prevedono più provvigione che fisso. Le professionalità e le eccellenze vanno retribuite dignitosamente e con diritti e welfare, per quello che meritano, cosa che non fa già lo Stato nel mondo della ricerca .L’economia, pubblica e privata, micro e macro, ha creato una platea di ricchi non meritevoli di tanto privilegio, non aggiornati nella formazione, non interessati al bene comune. Con le loro incapacità e tracotanze stiamo inseguendo, da quasi un anno, in modo affannoso la pandemia. Al tempo stesso, la nostra classe dirigente potenziale ed effettiva è stata posta alla fame ed in uno stato di privazione quasi primordiale. Bisogna riconoscere che non saranno i figli di papà e i protetti nella bambagia (seniores e juniores) a toglierci da questa situazione e occorrerà, per questo, fare spazio ai più giovani, alle donne, ai nati da famiglie normali ma studiosi, ai nati da condizioni socio-economiche penalizzanti, ma capaci e meritevoli. Se ci si ostinerà all’egoismo dei soliti parrucconi, dei soliti maneggioni e delle solite generazioni, che hanno portato l’Italia allo stato brado, ben oltre la questione pandemia (basti pensare, oltre alla sanità, a dissesto idrogeologico, scuola, evasione fiscale e mala burocrazia ) sarà una catastrofe sociale ed economica da cui non si salverà davvero nessuno, compreso chi oggi, da meschino, si sente immune.

    • Jeriko

      Concordo pienamente. Vorrei aggiungere un´ulteriore constatazione: un´appiattimento generalizzato, quasi generazionale verso l´unico valore che questa situazione ha reso importante, il posto fisso.
      Vedere giovani che provano concorsi su concorsi, per qualsiasi cosa e qualsisasi stipendio, basta che sia “statale”, “comunale” o comunque non nel privato, e´ demoralizzante. Vedere poi, che in tempi di crisi sono proprio questi a essere premiati e´ svilente.
      Il risultato a medio/lungo termine e´ un Paese in cui le energie dei giovani vengono drenate per inseguire l´appiattimento.

  2. Firmin

    Il Covid ha fatto “scoprire” che i lavoratori autonomi non sono solo artigiani, commercianti e professinisti, tendenzialmente ricchi ed evasori. Esiste un esercito di partite iva con redditi ai limiti della sussistenza che sono sopravvissute solo grazie ai vari bonus e prestiti previsti dai decreti. Ho il sospetto che l’analisi non abbia colto a pieno quello che è successo al lavoro in nero, che è stato presumibilmente falcidiato dalla crisi. Inoltre, finora il blocco dei licenziamenti (che ha necessariamente riguardato solo i lavoratori regolari e a tempo indeterminato!) ha salvaguardato anche molti dipendenti, ma temo che questo provvedimento abbia innescato una bomba ad orologeria pronta a scoppiare e che le analisi del MEF non hanno potuto valutare. In sintesi, credo che l’articolo colga quasi tutti i “ristori” per i working poors, ma sottostimi la perdita di reddito reale di queste categorie.

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