Le rimesse dei migranti rappresentano una fonte di reddito fondamentale per i paesi in via di sviluppo. Con la crisi sanitaria, però, hanno subito un crollo che potrebbe avere gravi conseguenze, in particolare per le fasce di popolazione più povere.

Una risorsa preziosa

Le rimesse dei migranti rappresentano una fonte di reddito fondamentale per i paesi in via di sviluppo. E per decenni hanno seguito un trend crescente. Hanno anche caratteristiche ed entità molto diverse a seconda della nazionalità dei migranti, che provengono da paesi con società ed esigenze differenti. Con la crisi sanitaria, però, le rimesse hanno subito un crollo che potrebbe avere conseguenze negative importanti, in particolare sulle fasce di popolazione più povere.

La definizione di rimessa è ampia e varia a seconda dell’istituto che si occupa di stimarne l’entità. Banca d’Italia, con il termine “rimessa”, indica la parte di reddito risparmiata dai lavoratori emigrati e spedita al paese di origine. Secondo la Banca Mondiale ed Eurostat, invece, ai trasferimenti personali (ovvero i trasferimenti in denaro o in natura) andrebbero aggiunti i redditi da lavoro degli emigrati, definiti come le retribuzioni dei lavoratori che non risiedono nell’economia in cui effettuano la prestazione lavorativa. Le diverse definizioni, e di conseguenza i differenti metodi di stima, causano forti discrepanze nei dati pubblicati dalle istituzioni che si occupano di calcolare le rimesse in entrata e in uscita da un paese. A questo si aggiunge che una parte rilevante dei trasferimenti personali verso altri paesi viene effettuata attraverso canali informali, per cui secondo alcuni studi i dati ufficiali non tengono conto di un ammontare che varia tra il 10 e il 30 per cento del totale delle rimesse.

Tutte le stime, comunque, concordano sul fatto che le rimesse giocano un ruolo fondamentale nell’economia dei paesi in via di sviluppo. Sono una forma di reddito per le famiglie degli emigrati, che può portare a un andamento del consumo più stabile (consumption smoothing), a un accesso al mercato dei capitali più forte e a una maggiore stabilità finanziaria nel momento in cui si verifichi una svalutazione della valuta locale. L’andamento delle rimesse è inoltre anticiclico: tendono infatti ad aumentare in seguito a crisi, conflitti o disastri naturali. Per esempio, a Haiti, che nel 2010 è stata colpita da un terremoto con oltre 200 mila vittime, le rimesse in entrata rappresentano il 38,2 per cento del Pil.

Se utilizzate allo scopo di promuovere lo sviluppo, quindi, le rimesse possono rappresentare una risorsa preziosa per i governi dei paesi meno avanzati. Anche per questo motivo tra i target dell’Obiettivo di sviluppo sostenibile numero 10 (ridurre le disuguaglianze) vi è quello di portare a meno del 3 per cento entro il 2030 i costi di transazione sulle rimesse dei migranti, che includono per esempio le commissioni pagate a fornitori di servizi di trasferimento del denaro come Western Union.

Vi sono però anche alcuni aspetti negativi di cui tenere conto. Innanzitutto, le rimesse oggi vengono per la maggior parte utilizzate per consumi di base, per cui il loro contributo agli investimenti (tra cui anche i possibili investimenti nello sviluppo) è quasi inesistente. Inoltre, da esse deriva a volte il rischio di creare una sorta di dipendenza dalle valute estere (la cosiddetta “Dutch disease”) e a una conseguente riduzione della competitività della valuta locale.

La crescita delle rimesse nel tempo

Negli ultimi quarant’anni il flusso di rimesse in tutto il mondo è cresciuto esponenzialmente e il loro valore nel 2019 era di poco più di 700 miliardi di dollari, di cui 541 destinati ai paesi a basso e medio reddito secondo la classificazione della Banca Mondiale. La quota verso i paesi in via di sviluppo sul totale delle rimesse è leggermente calata nel tempo, segno di un aumento delle migrazioni anche all’interno dei paesi avanzati.

Tra le economie che più dipendono dalle rimesse troviamo molti paesi dell’America centrale, come El Salvador (rappresentano il 22,6 per cento del Pil) e l’Honduras (21,5 per cento) o alcuni paesi dell’Asia Centrale, come il Tagikistan (26,2) e il Kirghizistan (25,1), in cui si stima che tra il 2010 e il 2014 le rimesse abbiano ridotto il tasso di povertà del 5-7 per cento. Lo stato con la maggiore incidenza dei trasferimenti degli emigrati sul Pil (40,2 per cento) è Tonga, piccolo arcipelago della Polinesia.

Guardando all’Europa, l’incidenza delle rimesse è particolarmente rilevante nei paesi balcanici e in quelli dell’Est. In Albania e Ucraina, due paesi che ricevono una consistente quota delle proprie rimesse dall’Italia, il denaro inviato dagli emigrati è pari rispettivamente al 9,9 e al 9,5 per cento del Pil.

Nel nostro paese le rimesse in uscita hanno superato quelle in entrata da metà anni Novanta, per via del numero crescente di lavoratori immigrati e del peso sempre meno rilevante del nostro passato migratorio. Nel 2019, l’Italia è stato il terzo paese in Unione europea per valore assoluto di rimesse inviate all’estero dagli immigrati residenti, dopo Francia e Germania. Il totale dei trasferimenti in uscita è stato di 6,7 miliardi di euro, di cui circa un miliardo rimasto all’interno dell’Unione europea e 5,7 miliardi inviati verso il resto del mondo.

La destinazione delle rimesse riflette la composizione della popolazione straniera residente nel nostro paese. Banca d’Italia stima che nel secondo trimestre del 2020 il 12 per cento dei trasferimenti sia stato indirizzato verso la Romania, il 7,7 per cento verso l’Ucraina e il 7 per cento verso il Senegal. Nella tabella 2 sono elencate le prime quindici destinazioni per il periodo aprile-giugno 2020.

L’impatto del Covid sulle rimesse

Il Covid-19 ha ridotto e ridurrà notevolmente le rimesse nel 2020 e nel 2021. Le cause determinanti sono l’aumento della disoccupazione, che ha colpito anche i lavoratori stranieri, e le restrizioni alla mobilità. Quest’ultimo fattore ha favorito uno spostamento dei flussi di rimesse dai trasferimenti informali, che di solito avvengono quando il migrante, tornato nel paese d’origine, porta del denaro alla propria famiglia, ai servizi di rimesse formali e digitali, che potrebbero però non essere facilmente accessibili ai riceventi, per molti dei quali il tasso di inclusione finanziaria è basso e l’accesso a Internet ridotto.

Per quanto riguarda l’Italia, esistono alcune eccezioni: l’ammontare totale delle rimesse tra aprile e giugno è stato superiore a quello del primo trimestre del 2020 (+48 per cento), con flussi in crescita soprattutto verso paesi dell’Est come Romania e Ucraina. L’aumento potrebbe essere spiegato dall’incertezza sul mercato del lavoro, che spinge molti immigrati a inviare una grande quantità di denaro a casa, magari per tornare in patria in attesa di un miglioramento della situazione economica italiana. Non è un caso che il valore più alto per le rimesse in uscita sia stato registrato nel 2012, un altro periodo di particolare incertezza per il nostro paese.

A causa del declino nelle rimesse, oggi 33 milioni di persone nei paesi in cui opera il World Food Programme (Wfp) si trovano a rischio di malnutrizione. Più in generale, per gli 800 milioni di persone che ne dipendono, le rimesse sono infatti una linea di aiuto essenziale: immediatamente spendibili, le somme provenienti dai familiari all’estero consentono una maggiore sicurezza alimentare e l’accesso a migliori condizioni sanitarie e di istruzione. La loro mancanza porta povertà e insicurezza.

Alcuni numeri aiutano a delineare un quadro più preciso della grandezza del problema. In Africa, una persona su cinque invia o riceve rimesse e più del 5 per cento del Pil di quindici paesi dipende da esse. In Tagikistan (dove questi trasferimenti rappresentano il 28,2 per cento del Pil) il calo nelle rimesse tra gennaio e maggio, riportato da coloro che ancora ne ricevevano, ha raggiunto quasi il 40 per cento, in parte anche a causa del deprezzamento del rublo e dell’andamento del prezzo del petrolio.

Da giugno, come riportato dalla Banca Mondiale, le rimesse hanno registrato un lieve recupero. Tuttavia, potrebbe essere dovuto al minore ricorso dei canali informali a favore di quelli digitali o all’accesso degli immigrati regolari ai sussidi di emergenza erogati dai governi, da cui rimangono però esclusi i lavoratori irregolari, in larga parte rappresentati da immigrati (uno su cinque in Italia).

È difficile aspettarsi un rapido ritorno alla situazione precedente la pandemia, visti i lockdown che stanno bloccando di nuovo molti paesi nel mondo. Quello delle rimesse rimane quindi un problema non trascurabile, di cui raramente si discute.

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