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Seconda ondata di Covid-19: la curva da abbattere

Fare un confronto tra l’evoluzione della prima e seconda ondata di coronavirus non è semplice. I numeri su terapie intensive e decessi nei primi sette giorni di marzo e di ottobre sono molto simili. Cambia però il tasso di crescita dei ricoveri.

Il confronto tra marzo e ottobre

I dati sulla seconda ondata Covid-19 diffondono ansia e preoccupazione tra la popolazione. Proviamo ad esaminarli a mente fredda e a confrontarli con quelli registrati nel marzo scorso.

La contagiosità del virus è enormemente aumentata: a differenza di quanto succedeva nei mesi del lockdown, dalla fine di agosto il coronavirus ha incontrato, con una aggressività invariata rispetto a marzo, una maggiore facilità a propagarsi e contagiare per il calo dell’attenzione generale, soprattutto nella fascia di età compresa tra 15 e 35 anni e per l’allentamento delle norme preventive da parte di gran parte della popolazione. D’altra parte, è ora possibile curare la maggior parte dei positivi a domicilio, riducendo la pressione negli ospedali. Inoltre, si fanno molti più test molecolari, soprattutto sugli asintomatici venuti a contatto con i positivi, e prima che il virus sia arrivato in stadio avanzato.

La situazione attuale è allora diversa da quella verificatasi in marzo? Non è facile confrontare i due periodi. Nel caso della prima ondata, non sappiamo quando la pandemia abbia avuto inizio, poiché quando si è cominciato a fare i primi tamponi probabilmente era già molto estesa. Tuttavia, sappiamo che all’inizio di settembre la pandemia ha ricominciato a manifestarsi con l’incremento dei ricoverati e delle terapie intensive.

Se si analizzano i dati relativi alle terapie intensive e ai decessi si nota come i primi sette giorni di marzo e di ottobre siano molto simili. Infatti, nei due periodi si hanno in media rispettivamente 316 e 309 ricoveri in terapia intensiva e 29 e 24 decessi giornalieri. Le differenze nei tassi di crescita tra i due periodi sono però vistose: il tasso di crescita medio delle terapie intensive è in marzo del 25 per cento e in ottobre del 3 per cento, mentre i decessi hanno un tasso crescita medio dell’89 per cento in marzo e del 4 per cento in ottobre.

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La somiglianza tra valori medi di terapie intensive e morti giornalieri potrebbe far pensare che ci troviamo in stadi della pandemia confrontabili come punto di partenza. Tali dati sono infatti quelli meno dipendenti dal numero di tamponi: sono i casi gravi che ci sarebbero stati comunque. Bisogna però riconoscere che una strategia di tamponamento come quella attuata in ottobre, che coinvolge gli asintomatici e i malati con sintomi lievi, potrebbe portare a non far aggravare alcuni asintomatici o malati con sintomi che invece a marzo non erano rilevati.

Per esaminare quindi la gravità delle due ondate della pandemia confrontiamo l’evoluzione del numero di ricoveri in terapia intensiva e del loro tasso di crescita, partendo dalla prima settimana del mese di marzo e ottobre.

Cosa accade nelle terapie intensive

Dopo la prima settima di marzo e di ottobre il numero registrato di ricoveri in terapia intensiva prende strade diverse (figura 1). In particolare, partendo da valori molto simili, nell’ultima settima tra marzo e aprile (29 marzo – 4 aprile) si raggiungono in media 4.009 ricoveri in terapia intensiva, mentre nell’ultima settimana tra ottobre e novembre (29 ottobre – 4 novembre) se ne hanno in media 1.960.

Il risultato è dovuto a un tasso giornaliero di crescita dei ricoveri in terapia intensiva molto più elevato in marzo che in ottobre, fino al 20 di entrambi i mesi (figura 2). Dal 24 ottobre, dopo una breve convergenza, si nota una inversione di tendenza: il tasso di crescita dei ricoveri in terapia intensiva in ottobre diventa maggiore dello stesso tasso di crescita in marzo. Ciò è dovuto al fatto che attorno al 19-20 di marzo ci sono i primi effetti del lockdown – iniziato l’11 marzo in tutta Italia. Dopo il 20 del mese le curve del numero di ricoveri in terapia intensiva (figura 1) tendono a convergere. La speranza è che la curva di ottobre/novembre di figura 1 non continui a crescere, ma arrivi ad appiattirsi e decrescere al più presto possibile.

In conclusione, guardando al numero delle terapie intensive, la seconda ondata sembra meno grave della prima visto che i ricoveri nella settimana tra ottobre e novembre sono pari a meno della metà di quelli registrati nella settimana tra marzo e aprile. È il risultato della differente strategia di tamponamento e delle misure preventive, quali distanziamento sociale, uso di mascherine e sanificazione. Tuttavia, è importante tenere d’occhio il tasso di crescita dei ricoveri, che nella settimana tra il 29 ottobre e il 4 novembre è in media del 6 per cento, mentre quello della settimana tra il 29 marzo e il 4 aprile (in cui si vede l’effetto del lockdown) è in media dello 0,5 per cento. Ciononostante, siamo ancora lontani dal picco registrato nella prima settimana di marzo, che vedeva un tasso di crescita medio del 25 per cento. Per non arrivare ai numeri della settimana tra marzo e aprile e mantenere i ricoveri di terapia intensiva ai livelli attuali o diminuirli, è necessario prendere decisioni e attuare comportamenti che rallentino il tasso di crescita delle terapie intensive: visivamente corrisponde a piegare verso il basso la curva gialla di figura 1.

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  1. Savino

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    Comportamenti: migliorare la qualità di vita nelle metropoli e intrafamiliare. Le aree urbane ritornino il centro del lavoro e non del tempo libero.

  2. Alberto Isoardo

    Bella analisi. La morale è che si è arrivati impreparati alla seconda ondata di cui si era tanto parlato. Non ci sarà dolo, ma colpa certamente si.
    Il mettere letti nelle chiese degli ospedali è terrorismo psicologico soprattutto se pensiamo al numero di ospedali chiusi che c’è a Torino

  3. Marcello

    Sinceramente credo che il virus si comporti sempre nello stesso modo. In inverno non si aveva nessuna idea dei contagiati reali. L’indagine epidemiologica stima in 1,5 mln di individui contagiati a giugno, ma il campione utilizzato era alla fine la metà di quello definito (120mila persone). Allora si arrivava in ospedale tardi e i malati erano in condizioni più gravi, ora si arriva prima e fino a che il sistema tiene i casi gravi sono in proporzione meno. Inoltre si sono messie a punto una serie di trattamenti di supporto, sulla base dell’esperienza di paesi come la Germania, che aiutano nella prevenzione degli effetti collaterali. La domanda vera e fino a quando gli osedali reggeranno l’urto di una pandemia ormai diffusa a livello nazionale? Non credo ancora per molte settimane, a questi ritmi, quindi che fare?
    In assenza di vaccini e nativirali, l’unica possibilità è il confinamento e il contenimento. Lockdown totale o parziale? Anche qui, purtroppo, i dati sono chiari e sulla base dell diverse esperienze dei diversi paesi; i lockdown parziali e brevi non costano meno, anzi spesso di più, e hanno effetti parziali rispetto a quello totale. Quindi occorrerebbe prendere atto che non esistono scorcatoie praticabili e che questa è una guerra globale contro un virus che non fa nessuno sconto: Regno Unito, alla Spagna, al Belgio, alla stessa Svezia. Purtroppo per stabilizzare la curva dei contagi non vedo altre alternative.

  4. Marcello

    Ancora un’osservazione. Ho letto su più media che il rischio di infettarsi di covid-19 è stato stimato come inferiore a quello di un incidente stradale e soprattuttoil rischio di morte a quello di morire per un incidente stradale. Vorrei sapere qual è il senso di paragonare un evento (epidemia) che ad oggi ha infettato in Italia 1 mln di persone uccidendone almeno 38mila, con un evento che ha prodotto 172 mila incidenti con lesioni e 3173 morti, mi sembra che esista un non eludibile effetto di scala. Soprattutto vorrei sapere se ha senso paragonare eventi indipendenti (incidenti stradali) con eventi, i contagi,che non mi smebrano siano indipendenti, anzi mostrano una forte correlazione e dinamica a cluster, o sbaglio?

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