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  1. Henri Schmit Rispondi
    Nessuno osa commentare, il problema è troppo difficile. Qual è il problema? Che una società fa affari colossali in un paese, ma non vi paga che tasse irrisorie, ai limiti del lecito si organizza in modo tale che gli utili comunemente tassabili siano realizzati là dove il peso fiscale è minore. Che cosa possiamo fare per evitare questo? Obbligare i paesi più competitivi a tassare maggioramente (non servirebbe a nulla!) o imporre ovunque (non basterebbe l'UE) la stessa tassazione (base e aliquota)? No funzionerà. Ma c'è un'altra soluzione: tassare gli affari stessi, cioè le transazioni là dove sono eseguite, là dove si trova l'acquirente o il beneficiario. Per fortuna esiste già una tassa che adotta questo approccio: è l'IVA. Contro questa soluzione milita un argomento che quando è analizzato bene si rivela fasullo: aumentando l'IVA (sulle vendite e sui servizi dei colossi del web) si caricherebbe il peso fiscale sui consumatori (che sono anche gli elettori). L'errore di questo argomento consiste nel fatto che l'onere del sovraprezzo fiscale pesa SEMPRE sui consumatori, perché ceteris paribus le imprese cercano sempre il profitto massimo e spostano le loro attività fiscalmente rilevanti sempre nelle giurisdizioni più competitive. Trovo le idee dell'UE e dell'OCSE desolanti. Ma essondo solo, probabilmente mi sbaglio io. Contro-argomenti sono graditi!
    • Riccardo Rispondi
      che la maggiore Iva ricadrebbe sui consumatori è un'ovviatà (data la sua natura di imposta sul consumo che qui non si potrebbe snaturare con idee tipo split payment). Ben diverso sarebbe invece sfruttare l'Iva come traino per l'imposizione diretta. Senza poi dimenticare che i giganti del web sono anche colpevoli - direttamente o indirettamente - di colossali evasione della stassa Iva. Tutto questo (come troppe volte accade) in teoria. Sono passati quasi 2 anni e niente è successo! E su questo l'Italia, per una volta, si è posta come apripista con il DL 34/19 sulle piattaforme