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Sulle terapie intensive manca il dato cruciale

Conoscere il numero di persone entrate in terapia intensiva nelle 24 ore è fondamentale per capire l’evoluzione dei contagi. Ma il dato non è pubblico. Diventa così difficile stabilire se le misure di contenimento già adottate siano state o meno efficaci.

Le informazioni che non abbiamo

Nei giorni scorsi il presidente dell’Accademia dei Lincei, Giorgio Parisi, ha pubblicato un’analisi molto accurata dell’evoluzione recente della pandemia in Italia. Le cose che scrive sono condivisibili, in particolare laddove analizza la povertà delle informazioni messe a disposizione dei ricercatori e, più in generale, dell’opinione pubblica.

Sappiamo molto meno di quanto potremmo sapere, solo perché informazioni fondamentali per la comprensione del fenomeno non sono rese pubbliche. In alcuni casi per ragioni difficili da capire e con conseguenze serie sulle decisioni da prendere.

L’esempio lampante è dato dall’andamento del numero di persone ricoverate in terapia intensiva. Nella figura 1 riporto l’andamento della variazione giornaliera da inizio settembre a oggi.

La variazione giornaliera è il saldo tra ingressi e uscite (con esito positivo o negativo) dalla terapia intensiva nelle 24 ore. Le uscite, a loro volta, dipendono dal numero di ingressi un certo numero di giorni prima.

Il numero di persone entrate in terapia intensiva nelle 24 ore sarebbe di fondamentale importanza per capire l’evoluzione dei contagi: si calcola che il tempo che intercorre tra il momento del contagio e quello del ricovero in terapia intensiva sia attorno ai dieci giorni, per cui gli ingressi in un certo giorno sono proporzionali ai contagi di circa dieci giorni prima.

Con questo numero a disposizione, sarebbe immediato stabilire (ovviamente con alcune cautele) se i provvedimenti adottati dal governo all’incirca dieci giorni fa hanno avuto un effetto sui contagi: se è così, infatti, si dovrebbe osservare una diminuzione del numero di ingressi in terapia intensiva (o quantomeno un rallentamento della loro crescita).

Due spiegazioni per un dato

Per ragioni difficili da comprendere, il numero di persone entrate in terapia intensiva ogni giorno non è disponibile. Come osserva Parisi nel suo articolo, la conseguenza grave è che l’interpretazione della figura 1 diventa complicata. Negli ultimi giorni si osserva un rallentamento abbastanza evidente nella crescita della variazione giornaliera (è ancora più evidente nella figura 3 dell’articolo di Parisi, ottenuta applicando una curva interpolante alla serie delle variazioni).

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L’ipotesi formulata da Parisi è che stia cambiando la gestione delle terapie intensive e che già ora vi si facciano entrare più difficilmente i pazienti rispetto a due settimane fa. Ci sarebbe cioè un rallentamento degli ingressi dovuto a saturazione o alla previsione di una prossima saturazione.

C’è però un’altra spiegazione plausibile per l’andamento osservato nella figura, e cioè che si tratti effettivamente dei primi effetti dei provvedimenti adottati il 13 ottobre. I tempi sono quelli giusti: circa dieci giorni, uno sfasamento temporale analogo a quello osservato per le misure prese a febbraio e marzo.

Il problema è che le due spiegazioni hanno implicazioni completamente diverse. Se fosse la seconda, vorrebbe dire che siamo già da giorni sulla buona strada, si tratterebbe di insistere. Se fosse la prima, vorrebbe dire che i provvedimenti già adottati non hanno avuto effetti e quindi servirebbe cambiare strada.

Con le informazioni che abbiamo a disposizione non è possibile discriminare tra le due spiegazioni. Ma immaginiamo che per le autorità pubbliche – dal ministro della Salute fino ai presidenti delle regioni – sia facile rispondere rapidamente a due domande:

1) cosa dicono i dati relativi agli ingressi giornalieri in terapia intensiva? Si osserva un rallentamento della crescita analogo a quello della figura 1?

2) negli ultimi giorni gli ospedali hanno cambiato i criteri di ammissione e dimissione dalle terapie intensive, per prepararsi al peggioramento della situazione?

Se poi queste informazioni fossero condivise, c’è una comunità di ricercatori qualificati pronti ad analizzarle e a dare un contributo a costo zero per la loro interpretazione.

Il lockdown è l’arma finale, quando non rimane altro a disposizione, perché produce danni collaterali drammatici. Sarebbe imperdonabile se una misura del genere venisse adottata solo perché le informazioni sull’andamento della pandemia non sono sufficienti per capire se la situazione sta migliorando o peggiorando.

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22 commenti

  1. Savino

    Manca la restituzione degli stipendi da parte dei responsabili che hanno tolto agli italiani il diritto costituzionale a curarci,

    • Tiziano Capriotti

      Assolutamente d’accordo con Savino che mi ha preceduto

    • Michele Lalla

      Cerchiamo di usare argomenti e non invettive, che, oltretutto, rischiano di essere fuori luogo e infondate. Lei non sbaglia mai su suo lavoro? … Dobbiamo essere consapevoli che l’errore è una componente ontologica dell’agire umano.

      • Savino

        In altri lavori, chi sbaglia (e anche chi non sbaglia) paga, in quelli sanitari no.

        • Michele Lalla

          Grazie della risposta. Mi piace esprimere due precisazioni: (1) i medici quando sbagliano, ora pagano e questo è un problema in sanità, poi non è scontato che in altri lavori si paghi perché gli scaricabarile esistono dappertutto e le procedure sono inefficienti; (2) individuare il colpevole della inadeguatezza della sanità è pressoché impossibile (i dirigenti delle ASL? Gli assessori regionali? I ministri della sanità? E da dove (da quale legislatura) si parte? … La traiettoria politica degli ultimi 20 anni e il tambureggiamento dei media (evito i riferimenti agli arti, ma chi vuole può arrivarci) è andata in un unica direzione: abbattimento dei costi e, quindi, del personale e delle funzioni. Qualcuno ricorda le disquisizioni sui costi delle siringhe e le chiusure dei piccoli ospedali? … Sto debordando: chiudo.

  2. Mario Denari

    Articolo condivisibile, incredibile che dati facilmente reperibili non vengano raccolti (un altro dato da raccogliere a costo quasi zero è la “sintomatologia” dei tamponi effettuati, non solo di quelli risultati positivi: permetterebbe di capire meglio la selezione rispetto alla popolazione di riferimento). Ci sarebbe da discutere anche sul fatto che si è deciso di fare un’enorme indagine campionaria sui contagiati la scorsa primavera, per fare una fotografia una tantum, invece di optare per indagini campionarie più piccole e limitate, ma ripetute nel tempo. Se avessimo dati mensili sui positivi o sierologicamente positivi derivanti da indagini a campione, integrate da informazioni su occupazione, età, zona di residenza, composizione familiare ecc ecc sarebbe possibile avere un’idea realistica su dove cercare i focolai e su come valutare l’efficacia di eventuali misure restrittive. L’enorme e costosa indagine del giugno scorso è utile solo ad avere un’idea molto approssimativa del vero rapporto ricoveri/positivi o morti/positivi e a davvero poco altro. Il che dovrebbe far aprire gli occhi sulla nostra benemerita ISTAT, che sarebbe bene dare in gestione a gente che ne capisce e che ha un minimo di visione d’insieme. Velo pietoso poi sul CTS e sul governo, che prendono decisioni senza un minimo di trasparenza sui dati e sulle valutazioni che portano alle loro decisioni. Il motivo è ovvio, le decisioni le prendono senza preoccuparsi delle evidenze e inseguendo gli eventi

  3. Cristian

    Buonasera,i dati ci sono, un po’ nascosti vero, da desumere anche: “Percentuale dei casi in terapia intensiva sul totale dei casi attivi, media mobile degli ultimi 7 giorni”. Report quotidiani tratti dal sito della regione Lombardia. Questo il link: https://www.regione.lombardia.it/wps/portal/istituzionale/HP/DettaglioRedazionale/servizi-e-informazioni/cittadini/salute-e-prevenzione/coronavirus/covid-19-lombardia-altre-regioni
    Il problema è: perchè nessuno li legge? Perchè nessuno li cerca? Considerato l’analfabetismo basico matematico del 99% degli Italiani posso comprendere perchè in tv non vengono spiegati … Negli analfabeti ci metto anche i conduttori televisivi.

    Cordialità

    • Enrico Rettore

      La ringrazio per la segnalazione, ma temo di non capire, porti pazienza. Ho provato a frugare dove suggerisce, ma non mi sembra di vedere il dato sul *numero di persone entrate* in TI giorno per giorno. Se preferisce, può scrivermi direttamente all’indirizzo enrico.rettore@unipd.it.

  4. Enrico Motta

    Articolo di grande chiarezza e interesse. Chiederei all’autore se gli stessi ragionamenti sono secondo lui applicabili ad un altro numero che ci viene trasmesso tutti i giorni: il numero di pazienti ricoverati giornalmente nei reparti Covid non intensivi. Anche per questo numero ci viene trasmesso il “saldo”, senza specificare quanti entrano realmente.

  5. Savino

    Diritto costituzionale alla salute è il diritto di accedere alle cure. Non ce ne facciamo nulla se ci viene sbarrata la porta di un ospedale o di una terapia intensiva causa impedimento logistico o mancanza di personale, cioè problemi di organizzazione sanitaria che si ripercuotono sulla collettività.

  6. andrea

    ipotesi sul motivo per cui il governo ha deciso di non fornire questi dati?
    Altri paesi forniscono questi dettagli ?

  7. Giuseppe GB Cattaneo

    Ottimo articolo

  8. Michele Lalla

    Ottimo articolo e chiaro, come sempre. Rilevo una ovvietà paradigmatica, forse per questo spesso sottaciuta o ignorata: la rilevazione di quei dati è una operazione titanica; forse, il protocollo è stato anche migliorato/ modificato in itinere, almeno agli inizi. Di fronte alla marea montante di domanda di cura e l’assillo di tante cose da fare da parte degli operatori, la meticolosità della rilevazione (e trasmissione) locale incontra ostacoli non banali. Non è cosí?

    • Enrico Rettore

      Grazie Michele, rispondo a te ma vale anche per gli altri che chiedono più o meno la stessa cosa. Il dato sulle TI è un dato amministrativo. Può essere che mi sfugga qualche dettaglio importante, nel quale caso mi scuso. Però, a occhio, lo stesso documento amministrativo dal quale viene tratto il saldo tra ingressi e uscite dovrebbe contenere anche i due termini della differenza. Se fosse così, il carico di lavoro aggiuntivo sarebbe trascurabile: fornire al sistema informativo un numerino in più. Perché non viene fatto? Alzo le mani…

  9. Mauro

    Buonasera, all’estero questi dati sono disponibili? La Francia sembra essere avanti a noi di un paio di settimane (come noi a Marzo rispetto gli altri paesi europei) e si potrebbe vedere se le misure prese ad esempio a Parigi siano servite oppure no. Grazie.

  10. Andrea Bonanni

    Articolo molto interessante e prezioso per la comprensione di cosa stia accadendo.
    Una domanda: i dati sugli ingressi in t. i., mi par di capire, allora non mostrano nemmeno la % di positivi al covid in ingresso, o sbaglio?
    Non voglio entrare nell’annosa questione se uno sta male “per” il covid o “con” il covid, perché alla fine il dato per la salute pubblica sono i posti letto a disposizione, o meno per tutti i malati gravi, però se si vuole monitorare l’andamento della pandemia in relazione alle misure adottate, il dato degli ingressi giornalieri andrebbe anche “depurato” da chi entra in t. i., ad esempio, perché è caduto dal terzo piano di un palazzo ( a prescindere se risulti positivo o meno al tampone che gli hanno fatto per procedura).
    Grazie per l’ospitalità

  11. Piero Carlucci

    I dati sugli ingressi giornalieri alle terapie intensive sono disponibili sulle pagine pubblicate a cura del dott. Paolo Spada qui https://public.flourish.studio/story/435616/?fbclid=IwAR3lNjIAeSj1jseBE3hNMBExAg7s5qOhmgjyH6Sr6Cmd19lImmgpjVOT0W8. In particolare il dato che cerca è alla pagina 2

    • Enrico Rettore

      Qui ci sono le variazioni giornaliere=ingressi-uscite. Non ci sono i due termini della differenza.

  12. ELENA SCARDINO

    Un dato che non riesco a trovare,forse perché non lo so riconoscere, è il numero dei pazienti che guariscono.

  13. Gianluca Miatto

    Le persone positive dal 6 di ottobre al 19 Novembre sono stati 1.011.349
    Il 0,5% delle persone positive finisce in terapia intensiva ovvero sono finite in terapia intensiva 5057 persone (fonte Ministero della Salute)
    I morti dal 6 di ottobre al 19 di Novembre sono 12.584.
    Quindi le terapie intensive dovrebbero essere vuote perché i morti sono 2,4 volte le persone ricoverate in terapia intensiva.

    Andiamo avanti….
    Anche ipotizzando una mortalità in terapia intensiva molto elevata del 40% (Covid-19: mortalità in terapia intensiva – Med4Care) ovvero di 2023 morti, restano 12.584 – 2.023 = 10.561 persone che NON sono morte in ospedale.
    Dove sono morte?
    Quando sono state dichiarate positive queste persone decedute, visto che non sono mai passate dall’ospedale?
    Non vi sembra strano?
    O c’è qualcosa di sbagliato nel mio ragionamento?

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