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La scuola è un focolaio?

La riapertura delle scuole ha contribuito all’aumento dei contagi da Covid-19? Manca un monitoraggio preciso dell’andamento dei nuovi positivi, che invece sarebbe necessario. Anche per evitare chiusure che hanno pesanti riflessi sul futuro degli studenti.

Mancano i dati

Il contribuito delle scuole allaumento dei contagi da coronavirus registrato negli ultimi giorni è un argomento molto dibattuto, ma su cui mancano stime precise. Intanto, però, in Campania le scuole sono state le prime a essere chiuse, in risposta all’incremento esponenziale dei casi. E in base alle disposizioni dell’ultimo Dpcm, le scuole superiori su tutto il territorio nazionale potrebbero tornare alla didattica a distanza.

I dati riportati dal ministro Lucia Azzolina e ripresi dalla stampa indicano che, fino al 10 ottobre, risultavano contagiati 5.793 studenti, ossia lo 0,08 per cento del totale, mentre tra il personale docente e non docente si registravano, rispettivamente, 1020 e 283 casi (0,13 e 0,14 per cento del totale). Questi dati sono stati presentati come una rassicurazione sul fatto che le scuole non siano veicolo di contagio. Tuttavia, è possibile che anche se l’edificio scolastico in sé non rappresenta un cluster di contagi, siano gli spostamenti collegati al raggiungimento delle scuole a determinare una maggiore velocità di circolazione del virus. Soprattutto nelle grandi città i ragazzi utilizzano i mezzi di trasporto pubblici per raggiungere gli istituti, contribuendo a generare quel sovraffollamento sui mezzi che il limite di occupazione all’80 per cento non è riuscito a evitare.

Contagi e data di apertura delle scuole

In ogni caso, monitorare l’andamento dei contagi seguito alla riapertura delle scuole dovrebbe essere una priorità per il governo e difficilmente si può ritenere sufficiente la pubblicazione del numero di studenti o personale scolastico che risultano positivi ai test. Bisognerebbe tener conto anche degli effetti indiretti collegati al ritorno a scuola sui contagi avvenuti in altri contesti.

Naturalmente non è semplice, ma un tentativo di misurare l’impatto della frequenza scolastica sulla dinamica dei casi di coronavirus può essere fatto confrontando la curva dei contagi nelle regioni che hanno riaperto le scuole il 14 settembre rispetto a quelle che hanno deciso di posticipare l’apertura al 24 settembre. Se le scuole contribuiscono al contagio, allora dovremmo osservare un aumento dei casi più marcato nel primo gruppo di regioni rispetto al secondo gruppo, con un ritardo temporale dovuto a diversi fattori: per esempio, il tempo di incubazione della malattia e il fatto che spesso i ragazzi presentano sintomi lievi o non li presentano affatto (e dunque il contagio potrebbe impiegare più tempo a essere identificato).

È possibile verificare questa ipotesi analizzando la differenza nel numero di nuovi positivi giornalieri per 100 mila abitanti nelle regioni in cui si è tornati a scuola il 14 settembre (gruppo trattato) rispetto a quelle in cui lo si è fatto il 24 settembre (gruppo di controllo), escludendo le regioni che hanno aperto le scuole in date diverse (ossia la provincia autonoma di Bolzano, il Friuli e la Sardegna). Nel farlo, è importante controllare per gli “effetti fissi regionali”, ossia per quelle differenze insite, che non variano nel tempo, sfruttando l’orizzonte temporale preso in analisi: il periodo 16 agosto-17 ottobre. La figura 1 mostra gli effetti. Ogni punto rosso nel grafico coincide con la differenza nel numero di nuovi positivi giornalieri per 100 mila abitanti nelle regioni che hanno aperto prima rispetto a quelle che hanno aperto dopo, mentre le barre blu verticali rappresentano l’incertezza intorno alle stime. L’asse orizzontale riporta la dimensione temporale, espressa come giorni trascorsi dal 14 settembre. Il grafico evidenzia come, prima della riapertura, le regioni appartenenti ai due gruppi non mostravano differenze significative tra loro (ossia erano su trend paralleli). Una tendenza confermata anche nei 25 giorni successivi alla riapertura anticipata. Nell’ultima settimana, però, si è registrato un deciso cambiamento, con la pendenza della curva che è aumentata in maniera piuttosto evidente. La differenza media negli ultimi 7 giorni è 5,7 nuovi positivi per 100 mila abitanti nelle regioni con aperture anticipate rispetto alle altre. Nello stesso periodo le regioni nel gruppo di controllo hanno registrato in media 8,1 casi per 100 mila abitanti, perciò l’aumento nei casi nelle regioni che hanno anticipato l’apertura è pari a circa il 71 per cento di questo valore. Considerato che nel frattempo anche le regioni “ritardatarie” hanno riaperto le scuole possiamo interpretare l’effetto come un limite inferiore all’effetto reale della riapertura.

Queste stime sono apparentemente in contrasto con l’evidenza sulla Germania, dove uno studio ha mostrato come la riapertura delle scuole abbia avuto un impatto nullo o negativo sui contagi. Tuttavia, considerando il medesimo orizzonte temporale dello studio tedesco (ossia le tre settimane successive alla riapertura), la figura 1 suggerirebbe in effetti un impatto nullo anche per l’Italia. È quindi possibile che sia necessario un periodo di tempo più lungo per osservare degli effetti significativi. L’altra ragione per cui si osservano delle differenze con lo studio tedesco può essere dovuta alla stagionalità del coronavirus e al fatto che le scuole in Germania abbiano riaperto tra il 3 agosto e il 14 settembre, dunque in una fase di bassa trasmissione del virus sull’intero territorio nazionale.

Figura 1 Differenza nel numero di nuovi positivi giornalieri per 100 mila abitanti tra regioni che hanno aperto le scuole il 14 settembre e il 24 settembre.

Il numero dei tamponi non c’entra

L’effetto stimato per l’Italia non è determinato da una maggiore capacità di effettuare test delle regioni che hanno anticipato l’apertura, come mostrato in figura 2. Il grafico riporta la differenza tra le persone testate nel gruppo trattato rispetto a quello di controllo e non evidenzia cambiamenti di trend nel numero di persone testate per 100 mila abitanti. L’aumento dei casi non è dovuto dunque a un aumento dei test effettuati. D’altra parte, alla crescita dei casi non corrisponde un aumento dei ricoveri in ospedale, ma è troppo presto per dire se questo sia dovuto a una maggiore incidenza di contagiati meno gravi o a un semplice ritardo temporale, per cui l’effetto si manifesterà tra qualche giorno.

Figura 2 Differenza nel numero di persone testate giornalmente per 100 mila abitanti tra regioni che hanno aperto le scuole il 14 settembre e il 24 settembre.

Naturalmente, ci possono essere fattori che confondono queste stime. Se, per esempio, alcune regioni nel gruppo di controllo hanno investito risorse addizionali per irrobustire il sistema di trasporti pubblici nel periodo di tempo guadagnato con il ritardo della riapertura, allora l’effetto stimato potrebbe essere distorto. È tuttavia importante monitorare l’andamento dei contagi con tecniche econometriche robuste. Per esempio, con dati più granulari, come quelli disponibili all’Istituto superiore di sanità, sul numero di contagi per comune di domicilio/residenza, sarebbe possibile mappare l’evoluzione del contagio a un livello più dettagliato. Non solo, si potrebbe valutare la decisione di chiudere le scuole in Campania confrontando i comuni che si trovano al confine con le altre regioni.

Una soluzione facile a un problema complesso

È chiaro che la chiusura delle scuole rappresenterebbe una soluzione facile a un problema complesso come quello della diffusione di un’epidemia. Però, prima di giungere alla misura estrema, si possono tentare forme ibride: per esempio, ingressi scaglionati, doppi turni o chiusure a intermittenza per gruppi di classi. E, naturalmente, si dovrebbe cercare di rafforzare il trasporto pubblico.

È evidente infatti come la chiusura delle scuole, sebbene possa portare dei benefici sulla salute pubblica nell’immediato, ha costi altissimi nel breve e nel lungo periodo. Nel breve periodo, se entrambi i genitori lavorano, uno dei due (quello a più basso reddito, razionalmente, e quindi la donna nella maggioranza dei casi) potrebbe essere costretto a lasciare il lavoro, oppure i bambini potrebbero essere affidati alle cure dei nonni che, come purtroppo abbiamo imparato, sono tra le categorie più a rischio di contrarre le forme più gravi del Covid-19.

Nel lungo periodo, i costi in termini di minori redditi e minori opportunità per i ragazzi che perdono mesi di scuola sono documentati da una ampia letteratura scientifica. Inoltre, l’impatto rischia di essere estremamente diseguale tra famiglie abbienti e non, con le prime che possono spesso permettersi forme alternative di istruzione (acquisto di libri e materiale didattico o lezioni private) che sono precluse alle seconde, esacerbando differenze che la scuola cerca di limitare.

Dunque, è bene monitorare l’evoluzione del contagio, utilizzando tecniche di valutazione di impatto più sofisticate di una semplice divisione dei contagi sul numero di test eseguiti. Ma al contempo si deve pensare a forme ibride di fornitura del servizio scolastico, lasciando come estremo rimedio la chiusura, per evitare di gravare ancora di più sui ragazzi che hanno già dovuto rinunciare a una fetta importante del loro diritto all’istruzione. Solo un monitoraggio attento dei dati può garantire che questo non accada di nuovo.

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13 commenti

  1. Marcello

    Mi sembra una discussione surreale. Stiamo parlando di un virus aerobico ad alta contagiosità che a oggi ha un Rt=1,8 e una letalità di oltre il 12% in Italia, quindi con uan dinamica esponenziale. Discutiamo se le scuole siano un vettore di amplificazione del contagio, certo che si non ci vuole un edpidemiologo per affermarlo. Il contributo delle scuole allo sviluppo della pandemia dipende però da molte circostanze e soprattutto dalla diffuisione del virus. Si dovevano riaprire le scuole? certo che si, ma non in queste condizoni. Sapete come si fa il distanziamento in molte scuole elementari e medie romane nello stesso municipio del MIUR? Mettendo i bambi e i ragazzi in un banco da due uno al posto e l’altra a capotavola. Vi sembra serio, a me non molto, soprattutto se guardo gli studi pubblicati da Lancet che dicono che la probabilità di non contagiarsi cresce con un fattore pari a 2,02 per metro e che se si usassero le mascherine FFP2 la probabilità di contagiagiarsi sarebbe del 15%, gestibile. Sento parlare di debito pubblico che cresce, che non abiamo le risorse ecc, a me purtroppo sembra che in troppi non abbiano ancora capito cosa stia accadendo. I nostri nonni hanno avuto la IWW, i nostri genitori hanno vissuto la IIWW, noi stiamo fronteggiando la IIIWW contro il coronavirus e in guerra i bilanci degli stati belligeranti sono così. Volete avere un’idea di cosa ci aspetta per le e riaperture di scuole e università? In Francia il 30% dei conntagiati sono studenti

  2. Savino

    I focolai nascono da persone in giro per futili motivi e in un ambiente troppo amicale, tale da lasciar cadere le protezioni della mascherina e le regole di distanza e di igiene. Le nostre città vanno liberate dalla gente che gironzola per motivi diversi da sanità, lavoro e studio. A maggio non fu riaperta l’Italia per far guardare gli edili che lavorano nei cantieri o per passeggiare nei parchi o per giocare a carte o per andare in palestra, ma fu riaperta per consentire da subito il ritorno alle attività produttive ancora in piedi ed, in prospettiva, per la riapertura di scuole e università. La riflessione è anche sociologica: troppi pensionati baby e troppi sussidiati generano una società del disimpegno e della disponibilità al consumo nei servizi non di primaria necessità, una massa eccessiva di persone che gira la città al solo scopo di tempo libero e intasa le aree urbane adibite ad edilizia scolastica e logistica aziendale.

    • Grazie della risposta. Quindi qui la Campania conta quanto il Molise? Potrebbe essere un problema serio! Riesci a ricalcolare con medie pesate per la popolazione regionale?

      • Salvatore Lattanzio

        Se peso per la popolazione, trovo comunque il cambio di trend ma l’effetto è più piccolo (la differenza media dell’ultima settimana si attesta a 2.4 casi in più nelle regioni trattate). È interessante e preoccupante che con i pesi emerge un cambio di trend anche nel numero di ricoveri ospedalieri. Grazie ancora.

  3. ciao Salvatore, grazie per lo spunto indubbiamete interessante. vorrei chiederti se utilizzi medie pesate o ogni regione vale 1. grazie

    • Salvatore Lattanzio

      Ciao Paolo, grazie. Non ho utilizzato pesi, ma potrebbe essere interessante vedere i risultati delle regressioni pesate (magari per la popolazione/densità/dimensione).

  4. Tommaso

    Grazie del contributo, chiederei solo un paio di chiarimenti riguardo a quello che fate.

    Non vedo citate nel testo le regioni che compongono i due gruppi. State confrontando Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania e Puglia (24 settembre) con il resto d’Italia? Se sì, potreste mostrare quanto i risultati sono robusti, ad esempio escludendo le regioni sotto il milione di abitanti, particolarmente sensibili al fatto che normaliziate i contagi alla popolazione?

    Esiste modo di sfruttare la variazione intraregionale, in modo da controllare parzialmente per il fatto che si stiano confrontando aree del paese molto diverse?

    Nel testo dite di controllare per gli effetti fissi regionali. Come lo fate se non state effettuando una regressione multivariata?

    Grazie

    • Salvatore Lattanzio

      Grazie del commento e dei suggerimenti. Per quanto riguarda, la definizione dei due gruppi di regioni, è corretto: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania e Puglia sono nel gruppo di controllo. Le altre (tranne P.A. Bolzano, Friuli e Sardegna, che hanno aperto in date diverse) sono nel gruppo trattato. Sulla popolazione, ho risposto sotto a un commento che suggerisce di pesare le regressioni per la popolazione. L’effetto che trovo è più piccolo, ma il cambio di trend resta. Proverò anche a escludere le regioni sotto il milione di abitanti, ma pesare per la popolazione dovrebbe essere un modo alternativo di rispondere allo stesso dubbio. Per quanto riguarda la variazione intraregionale, effettivamente è quella che sto sfruttando considerato che sto includendo gli effetti fissi (che includo proprio perché la regressione è multivariata). L’effetto comunque è confermato anche se, invece delle regioni, utilizzo le province come unità di analisi.

  5. Marina

    Il numero degli alunni positivi è utile , ma dà un’idea solo parziale di quello che sta succedendo nelle scuole. C’è infatti un effetto “domino” per cui a fronte di un positivo chiude una classe intera , in alcuni licei a causa dei poistivi in poche classi chiude tutta la scuola. Quindi il Ministero dovrebbe fornire dati su quante classi sono in “sospensione”. E magari per quante di queste è stata attivata la didattica a distanza. Altrimenti facciamo solo finta che “le classi siano aperte” e non rafforziamo la DAD

  6. Marcello

    Lo studio “indagine sulla propagazione del virus nelle scuole”, a cura dei professori Enrico Bucci, Guido Poli e Antonella Viola, conferma che la scuola non è un luogo speciale o più protetto rispetto al virus, ma che allo stato “Il tasso di infezione scolastica appare seguire quello della comunità circostante. La probabilità di infezione in una scuola non è significativamente diversa da quella della società nel suo complesso”. Va però aggiunto che le scuole sono state riaperte da meno di un mese e in moltissimi casi operano con il tempo parziale e orario ridotto…Traete voi le conclusioni.

  7. Beniamino

    Siamo in una società che tutela sempre e solo i vecchi. I vecchi devono avere le pensioni i giovani non le avranno, i vecchi devono avere una pensione superiore a quanto hanno versato i giovani con lavori precari versano e basta, i vecchi sono ricchi i giovani sempre più poveri, i vecchi devono essere tutelati perché muoiono di Covid a discapito dei giovani a cui viene impedito di andare a scuola, lavorare, fare sport, vivere.
    Siamo ormai una società destinata ad implodere su se stessa.
    Non dobbiamo chiudere le scuole, dobbiamo tutelare i nostri vecchi. Deve essere chiuso l’accesso alle case di cura, le persone non attive dal punto di vista lavorativo devono stare a casa e ricevere la spesa o il cibo già pronto a casa. Questo fino a quando avremo un vaccino efficace. La popolazione giovane e produttiva deve continuare a vivere per poter mantere tutti.

  8. Alfonso Pacitti

    Complimenti per questo interessantissimo articolo Volevo segnalare che avevo scaricato dal Sito del Sole 24ore dedicato al COVID le curve di contagi di Torino, Roma e Napoli ed avevo notato una brusca e contemporanea impennata dei casi nelle tre città da metà ottobre circa partendo dalla situazione piatta di Torino e da situazioni analoghe di Roma e Naoli di lento incremento. SI vede a occhio che a metà ottobre è cambiata la cinetica dalla fase precedente ( mi piacerebbe mandare la diapo) A questo punto la domanda è quale evento possa aver scatenato la stessa cinetica in tre città diverse che si dovrebbero comportarecome compartimenti separati, (Torino parte con incremento nullo ma da livelli superiori x l’la prima ondata!) Molto giusta l’idea di distinguere l’andamento di città con date di apertura diverse ed il paragone con la Germania. Questa sua analisi da ottobre avrebbe dovuto far parte di un processo di monitorizzazione… Credo che tutti siamo dispiaciuti dall’idea che la riapertura delle scuole possa avere avuto un pesante effetto “trigger” ma a questo punto si può scendere in una analisi dettagliata delle potenziali concause perchè probabilmente più fattori esterni concorrono tra cui i i trasporti ..

  9. Buongiorno, leggo oggi questo articolo. Volevo fare notare due cose. 1- la differenza nella riapertura delle scuole è ben diversa da 10 giorni (14 versus 24 settembre, in quanto le votazioni ed il week end relativo hanno ridotto questa differenza di 4-5 giorni). 2-la riapertura è stata in molti casi a ritmo ridotto nei primissimi giorni 3- sulla pagina https://www.robertobattiston.it/estrapolazione-andamenti-regionali-della-seconda-ondata-covid19/ si può trovare l’andamento di R(t) per le varie regioni.in 14 casi si trova che l’inizio della crescita di R(t) in settembre/ottobre avviene entro 10 giorni dalla riapertura delle scuole. In 7 casi questa correlazione non è evidente. Ci possono quindi essere effetti regionali legati non solo alla scuola ma al contesto complessivo delle infrastrutture. 5) nel caso nazionale (combinazione pesata di tutte le regioni) la ripartenza è nettamente visibile nei primissimi giorni di ottobre 5) su https://www.endcoronavirus.org/countries ci sono dati molto interessanti su questo tema, in particolare ma non solo, per USA e Israele. E’ importante confrontarsi con tutti le analisi fatte non solo un sottoinsieme. Grazie per l’attenzione

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