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Catene del valore: se la Cina chiude, l’Italia soffre

Pechino ha imposto il lockdown all’inizio del 2020. Le conseguenze in Italia sono state immediate. Alla crescita di un punto percentuale della dipendenza dei sistemi produttivi da importazioni dalla Cina ha corrisposto un rilevante calo della produzione.

Il Covid-19 contagia le catene del valore

La tempesta perfetta scaturita dalla diffusione del Covid-19 si è scatenata tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020. Se lo scivolamento dell’economia mondiale verso la recessione è stato principalmente causato dagli effetti delle misure di confinamento sociale introdotte per cercare di rallentare la rapida diffusione dell’epidemia a livello planetario, la tempistica del contagio, soprattutto nelle prime settimane, ha coinvolto in particolare alcuni paesi asiatici, in primo luogo la Cina. Quest’ultima, prima di tutti, ha adottato misure di blocco dell’economia tali da limitare la produzione interna e dunque la fornitura di input produttivi ai paesi più direttamente collegati attraverso le catene del valore internazionali. Nel corso dei mesi successivi, shock di domanda e di offerta si sono sostanzialmente sovrapposti, aggiornandosi con la calendarizzazione delle chiusure e delle riaperture operate dai diversi governi.

Tuttavia, almeno nel mese di febbraio, l’impatto sulle economie avanzate del lockdown cinese potrebbe aver operato come un collo di bottiglia a monte rispetto alle posizioni dalle prime occupate nelle catene globali del valore.

Riportiamo qui i risultati di una prima analisi sull’impatto del blocco cinese sulla produzione delle regioni italiane nel corso di febbraio. È infatti il mese che precede l’esplosione della pandemia in Italia, arrivata a marzo, ma segue, o in un certo senso coincide, con la tempistica delle misure messe in atto dal governo di Pechino.

Conseguenze sulla produzione delle regioni italiane

In particolare, abbiamo stimato un modello econometrico che spiega la dinamica della produzione industriale delle regioni italiane nel mese di febbraio, in termini di scarto rispetto alla variazione percentuale tendenziale media nazionale, come funzione di un indicatore di integrazione a monte di ciascuna economia regionale con l’economia cinese. Più precisamente, l’indicatore è stato costruito come il contributo della Cina in termini di beni e servizi intermedi alla produzione delle esportazioni interregionali e internazionali di ciascuna regione. Più elevato il suo valore, maggiore la dipendenza del sistema produttivo di una regione dalla fornitura di input intermedi da parte dell’economia cinese. Nel caso operi un vincolo di offerta rappresentato dalla mancata fornitura di beni intermedi da parte della Cina abbiamo ipotizzato una relazione negativa tra l’indicatore così costruito e la dinamica della produzione industriale.

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Oltre a questa prima misura abbiamo controllato anche per altri possibili canali di trasmissione di shock a valle e a monte. Per valutare l’effetto della debolezza della domanda cinese nello stesso periodo abbiamo costruito due indici di integrazione a valle con la Cina, stimando i) il peso della domanda finale interna di quest’ultima nella generazione del valore aggiunto delle diverse regioni italiane; e ii) il contributo delle regioni italiane all’export cinese.

Altre variabili di controllo hanno riguardato il grado di integrazione, a monte e a valle, delle economie regionali con il resto del mondo e il resto d’Italia e lo scarto dalla media della produzione industriale registrato per ciascuna regione a gennaio.

Nella figura 1 riportiamo i valori per le regioni italiane, rispettivamente, del grado di integrazione a monte con l’economia cinese nelle catene del valore e dello scarto dalla media della produzione industriale di febbraio. Si nota immediatamente come molte delle regioni caratterizzate da una dinamica della produzione inferiore alla media, Toscana e Marche su tutte, siano anche relativamente dipendenti dalla produzione di input intermedi cinese. Di contro, tra le regioni che hanno fatto meglio in termini di produzione industriale, soltanto la Lombardia si denota per un livello di integrazione a monte con l’economia cinese relativamente elevato.

Al di là di quanto suggerito dalla rappresentazione grafica, l’intuizione è supportata dai risultati della nostra analisi econometrica. All’aumento di un punto percentuale del grado di esposizione a monte rispetto alla Cina ha corrisposto una perdita di produzione industriale rispetto alla media nazionale di valori che oscillano tra i 35 e i 40 punti base a seconda della specificazione del modello. Il coefficiente relativo all’indicatore di esposizione, a differenza di quelli afferenti alle variabili di controllo, è sempre statisticamente significativo. L’evidenza raccolta, dunque, sembra suggerire l’operare di un collo di bottiglia attraverso il calo della produzione cinese nel mese di febbraio, che ha rallentato l’industria di alcune regioni italiane già prima dell’esplosione dell’epidemia nel nostro paese. Con il mese di marzo lo shock pandemico si è poi trasferito all’Italia e a molte altre economie avanzate. Comprendere se e come le catene del valore saranno modificate dalla crisi causata dal Covid-19 è uno dei temi di ricerca da esplorare nel prossimo futuro.

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  1. Enrico D'Elia

    Too much linkage can kill you, canterebbe la buonanima di Freddie Mercury. Magari fosse solo la Cina a condizionare la nostra industria. Esistono interi settori per i quali dipendiamo interamente dalle importazioni, come i computer. Dalla Cina importiamo quasi la totalità degli emoderivati e degli estratti da organi umani (nonché dei capelli…ed evito illazioni macabre). Qualsiasi fremito nella catena del valore di questi prodotti può avere ripercussioni drammatiche sulla nostra economia. Sarebbe bene utilizzare le nuove risorse europee per fare un po’ di reshoring come negli Usa, dove un certo Trump ha vinto le elezioni (e forse tornerà a vincerle) proprio su questo tema.

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