logo


  1. Daniele Fano Rispondi
    Il tema dell'articolo è centrale. Concordo con i commenti che indicano che il problema va collocato in un quadro più ampio con il concorso di una pluralità di attori pubblici e privati e di strumenti. Il mismatch si combatte anche con l'istruzione e il Life-long Learning per il quale l'Italia è il fanalino di coda dell?Europa. E poi meglio "ricominciare da tre" che cercare ogni volta di ripartire da zero. Il bilancio fatto da Inapp (ex Isfol) del programma Garanzia Giovani ne ha dimostrato gli aspetti positivi. C'è un "Learning by doing" che è importante. E che dire delle razionalizzazioni che consente la digitalizzazione ? E di un miglior "tutoring" in presenza?
  2. Lorenzo Munzi Rispondi
    Mi spiace essere sembrato polemico: non era mia intenzione. Ho solo illustrato uno dei motivi per cui, almeno nel settore privato, si verifica il fenomeno del collocamento per conoscenza: alcuni piccoli imprenditori mi hanno confidato di aver rinunciato ad assumere nuovi dipendenti, benché ne avessero bisogno, dopo aver avuto grossi guai con dipendenti che si comportavano male e gli mandavano a rotoli l’attività. Non era mia intenzione nemmeno sminuire i requisiti, anzi, a questi aggiungerei anche la serietà della persona, perché un rapporto di lavoro ha bisogno di essere basato anche su una fiducia ben riposta. Purtroppo, però, la serietà non sempre ha la considerazione che merita, insieme alla competenza. Quanto al fenomeno della raccomandazione che si è spesso manifestato nei concorsi pubblici, è ancora peggio, perché in quel caso c’è di mezzo anche la corruzione, ma sono tutte cose che derivano, a mio modesto parere, da un eccesso di rigidità del mercato del lavoro.
    • Savino Rispondi
      Chi si comportava male e manda a rotoli cosa? Non è che quell'imprenditore era infastidito dall'assumere donne per la possibilità di teoriche gravidanze in corso? Veda che sui diritti dei lavoratori siamo tornati indietro di decenni. Poi, certo, ci sono soprattutto i doveri, ma c'è anche l'etica d'impresa. Segnalare, nel pubblico e nel privato, ha marginalizzato i migliori provenienti da famiglie meno agiate, che poi sono quelli capaci di farci uscire dalla crisi, gli unici capaci direi, perchè se per uscire dal pantano aspettiamo i figli di papà allora campa cavallo che l'erba cresce.
  3. Claudio Martinelli Rispondi
    Gentile professore, nell'assetto istituzionale attuale i Centri per L'impiego non sono riformabili. Per esempio, mi permetto di suggerirle la lettura della circolare 1/2019 di Anpal, potra' dedurne quale e' l'attivita' quotidiana degli operatori, costretti ad occuparsi, loro malgrado di bizantinismi giuridici, non supportati da sistemi informativi decenti. Legga ad esempio le righe sul reddito "previsto' del lavoratore intermittente, un unicum mondiale secondo me. Oppure l'uso dei vetusti codici Istat per fare il matching. Le politiche attive sono un sistema in cui chiunque ci mette mano puo' solo peghiorare le cose. Vedo possibilita' di miglioramento solamente assegnando le politiche attive in via esclusiva alle Regioni. Certo, si tratterebbe di federalismo...
  4. Alessio Franzoni Rispondi
    Riprendo direttamente dall'interessante articolo:... "Ad oggi, i cpi: - non hanno un ruolo preciso; - quasi nessuno sa cosa siano, dove siano e a cosa servano; - oltre a essere pochi, hanno anche poche risorse; - le risorse umane sono poco qualificate; - con scarse dotazioni infrastrutturali". Se non c'è altro, ciò è sicuramente abbastanza per disegnare un quadro sconfortante che soltanto una radicale "rivoluzione" organizzativa potrebbe rendere migliore. Detto questo, si potrebbe aggiungere che è un miracolo che non siano stati ancora soppressi. Se si accetta di farlo brutale, il riassunto è piuttosto semplice: se il problema fosse tecnico, con sforzi colossali, programmazione chiara e competenze adeguati si potrebbe arrivare a qualcosa di utile. Se invece, come ribadito da altri commenti, il problema fosse da individuare su un piano di carattere prevalentemente politico… con ogni probabilità temo che le cose farebbero molta fatica a migliorare più di tanto!
  5. Lorenzo Munzi Rispondi
    Riorganizzare e rafforzare il ruolo dei CPI non è sbagliato: è inutile; almeno fino a quando i parrucconi del potere non si decideranno ad abbandonare interessi di bottega e pregiudizi ideologici di ogni ordine e grado e non avranno la dignità di guadagnarsi la loro paga provvedendo ad affrontare il vero problema con serietà: meno garantismo, meno burocrazia, meno pressione fiscale e meno responsabilità civili e penali. I tutor (impropriamente denominati “navigator”, tanto per aumentare la confusione) non hanno alcuna responsabilità nel mancato successo dell’iniziativa: come si fa a far incontrare domanda ed offerta se da un lato si richiedono competenze che dall’altro mancano? La vera tragedia è che la classe politica non comprende che i problemi che produce sono proprio quelli che chiama “soluzioni”.
  6. Francesco Gallo Rispondi
    Lavoro in un centro per l'impiego di provincia da poco più di un anno. Sono uno dei famigerati navigator. Trovo che il prof Garibaldi abbia centrato pienamente il problema: i job center all'italiana sono pochi, piccoli, male organizzati e con un personale che ha skill prettamente amministrative. Il nostro ruolo si va ad innestare in un contesto fortemente compromesso, per di più rivolto ad una coorte di popolazione scarsamente qualificata e con problematiche plurime di altra natura. Ciò nonostante, a differenza di molti altri colleghi che operano in città capoluogo, il nostro lavoro è stato nettamente avvantaggiato dalla prossimità del CPI al cittadino utente e, soprattutto, dalle ridotte dimensioni del bacino. Se solo il nostro lavoro potesse essere messo a disposizione della totalità dei disoccupati, avremmo già ottenuto un primo, importante miglioramento nell'ambito dei servizi per l'impiego nazionali. Il tutto sarebbe fortemente agevolato da un accentramento, da effettuarsi per mezzo di revisione costituzionale, della competenza legislativa in materia, ad oggi appannaggio delle Regioni.
  7. stefano z Rispondi
    Secondo questa proposta lo Stato dovrebbe mettersi in concorrenza con le (tante) agenzie private già esistenti. Che senso avrebbe? Non sarebbe meglio pensare ad una funzione diversa, complementare ai privati?
    • Pietro Garibaldi Rispondi
      Stefano z. le cosa attualmente non funzionano. Si ricordi che abbiamo il peggio mismatch. Serve una rete di dati unica a cui tutti accedano sia il privato che il pubblico. a presto, Pietro G.
  8. Dario C Rispondi
    Non trovo convincente l'idea che uno stato indebitato come l'Italia dovrebbe imbarcarsi in un'opera tanto complessa e costosa come quella proposta nell'articolo. Le città sono già piene di agenzie interinali che offrono privatamente un ottimo servizio di supporto all'incontro tra domanda e offerta, e lo fanno a costo zero per i contribuenti. Casomai l'investimento deve essere effettuato nelle scuole di ogni ordine e grado, cercando di fornire un'istruzione tarata su quelle che sono le esigenze del mondo del lavoro odierno. C'è poi una questione più generale che non mi convince ogni volta che sento parlare di mismatch. Possibile che nell'era di internet ci sia più ignoranza riguardo alle opportunità lavorative che in passato? Quanto del problema è dovuto al fatto che nel Novecento nessuno si prendeva la briga di misurare il mismatch? E quanta parte del mismatch è dovuta al fatto che le imprese hanno smesso di creare le competenze internamente attraverso la formazione della forza lavoro?
    • Pietro Garibaldi Rispondi
      Gentile Dario, Tutto quello che dice è giusto, però rimane che l’Italia è il paese più indietro nell’efficienza allocativa. Si ricordi che siamo i peggiori per indice di mismatch. Gli interinali non bastano. Inoltre ricordi che l’investimento importante è quello nella “rete”, che poi andrebbe usata da tutti. Investire sulle scuole ovviamente ha senso al di là della decisione sui centri per l’impiego. Però il mismatch italiano riguarda anche lavoratori che devono passare da un lavoro all’altro. Pietro g.
  9. Riccardo Bellocchio Rispondi
    Caro Professore le funzioni dei centri per l'impiego devono anche essere gestiti da soggetti privati. Già oggi vige un sistema pubblico/privato. Se il cpi deve essere come uin ufficio postale, che sia sempre di più aperto anche ad operatori seri sul mercato. Per svolgere tutto ciò occorrerebbe anche epnsare ad una autority/albo delle professinalità che vi lavorano, perché non sono solo le dotazioni elettroniche che fanno la differenza (data base unico necessario ma non sufficiente), Per gestire una transizione da un posto ad un altro occorrono anche personale qualificato e costantemente aggiornato. Una autority in questo campo sarebbe auspicabile anche per evitare l'accaparramento di risorse a persone non competenti come è avvenuto fino ad ora
  10. Savino Rispondi
    Spazzare via la mentalità per cui si trova lavoro con reti informali di conoscenze e segnalazioni e spazzare via i volponi che predicano questa strada truffaldina, lasciandoli anche in posizione di esodati se serve. A chi dice che questo è un discorso da povero illuso replico affermando peggio per voi, la crisi pre e post covid vi travolgerà e travolgerà anche la vostra ingordigia e la vostra prepotenza.
    • Lorenzo Munzi Rispondi
      Sig. Savino, quella del trovare lavoro per conoscenza non è una mentalità, ma una conseguenza di regole troppo rigide, leggi troppo severe e fisco troppo pesante, che di fatto puniscono chi assume, caricandolo di tasse e responsabilità civili e penali. Tutto questo rende l’assumere un lavoratore più un rischio che un investimento ed il possesso dei soli requisiti formali non è sufficiente a garantire la serietà del lavoratore. Ecco perché la rete informale di conoscenze fornisce, assumendo il ruolo di garante, l’unica possibilità di stabilire un clima di reciproca fiducia tra lavoratore e datore di lavoro.
      • Savino Rispondi
        Il prof Garibaldi parla di efficienza allocativa da migliorare , poichè " l’Italia è caratterizzata dal più alto indice di mismatch, un indicatore che tiene conto della differenza (in termini di skill e competenze) tra le caratteristiche della domanda di lavoro di cui le imprese hanno bisogno e le caratteristiche dei lavoratori in cerca di lavoro". Quelli che lei definisce, sminuendoli, "requisiti formali" non sono noccioline e non tutti li hanno con sè. L'Italia deve imparare che per professioni di un certo rilievo e precisione non ci vogliono i raccomandati, ma i competenti.