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Seconda ondata, le regioni e i settori più critici*

Come gestire una eventuale richiusura dell’economia in caso di una seconda ondata di contagi? Un’analisi di input-output e per filiere di produzione permette di identificare le regioni e i settori con maggiori criticità e il numero di lavoratori più esposti al rischio.

In Italia rimane l’incertezza sia sull’epidemia da Covid-19 sia sulla ripresa economica. In uno studio recente abbiamo analizzato l’impatto economico del lockdown, cercando di fornire informazioni utili sia sulle strategie di “riapertura” delle attività economiche sia su quelle di un’eventuale “richiusura”. Si parte da due osservazioni preliminari: (i) la distribuzione delle attività economiche in Italia è decisamente asimmetrica; (ii) i sistemi produttivi sono fortemente connessi e integrati sia orizzontalmente che verticalmente.

Riapertura settoriale e produzione aggregata

Ci siamo chiesti quali settori debbano essere riaperti – e in quale misura – per permettere alla produzione aggregata di tornare ad un livello simile a quello pre-lockdown. Abbiamo utilizzato le matrici input-output regionali e settoriali dell’Irpet assumendo come ipotesi di partenza la completa chiusura di tutta l’attività economica e considerando una riapertura a stadi: il primo stadio cattura la produzione diretta per soddisfare la domanda di beni e servizi finali; ogni stadio successivo include anche i fabbisogni indiretti derivanti dagli ordini di beni e servizi intermedi lungo la catena del valore (si veda l’appendice dell’articolo completo per ulteriori dettagli). La Figura 1 mostra la percentuale di attivazione di ogni settore necessaria per garantire una produzione totale prossima al 90 per cento del livello pre-lockdown.

Figura 1 – Percentuali di attivazione dei diversi se6ori produttivi a diversi stadi (“S” nella figura).

È chiaro che quasi tutti i settori dovrebbero operare ad alte percentuali – comprese tra il 60 e il 90 per cento – per raggiungere tale obiettivo. Ciò confligge con l’obiettivo di contenimento della diffusione del virus e di tutela della salute dei lavoratori. Questa tensione è ulteriormente esacerbata se si considera la dimensione geografica: la Lombardia, regione più colpita dal contagio, contribuisce per il 20 per cento alla produzione totale italiana. Aggiungendo Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna si arriva al 51 per cento.

Figura 2 – Distribuzione regionale della filiera per soddisfare la domanda di “vestiario e abbigliamento” in Italia: (i) numero di occupati dipendenti, (ii) numero di operai manifatturieri a elevato rischio di contagio, (iii) numero di operai manifatturieri e (iv) produzione dedicata a questa filiera (in percentuale sulla produzione totale regionale).

Dai settori alle filiere

L’analisi precedente segue un criterio meramente tecnologico, che aggrega le imprese in base alle caratteristiche merceologiche di un prodotto. A questa abbiamo aggiunto un’analisi per filiere di produzione, che si basa invece sulla domanda finale per la quale si produce. Inoltre abbiamo studiato la distribuzione geografica di ogni filiera e misurato anche il numero di addetti impiegati e il loro grado di esposizione al rischio Covid-19 (dati Istat e Inapp).

Abbiamo inizialmente esaminato tre filiere chiave dei consumi: vestiario e abbigliamento (cfr. Figura 2), ristoranti e alberghi, attività ricreative e culturali. Queste filiere rappresentano circa il 27 per cento dei consumi totali ed esporrebbero al rischio di contagio il 36,3 per cento di tutti i dipendenti del manifatturiero.

Inoltre, abbiamo esaminato la filiera legata alla domanda di beni capitali (esclusi quelli immobiliari). Per rispondere alla domanda di investimenti del paese sarebbe necessario esporre circa 108mila operai ad un rischio di contrarre il virus superiore a quello mediano (lo 0,4 per cento dell’occupazione totale).

Infine, abbiamo considerato le filiere legate alle esportazioni in Stati Uniti e Germania. La domanda estera proveniente da questi due paesi attiva circa il 5 per cento della produzione italiana e il 4,5 per cento dell’occupazione dipendente che si concentra soprattutto in Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna. Immaginando di voler mantenere costante livello e composizione di export verso i nostri principali partner commerciali, il numero di operai italiani esposti al rischio Covid-19 è di circa 140mila unità, meno dell’1 per cento dell’occupazione totale. Alcune regioni centro-settentrionali, in particolare Toscana, Emilia-Romagna e Piemonte, sono specializzate nelle produzioni attivate dalla domanda finale e intermedia degli Usa. Considerando gli addetti impiegati in termini assoluti e gli operai a maggior rischio di contagio, anche Lombardia e Veneto si aggiungono al gruppo delle regioni più coinvolte dalla filiera.

Figura 3 – Distribuzione regionale della filiera per soddisfare la domanda di export verso gli Stati Uniti: (i) numero di occupati dipendenti, (ii) numero di operai manifatturieri a elevato rischio di contagio, (iii) numero di operai manifatturieri e (iv) produzione dedicata a questa filiera (in percentuale sulla produzione totale regionale).

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Conclusioni

L’interdipendenza fra settori e il dualismo dell’economia italiana impongono pesanti vincoli sia nella gestione della riapertura sia in prospettiva di un secondo lockdown. Per evitare forti cadute dell’attività economica, quasi tutti i settori devono poter operare ad un regime superiore al 50 per cento. Inoltre, è necessario che le regioni più attive siano quelle del Nord, dove più forte è stata l’epidemia. Queste conclusioni, oltre a non considerare il rischio di esposizione al virus dei lavoratori dipendenti, non tengono conto dei bisogni delle famiglie in termini di beni e servizi finali; o la domanda proveniente da mercati specifici.

L’analisi per filiere di produzione getta luce su questi aspetti. In Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Toscana si concentrano le maggiori criticità legate all’esposizione della forza lavoro al rischio di contagio, perché caratterizzate da mansioni manifatturiere che non possono essere svolte in modalità di telelavoro. Se però si considera il rischio d’esposizione al Covid-19 superiore al rischio mediano, i risultati sono più incoraggianti: il numero di lavoratori manifatturieri esposti al rischio nelle filiere da noi esaminate sarebbe di poco superiore all’1 per cento del totale degli occupati italiani rispetto a una produzione corrispondente a circa il 25 per cento del totale.

* Gli autori ringraziano il supporto del progetto europeo H2020 GroWInPro (Growth, Welfare, Innovation, Productivity, grant agreement N. 822781). Mattia Guerini ha ricevuto finanziamenti dal programma di ricerca e innovazione Horizon 2020 dell’Unione europea nell’ambito della convenzione di sovvenzione Marie Sklodowska-Curie n. 799412 (Acepol). L’articolo fa riferimento ad uno studio svolto per la task force del ministro per l’Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione per lo studio dell’impatto economico del Covid-19. Lo studio è stato svolto in piena autonomia e le opinioni espresse nell’articolo sono interamente quelle degli autori. Esse non riflettono né le opinioni delle rispettive istituzioni di appartenenza né quelle del Ministro o del governo.

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  1. Savino

    La scienza ha il dovere di dire la verità circa la gravità o meno della situazione, cosa che non sta facendo fin dall’inizio, portando avanti il tutto all’italiana e a tarallucci e vino. Altri lockdown non ci possono essere da nessuna parte al mondo, l’economia è già rovinata così. Le attività economiche che servono per vivere e le attività di servizio pubblico e sociale non potevano essere bloccate già dall’inizio, poichè si doveva già immaginare che una pandemia non poteva durare solo 2-3 mesi. E’, invece, assurdo basare l’economia di uno Stato sull’apertura delle attività ludiche, come mi pare si stia facendo. Assurdo che non ci si possa recare in serenità negli ambulatori medici, negli uffici, nei servizi socio-assistenziali e a scuola mentre in discoteca e al mare, perfino all’estero, ci si è potuti recare. Chi ha rispettato le regole è stato trattato come un cittadino di serie b, mentre Briatore o gli affaristi del calcio milionario sono stati trattati coi guanti bianchi, come sempre.

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