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La ricerca italiana si fa strada nel mondo*

Per articoli pubblicati e impatto delle pubblicazioni in tutte le discipline, la crescita della produzione scientifica italiana è stata dal 2001 superiore alla media mondiale. Il paradosso è che i risultati non si riflettono sul ranking dei nostri atenei.

Il paradosso italiano

L’Italia è saldamente attestata in una posizione preminente in Europa e nel mondo rispetto alla sua produzione scientifica, sia come presenza di articoli scientifici nei principali database internazionali, sia in termini di impatto citazionale.

Non altrettanto confortante è, invece, il dato relativo alla collocazione internazionale degli atenei italiani quando si guardano le graduatorie preparate da agenzie di assoluto prestigio. Molte sono redatte annualmente, puntualmente riprese dagli organi di stampa, e sempre di più attraggono l’attenzione non solo degli addetti ai lavori ma anche quella dei fruitori primi dell’offerta formativa: gli studenti e le loro famiglie.

I ranking internazionali mostrano risultati deludenti per le università italiane, che compaiono tipicamente intorno od oltre la 150esima posizione. Si tratta quindi di uno strano paradosso, dove la qualità della ricerca – che spinge in alto il posizionamento del paese – non sembra riflettersi in modo equivalente sul piazzamento delle università, che pure rappresentano i centri di ricerca più importanti di quello stesso paese.

In questo e in un successivo articolo proveremo allora ad esaminare separatamente la posizione dell’Italia nel contesto internazionale della ricerca e la sua collocazione all’interno dei sistemi di ranking delle università nel mondo, per comprendere quali provvedimenti potrebbero essere assunti per far crescere in modo significativo la reputazione dei nostri atenei.

La produzione scientifica italiana nel contesto internazionale

Partendo da un’analisi dei dati SciVal-Scopus, elaborati da Anvur – Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, e già presentati nell’ambito del Rapporto biennale pubblicato nel 2018, emerge uno scenario molto interessante – nonché confortante – per il nostro paese.

In termini di articoli pubblicati e di impatto scientifico delle pubblicazioni in tutte le discipline, nel periodo 2001-2018, la crescita della produzione scientifica italiana è stata superiore alla media mondiale. L’Italia ha visto aumentare progressivamente la propria quota di pubblicazioni che, nel biennio 2017-2018, si attesta al 3,8 per cento dell’intera produzione mondiale oggetto di valutazione, mantenendosi in linea con quanto registrato nei precedenti bienni (3,7 per cento nel 2013-2014 e 3,9 per cento nel 2015-2016). Nello stesso periodo, i paesi europei che potremmo considerare come “concorrenti” nell’ambito della ricerca scientifica e che godono in questo campo di maggior prestigio internazionale (quali Francia, Germania e Regno Unito) hanno sostanzialmente mantenuto le loro quote, seppur con un trend leggermente calante nel tempo: la Francia passa dal 4,1 per cento del 2015-2016 al 3,9 del 2017-2018, la Germania passa dal 6 per cento al 5,8, mentre il Regno Unito mantiene stabile da un biennio all’altro la propria quota, pari al 6,9 per cento).

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La crescita o la stabilità delle quote si innesta su un trend crescente di tutta la produzione scientifica mondiale nel periodo 2001-2012 (tasso medio anno pari all’incirca al 5,7 per cento), tasso che poi tende a calare sensibilmente, fino ad attestarsi intorno all’1 per cento nei sei anni successivi. Nello stesso periodo, i paesi dell’Unione europea mostrano una crescita media annua di circa il 4 per cento, superiore, ma solo di qualche decimo di punto, rispetto ai paesi Ocse. L’Italia ha tassi di crescita decisamente più sostenuti e, di conseguenza, incrementa la propria quota mondiale: dal 3,4 per cento del periodo 2001-2005 al 3,8 del quadriennio 2013-2016, con un ulteriore significativo aumento nel biennio successivo che la porta al valore di 3,98 nel 2017-2018.

Se affiniamo l’ analisi attraverso l’uso di un indicatore più specifico legato all’impatto citazionale – il Field Weighted Citation Impact (Fwci) – nel periodo 2001-2018 la ricerca scientifica italiana ha mostrato un impatto citazionale tra i più alti, con un valore dell’indicatore pari a 1,38, sostanzialmente uguale a quello registrato dalla Germania (1,37) e lievemente superiore al dato della Francia (1,31). Negli ultimi otto anni l’Italia mostra performance di tutto rispetto (Fwci medio = 1,45) che la pongono al livello degli Stati Uniti e leggermente al di sotto degli altri paesi anglofoni, ma prima di Francia e Germania, così come dei principali aggregati di paesi (Ocse e Unione europea). Va segnalato che l’indicatore ha a sua volta un trend di crescita mondiale, legato al progressivo ampliamento della banca dati Scopus. Ma ciò nonostante, la posizione relativa del nostro paese sembra progredire.

Le discipline più attive

Nel periodo 2017-2018 un’ottima prestazione viene registrata dalle scienze agrarie e veterinarie, le quali raggiungono livelli superiori al dato complessivo nazionale (Fwci=1,47): la precedono solo i Paesi Bassi e Svizzera, Svezia e Regno Unito. Il dato è probabilmente legato alla interconnessione tra ricerca e filiera produttiva italiana dell’agro-alimentare, ivi inclusi gli aspetti di sicurezza nel campo dell’alimentazione e dei controlli di sicurezza, ad esempio degli allevamenti. Anche nelle scienze della salute l’Italia si posiziona tra i migliori paesi, con un Fwci medio di 1,61 (nel biennio 2017-2018), superiore a quello di Francia e Germania e persino degli Stati Uniti (1,40).

Lo stesso indicatore evidenzia poi una crescita dell’Italia nelle scienze sociali, che la vede collocata in una posizione sempre più prossima a quella dei paesi anglosassoni e lievemente superiore al dato aggregato dei paesi dell’Unione europea.

Più deludente, invece, la performance delle discipline umanistiche che decrescono da un valore medio di 1,02 nel primo quinquennio a un valore di 0,87 nell’ultimo biennio considerato. Tuttavia, vale la pena di ricordare che si tratta di valori relativi alla collocazione di un settore disciplinare nella produzione scientifica mondiale: se un settore è meno aperto o si apre più lentamente al dibattito internazionale sulle riviste censite da Scopus, tutti gli indicatori di natura citazionale tenderanno a penalizzarlo.

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Si può quindi riassumere che l’analisi dei dati Scival Scopus mostra senza dubbio come le quote di produzione di contributi scientifici e il loro impatto nei confronti della corrispondente produzione mondiale da parte dei ricercatori italiani abbiano visto un netto incremento in tutte le discipline nel periodo 2001-2018, con un tasso di crescita che è stato anche superiore alla media mondiale. Questo fatto è stato recentemente ricordato anche in uno studio curato dall’Agenzia nazionale di valutazione della ricerca ed educazione superiore francese (Hcéres-Haut Conseil d’Evaluation de la Recherche et de l’Education Supérieure). Il rapporto prende in considerazione dati relativi agli anni successivi al 2010 e mostra come, fra i paesi europei, l’Italia sia quello che più di ogni altro ha visto incrementare la propria produzione scientifica, al punto di avanzare l’ipotesi di un “miracolo” italiano. Noi ci limitiamo a ricordare che la cultura della valutazione ha trovato il suo maggiore impulso proprio in quegli anni e che non sarebbe ragionevole ignorare lo stimolo significativo che ha avuto nei confronti dell’incremento, sia quantitativo che qualitativo, della ricerca in Italia. Se a questo si aggiunge che il decisore politico ha agganciato il finanziamento (parziale) delle università ai risultati della valutazione della ricerca (attraverso la componente incentivante della distribuzione del Fondo di finanziamento ordinario), si può ben comprendere come questa spinta possa contribuire a spiegare l’impulso alla ricerca di qualità (si vedano i risultati di Daniele Checchi, Marco Malgarini e Scipione Sarlo).

Sull’aspetto del posizionamento della produzione scientifica italiana nel contesto internazionale vale la pena di richiamare come le esperienze sia del Ref inglese sia dei due successivi esercizi di Valutazione della qualità e della ricerca (Vqr) svoltisi in Italia fra il 2006 e il 2014 sembrano attivare processi migliorativi attraverso la più ampia diffusione dei risultati della propria attività, tanto che i processi stessi diventano oggetto di studio da parte degli atenei e degli enti di ricerca.

*Paolo Miccoli è stato presidente di Anvur fino a gennaio 2020, quando è stato sostituito da Antonio Uricchio. Daniele Checchi è stato membro del Consiglio direttivo di Anvur.

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10 commenti

  1. Max

    Articolo interessante, tuttavia l’analisi su dati Scival è riportata a livello Paese, mentre le classifiche (QS, THE, ecc.) riguardano le università presenti nelle prime “n” posizioni mondiali. Una possibile razionalizzazione è che la qualità media della ricerca italiana (come misurata dagli indicatori citati nell’articolo) sia buona e stia migliorando. Quindi sarebbe interessante non andare a guardare la presenza delle nostre università nelle prime “n” posizioni delle classifiche, ma considerare l’indicatore medio (QS, THE, ecc.) per Paese utilizzando questi ranking (quindi facendo la media di tutte le università italiane, tedesche, US, ecc.) e vedere se l’apparente paradosso scompare. Altrimenti potrebbe essere semplicemente che sebbene la qualità media in Italia sia buona e stia migliorando, non abbiamo per varie ragioni concentrazioni o dimensioni (es. numero assoluto di ricercatori “eccellenti” per Ateneo) di “qualità” della ricerca tali da contendere le prime (anche solo 200) posizioni ai “mostri sacri”.

    • Paolo Giannozzi

      Ottimo punto di MaX. Supponendo per assurdo che le classifiche delle universita’ abbiano un qualche valore, basta estendere lo sguardo un po’ piu’ in la’, per esempio alle prime 500, per trovare universita’ italiane in numero comparabile a quelle francesi o tedesche. Il sistema universitario italiano non e’ fatto per concentrare le “eccellenze” (ammesso che sia giusto farlo, cosa di cui e’ lecito dubitare): non ce ne sono le condizioni legislative e burocratiche e men che mai i soldi (la didattica e la ricerca di qualita’ costano).

  2. Massimo Coletti

    Solo per precisione, una domanda. L’attribuzione “italiana” si basa sulla nazionalità dell’istituto di affiliazione dell’autore e non sulla nazionalità dell’autore stesso?

    • Paolo Miccoli

      Si fa riferimento all’affiliazione, quindi istituzioni italiane

  3. Monica Mincu

    Abbiamo tutti vissuto il modo in cui la cultura della valutazione della ricerca sia cambiata negli ultimi anni – e su input politico “dall’alto” che è stato decisivo. Si ottengono questi esiti senza disporre di un sistema di supporto istituzionale (head of research non solo di nome, ma di fatto) e politiche di supporto interno alla ricerca sostanziali come quelle esistenti in UK, per esempio. Alcune realtà sono tuttora impostate su una cultura di ricerca perlopiù individualistica – non in team, senza intercettare obiettivi anche comuni e senza disporre di coaching/tutoraggio e supporto effettivi per chi è all’inizio della carriera. Il vice-direttore alla ricerca è quasi interamente un ruolo a servizio degli altri colleghi, della loro qualità nella ricerca e pertanto manageriale.

    • bob

      dott.sa la ricerca per come la intende Lei non può prescindere dal mondo industriale e di produzione , cosa che in Italia latita. Non si dimentichi che a parte eccezioni la nostra è una produzione di bassa tecnologia se non addirittura di sub-fornitura. Un gap di 40 anni non è facile riempirlo con una stagione

  4. emilio

    a seguito del famoso criterio di valutazione i nostri universitari hanno iniziato a scrivere e referenziarsi tra loro molto di più di prima per rimpinguare il loro curriculum. Cio non significa che la ricerca sia migliorata. Da quel punto di vista basta guardare i risultati nelle varie materie e i brevetti ottenuti ad es. su farmaci e quant’altro per capire che la nostra ricerca è e resta di secondo ordine. il copia e incolla e il referncing sono una delle maggiori invenzioni …. del nostro secolo

  5. Henri Schmit

    Il rapporto dell’Anvur è di grande qualità e molto interessante. Nonostante ciò mi domando se non ha ragione “emilio”: l’abitudine – in un paese dove conta la forma più della sostanza – di gonfiare i CV si ripercuote sulla quantità (aspetto comunque positivo, agevolato anche dalle modalità digitali) e sulla qualità media delle pubblicazioni. Parlando solo delle materie che più mi interessano, le “scienze” (sic) giuridiche e politiche, temo che siamo tornati al livello della scolastica quando si dimostravano i teoremi non con l’analisi logica, ma con la referenza a presunte autorità: “ipse dixit”. Spesso la ricerca in Italia nel campo guridico-politico si riduce a una compilazione di “ipse dixit”.

  6. Henri Schmit

    La dott.ssa Antonella Viola, scienze biomediche, università di Padova, (a RAI news 24 del 20 luglio) critica le regole cogenti di assunzione nel mondo accademico fondate sul numero delle pubblicazioni, un formalismo che impedisce alla responsabile di assumere i candidati secondo lei più validi. Dovrebbe far riflettere … anche per spiegare i risultati discussi nell’articolo.

  7. Francesca

    Articolo interessante ma non mi pare risponda alla domanda. Inoltre altri punti sono stati evidenziati nei commenti: perché se siamo così migliorati questo non si riflette anche a monte (numero di brevetti, innovazione etc)?
    Tempo fa avevo letto questo articolo sul Sole 24 ore che indica nel numero di cross-citazioni la motivazione principale dell’incremento dell’impact factor.
    https://www.ilsole24ore.com/art/boom-auto-citazioni-studio-denuncia-doping-ricerca-italiana-ACnIPdj

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