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  1. meteorite Rispondi
    Ma perché non fate una proposta seria? 1) Durata dei corsi di laurea di soli 3 anni o 15 esami. 2)Università o ricevono i finanzziamenti pubblici o le rette deegli studenti (lı una esclude lı altra) 3) le Università fondate da imprenditori rivolte alla formazione di imprenditori che vogliono approfondire temetiche riferite alla loro attività professionale 4) materie e corsi di laurea attinenti ad imprese e management tenuti da veri manager e veri imprenditori e non da professori universitari 5) abolizione del valore legale del titolo di studio, nel senso che se un diplomato è più preparato di un laureato ha il diritto di avere progressione di carriera superiore al laureato 6)promozione di esami singoli senza dover necessariamente sostenere gli esami di un intero corso di laurea 7) corsi e materiale didattico diffuso su internet ed esami sostenuti solo scritti 8)poter accedere alle professioni formandosi anche tramite praticantato e studio individuale (come da poco fanno in Inghilterra) 9) Università aperte anche ai 50 enni che devono riformarsi 10)promozione degli istituti tecnici superiori
  2. Matteo Rispondi
    Vorrei capire in base a quale ragionamento la 'soglia di povertà' viene posta a 31 mila euro lordi (1600 euro netti mensili per dipendente senza familiari a carico'.
  3. Rick Rispondi
    La vostra proposta, se posso riassumerla in due parole usando anche quanto da voi scritto in altri articoli, sarebbe quella di (i) differenziare maggiormente le tasse universitarie per fasce di reddito (ii) incrementare il finanziamento delle università tramite le tasse universitarie (riducendo quindi la quota di finanziamento derivante dalla tassazione generale), fornendo prestiti d'onore agli studenti non in grado di pagare la retta, il modello inglese in sostanza. Mi vengono in mente 3 critiche, in ordine di importanza 1) Un qualunque aumento delle tasse universitarie diminuisce la domanda, cioè il numero di studenti iscritti. A riprova, da quando in Inghilterra hanno triplicato le tasse universitarie istituendo un meccanismo simile rispetto a quello da voi proposto, il numero di studenti iscritti alle università si è ridotto del 10% in un anno. Inutile ricordare che in Italia siamo sotto la media OCSE come numero di laureati quindi otteremmo un effetto di policy opposto rispetto a quello auspicabile 2) Il sistema funziona perfettamente se ipotizziamo che un ragazzo di 18 anni sia neutrale rispetto al rischio. Ma una persona avversa al rischio avrebbe più difficoltà a contrarre un debito di molte migliaia di euro a 18 anni per frequentare l'università, a fronte di un ritorno incerto. E anche se parte del debito potrebbe venire condonato dallo stato se il ragazzo non riuscisse poi a restituirlo, il solo impatto psicologico di un debito di 20-30.000 euro per...
  4. DDPP Rispondi
    Sono un pò perplesso per le argomentazioni riporatte. Tre riflessioni. a) Se andiamo a prendere qualsiasi capitolo della spesa pubblica ci sono persone che non partecipano alla distribuzione di quel capitolo nche se contribuiscono pesantemente. Ad esempio, perchè devo contribuire agli oneri accessori dell'INPS (maternità, disoccupazione, moblità ecc.) se non ne usufruirò? Perchè, se sono un giovane devo sostenere sia con contributi che con imposte sul reddito al pagamento delle attuali pensioni di cui beneficerò in misura minimale? b) Dato per giusto l'assunto costituzionale che devo pagare le imposte sul reddito in misura più che proporzionalmente al mio reddito. non capisco perchè dovrei pagare anche i servizi in misura proporzioanle al mio reddito. Saranno le imposte più che proporzioanli sul mio reddito a pagarli!! c) Se il costo dell'università pubblica per i miei figli mi aumenta (più che proporzionalmente al mio reddito) forse preferirò sceglierne una privata. Forse avrò un servizio migliore e sicuramente non mi toccherà subire le vessazioni di pubblici impiegati inamovibili. Se pagherò qualcosa in più posso sempre pensare che sarà una soddisfazione ben pagata!
  5. Tomaso Pompili Rispondi
    Alcuni numeri non tornano, forse: una tabella aiuterebbe. secondo I&T: percettori poveri totali = 80% e percettori poveri senza figli all'università = 70% ne deduco: percettori ricchi = 20% e percettori poveri con figli all'università = 10% secondo I&T: studenti figli di percettori ricchi = 40% studenti figli di percettori poveri = 60% ne deduco: queste famiglie povere hanno molti più figli e li mandano tutti all'università mi pare alquanto strano: forse gli autori hanno scambiato 60 e 40? Non che la correzione indebolisca l'argomentazione degli autori ...
  6. piero r Rispondi
    L'analisi è consequenziale e convincente. Da profano, mi chiedo se l'intensità delle conclusioni non debba essere un poco attenuata, posto che: a) le esternalità sociali dell'istruzione sono verosimilmente maggiori di quelle rilevabili empiricamente (tuttavia confesso di non conoscere i due lavori citati); b) esistono evidenze OCSE (riportate ad esempio in I. Visco, Investire in conoscenza, 2009) che evidenziano come il rendimento differenziale privato dell'high education è in Italia minore che altrove. Saluti cari.
  7. Andrea V Rispondi
    Le tasse sono secondo la Costituzione il contributo che ciascun cittadino della Repubblica fornisce allo stato per erogare servizi in ragione delle necessità generali, per cui è errato misurare costo beneficio sul singolo individuo. Sullo specifico della istruzione universitaria, l'ideale dovrebbe essere una Università pubblica, efficiente con professori ben pagati e sottoposti ad un rigoroso controllo di qualità accademico e didattico, a cui accedano i cittadini meritevoli in modo totalmente gratuito (corsi, libri, alloggi, argent de poche), attraverso una selezione basata esclusivamente sul merito. Esempi ideali di questo tipo sono ENA, Ecole normale superieure e Ecole Polytechnique. Le università private, dovrebbero al contrario essere sottoposte al puro mercato senza alcun intervento o contributo dello stato e quindi totalmente a carico degli iscritti. Se si vuole essere liberisti, lo si deve essere fino in fondo, vero? o no?
  8. Emanuele Pugliese e Ugo Gragnolati Rispondi
    Essendo gli autori dell'articolo citato nel testo, vorremmo aggiungere tre commenti che riteniamo siano utili alla discussione. 1) Quando abbiamo trovato risultati diversi dai loro, I&T si sono mostrati da subito molto gentili e ci hanno fornito i loro dati. Abbiamo deciso di usarli per favorire la comparabilità tra nostri risultati ed i loro più recenti. Tuttavia, anche con i dati precedenti, a noi risultava che fossero i "ricchi" a trasferire risorse ai "poveri". 2) Il nostro scopo era, per citare Ichino e Terlizzese, "sgombrare il campo da dissensi su aspetti meramente fattuali". Il risultato empirico di un trasferimento dai poveri (di oggi) ai ricchi (di oggi) descritto sul Corriere e sul libro Facoltà di Scelta era molto impressionante e, trovandolo inesatto, ci è sembrato utile correggerlo. Mi sembra che l'obbiettivo sia raggiunto e ci sia ora accordo sulla questione fattuale. 3) La nuova argomentazione di Ichino e Terlizzese, riguardo un trasferimento da chi non usa un servizio a chi lo usa, ci pare molto meno informativa rispetto a quella precedente, nel senso che è automaticamente vera per qualsiasi servizio pubblico finanziato attraversi la fiscalità generale invece che al consumo. Ad esempio, in un sistema di sanità pubblico, i sani finanziano le cure dei malati per tutta la parte di spesa non coperta dai ticket. In questo senso, riscontrare una "inquità" nel trasferimento tra "poveri" fruitori e "poveri" non fruitori sembra meno pregnante...
    • piero r Rispondi
      Breve rejoin (anche ad Ettore), consapevole di una possibile accusa di bulimia. L'argomento del trasferimento orizzontale "inter poor" non può essere esteso in modo indifferenziato a tutti i servizi collettivi a domanda individuale (es. sanità, TPL) in quanto l'istruzione, a differenza di questi, ha la peculiarità di accrescere il reddito permanente del beneficiario grazie al migliormento del suo capitale umano. Ergo si tratta oggettivamente un caso più delicato ...
      • Emanuele Pugliese Rispondi
        Scrivo ora solo a mio nome, non perché vi sia disaccordo ma perché Ugo non è nelle vicinanze :) Probabilmente non siamo stati chiari: almeno personalmente non trovo il nuovo argomento di I&T estraneo al dibattito o tantomeno sbagliato, anzi: il tema della mobilità verticale, e se considerarlo un costo o un valore, è centrale. Mi lasciava invece perplesso, da cui il punto 3) del commento precedente, la necessità di dimostrarlo empiricamente: è un punto in discussione che i servizi pubblici compino un trasferimento da chi non li usa a chi li usa?
  9. Ettore Rispondi
    La soluzione proposta nell'articoo è più che condivisibile, ovvero una maggior progressività delle tasse universitarie, la cui formulazione odierna conduce al frequente paradosso di incidere molto meno sulle famiglie più ricche. Dopo una opportuna revisione dell'ISEE, si potrebbe, non bastasse un aumento delle fasce di contribuzione, adottare un meccanismo di diretta proporzionalità tra l'indicatore e le tasse da pagare, abbandonando, almeno in parte, la logica degli scaglioni, o applicando tale metodologia sopra un certo ISEE. Vari dubbi però sulla presunta iniquità dei trasferimenti tra poveri -beneficiari e non- dell'istruzione universitaria. Posto che che il capitale umano è un fattore indispensabile per la crescita economica ma anche culturale di un Paese, i benefici indiretti derivanti dall'istruzione d'eccellenza altrui dovrebbero in gran parte compensare la presunta iniquità del pagamento per un servizio di cui non si è goduto direttamente. Altrimenti, sono da considerare inique tutta la parte di imposte versate per servizi -anche essenziali- di cui non si gode in prima persona: sanità, trasporto pubblico etc etc..
  10. PB Rispondi
    Ma i figli delle diverse classi sociali non si distribuiscono egualmente fra le varie discipline (Lucas, 2001 AmSocRev): di qs fatto non ne tenete conto, quindi assumere che "gli studenti universitari di oggi siano (mediamente) i ricchi di domani ci sembra abbia una solida base empirica." non e' cosi' corretto (ok, dipende da cosa intendiamo con "mediamente"). Alcuni avranno rendimenti individuali molto piu' elevati di altri, e c'e' un sicuro effetto "origine sociale" in questi differenziali di accesso alle discipline ad elevati rendimenti.
  11. giulio savelli Rispondi
    Più in generale, ho dei dubbi sul criterio di “equità” proposto da Ichino e Terlizzese. Perché chi non ha figli deve pagare per le scuole materne, elementari e medie? Perché chi ha una salute di ferro deve pagare i costi della sanità pubblica? Perché chi non usa il trasporto collettivo (e magari va a piedi o in bicicletta, perché “povero”) deve contribuire a mantenere basse le tariffe? Insomma, se non usufruiamo di un servizio pubblico, costoso per la collettività, e magari non siamo affatto ricchi, perché lo facciamo? Considerarsi parte di una collettività, anziché di un condominio, è fonte intrinseca di iniquità?
  12. giulio savelli Rispondi
    Alcuni dubbi. 1) “i benefici indiretti di cui godrebbero i cittadini non in possesso di un’istruzione superiore” sarebbero insignificanti. Sono infatti molto difficili da valutare, ma sono invece valutabili i benefici per un Paese. La quantità di laureati è un grossolano ma affidabile indicatore del grado di sviluppo di un Paese: e non si intende solo il Pil, ma la qualità complessiva della vita, di cui beneficiano indirettamente tutti i cittadini. Lo sforzo per l’Italia dovrebbe concentrarsi sull’aumento del numero di laureati, a cui corrisponderebbe anche una diminuzione del numero di famiglie povere che non hanno figli all’università. 2) Il 60% degli universitari viene da famiglie povere, e costoro, ingiustamente, saranno “i ricchi di domani”. Qui ho due perplessità. La prima è perché si debba considerare il miglioramento del reddito da una generazione all’altra una iniquità. I poveri da cui i “ricchi di domani” ricevono il denaro (quello speso dallo Stato nel finanziare l’università) è il denaro delle loro famiglie di origine. Che i genitori facciano sacrifici per l’istruzione dei figli è difficile considerarlo iniquo. La seconda perplessità è nell’incerta misura della “ricchezza di domani”. Quanto guadagna in più, mediamente, un neolaureato rispetto a un giovane diplomato, oggi, in Italia? E’ questa differenza, temo non enorme, la misura della ricchezza “espropriata” ai poveri in favore dei futuri ricchi.