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  1. bob Rispondi
    sarebbe da chiarire cosa è il "lavoro in nero". Dove va a finire il lavoro in nero? Sparisce? Diventa "bianco" subito dopo magari acquistando un elettrodomestico? Se questo piccolo ipocrita Paese avesse il coraggio di guardarsi allo specchio e di vergognarsi un pò forse sarebbe meglio per tutti. "suscitano diversi interrogativi riguardo alle politiche di contrasto.". Prof. non sarebbe più logico una "politica di regole chiare senza orpelli?" La politica di contrasto suona tanto di gendarme di borbonica memoria
  2. Andrea Salanti Rispondi
    "nel Mezzogiorno è probabile che i lavoratori in nero siano i soli occupati in famiglia, mentre nel Nord è probabile che i lavoratori in nero vivano in famiglie in cui il capofamiglia ha un lavoro regolare." Vero, ma, visto da BG edintorni, direi che è pure frequente il caso del lqvoro in nero come secondo lavoro del capofamiglia e non.
  3. Antonio Aquino Rispondi
    Emilio Reyneri, che mi ha riportato con nostalgia agli anni dell’impegno nell’organismo rappresentativo degli studenti della Bocconi (il “circolo bocconiano”) insieme a Italo Lucchini e tanti altri, ha messo magistralmente in evidenza la debolezza centrale dell’economia Italiana: la fortissima carenza di lavoro regolare nelle regioni del Mezzogiorno. Questa carenza deriva dalla insufficiente competitività nel Mezzogiorno delle produzioni a mercato non esclusivamente locale, e i suoi effetti sono devastanti non soltanto per gli abitanti del Mezzogiorno ma anche per quelli del Nord, che devono compensare con minori salari e maggiori oneri fiscali il disavanzo del Mezzogiorno dal punto di vista sia degli scambi con l’estero sia della finanza pubblica. Visto il fallimento delle politiche di coesione regionale dell’Unione europea, e considerata l’impraticabilità politica di una contrattazione regionalmente differenziata delle condizioni di lavoro, l’unica via politicamente ed economicamente percorribile per aumentare le opportunità di lavoro nelle regioni del Mezzogiorno sembrerebbe essere oggi non tanto una generalizzata, e costosissima, “fiscalità differenziata”, ma una forte e duratura riduzione degli oneri fiscali e contributivi esclusivamente sul lavoro impiegato nel Mezzogiorno in attività produttive a mercato non esclusivamente locale (“svalutazione fiscale”). Sul superamento delle obiezioni della Commissione europea rispetto a una misura di questo tipo, e non sui vincoli generalizzati di finanza pubblica, sarebbe opportuno per il Governo italiano aprire oggi un confronto serrato con le istituzioni dell’Unione europea.