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Lavoratori immigrati: una vera riforma dopo la sanatoria

La regolarizzazione di colf e lavoratori dell’agricoltura nella fase di emergenza sanitaria è stata una necessità. Ma bisogna tornare a discutere di una riforma strutturale dell’immigrazione, che privilegi ingressi legali e percorsi di inclusione.

Perché la sanatoria 2020

L’emergenza Covid-19 ha coinvolto anche il mercato del lavoro degli stranieri, riportando di attualità il tema della regolarizzazione degli immigrati irregolari, seppure limitata al settore primario e a quello domestico. La chiusura delle frontiere dovuta all’emergenza sanitaria, infatti, ha impedito l’ingresso in Italia ai lavoratori stagionali necessari per il settore agricolo, mettendo a rischio intere produzioni. Mentre, a causa del lockdown, i lavoratori domestici senza contratto (quasi il 60 per cento del totale) non potevano proseguire la propria attività. La situazione più delicata riguardava gli stranieri senza permesso di soggiorno, senza lavoro e senza la possibilità di rientrare in patria.

Per questi motivi si è avviato un dibattito che ha portato all’inserimento nel decreto Rilancio (decreto legge 19.5.2020 n. 34) dell’articolo 103, che riguarda proprio l’“emersione di rapporti di lavoro”.

La norma prevede due procedimenti distinti:

– istanza di un datore di lavoro che dichiara di voler assumere un cittadino straniero presente sul territorio nazionale alla data dell’8 marzo o che dichiara la sussistenza di un rapporto di lavoro irregolare, in corso di svolgimento, con cittadini italiani o stranieri (comma 1);

– domanda avanzata dal cittadino straniero con permesso di soggiorno scaduto dal 31 ottobre 2019, che abbia lavorato nei settori presi in considerazione dalla norma e che sia disoccupato (comma 2).

I settori coinvolti sono quello primario (agricoltura, allevamento e zootecnia, pesca e acquacoltura e attività connesse) e quello del lavoro domestico (assistenza alla persona per se stessi o per componenti della propria famiglia, ancorché non conviventi, affetti da patologie o handicap che ne limitino l’autosufficienza e lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare).

Le entrate per lo stato

Secondo le stime riportate nella relazione tecnica allegata al decreto, la platea di beneficiari potrebbe arrivare a circa 220 mila persone, anche se la stessa relazione precisa che si tratta di una stima “assolutamente presuntiva”, basata sulla media delle domande pervenute nelle regolarizzazioni del 2009 e del 2012.

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Il governo stima pertanto che le entrate riconducibili alla regolarizzazione possano arrivare a 93,7 milioni di euro, con 75,2 milioni di euro di costi di gestione.

Oltre ai costi per la gestione delle pratiche di emersione, andrebbe però calcolato il gettito fiscale e contributivo dato dalla presenza di nuovi lavoratori regolari, partendo dalla banale considerazione che questi, a differenza degli irregolari, versano allo stato i contributi assistenziali e previdenziali, l’Irpef e le addizionali locali.

Considerando che i lavoratori stranieri si collocano prevalentemente in fasce di reddito medio-basse (molti al di sotto della soglia di 8 mila euro della “no tax area”), si può stimare che il “valore pro capite” per le casse dello stato per ogni straniero regolarizzato vari da 2.800 a 5.250 euro, a seconda del settore. Ipotizzando quindi una platea di beneficiari della regolarizzazione pari a 220 mila persone, il gettito complessivo potrebbe variare tra 0,6 e 1,2 miliardi di euro annui.

In definitiva, oltre alle entrate dovute alle pratiche amministrative, la regolarizzazione porterà con sé un beneficio economico per le casse dello stato, destinato a perdurare per tutti gli anni di lavoro in Italia.

Inoltre, non va dimenticato il beneficio di carattere sociale dato da una minore esposizione a marginalizzazione e sfruttamento e, di conseguenza, da una maggiore opportunità di integrazione.

Pensiamo al futuro

In una valutazione complessiva va però ricordato che la regolarizzazione dovuta all’emergenza non modifica la normativa vigente in materia di ingressi legali e di inclusione lavorativa. I limiti normativi che hanno portato alla situazione pre-Covid (600 mila irregolari secondo le stime Ismu) non vengono superati: il rischio è quello di dover ricorrere tra pochi anni a una nuova regolarizzazione generalizzata. In un precedente articolo abbiamo ripercorso la storia delle “sanatorie” in Italia, divenute negli ultimi 30 anni il principale strumento di politica migratoria, assieme al “decreto flussi”, che peraltro negli ultimi anni è stato ridotto ai minimi termini, dedicato essenzialmente ai lavoratori stagionali.

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Prima dell’emergenza sanitaria erano allo studio del Parlamento alcune proposte di riforma strutturale, in particolare quelle legate alla campagna “Ero straniero”. Miravano a “superare l’attuale modello di gestione dell’immigrazione in Italia”, eliminando la pratica del “decreto flussi” e introducendo due nuovi meccanismi d’ingresso: il permesso di soggiorno per ricerca di lavoro, che consentirebbe ai cittadini stranieri di entrare in Italia in modo regolare, anche senza essere già in possesso di un contratto di lavoro; e lo “sponsor”, un ente pubblico o privato del territorio (associazione, sindacato, ente locale) che faccia da garante per il cittadino straniero, ad esempio, attraverso alloggio e sostentamento (una misura già in vigore in Italia tra il 1998 e il 2002).

Se la regolarizzazione è stata un provvedimento necessario nella fase di emergenza, passata la bufera sarà importante ricominciare a discutere di una riforma strutturale dell’immigrazione, privilegiando gli ingressi legali e i percorsi di inclusione lavorativa, proprio per evitare di dover tornare ciclicamente alla “sanatoria”.

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Il Punto

  1. Catullo

    Finché l’accesso di immigrati clandestini sarà un affare per molti, associazioni, cooperative ecc.. ben difficilmente si farà una politica seria sull’immigrazione.

  2. Fabrizio Razzo

    Le solite paturnie teoriche elaborate da professionisti dell’immigrazione. Che non fanno altro che attirare altri disperati come accaduto dopo l’iniziativa Bellanova. Che pare non partorisca un grande successo di adesioni anche per le ragioni addotte dall’altro commentatore. Economicamente l’immigrazione è una voragine per i conti pubblici a favore del mondo variopinto che ruota attorno al business. Sempre a carico dei contribuenti obbligati all’onesta’.

  3. Mahmoud

    Quindi anche raggiungendo i 220mila aventi requisiti stimati tra gli extraschengen attualmente irregolarmente presenti nel territorio italiano, le entrate così stimate in euro 93milioni sarebbero di poco superiori ai costi pubblici della sola procedura di sanatoria (75milioni!). Alla regolarizzazione dell’altrimenti irregolare straniero consegue non solo che questi corrisponda i suoi contributi ed imposizioni fiscali, ma che usufruisca di un ampio paniere di servizi pubblici a carico in tutto od in parte alla fiscalità generale. Il rischio vero, visto che prima o poi la Costituzione garantisce un democratico diritto ad esprimersi per i cittadini italiani, non è che occorra una ulteriore sanatoria, ma che effettivamente gli irregolari siano spinti ad abbandonare i Paesi nei quali non hanno diritto a rimanere per tornare al Paese di cui sono cittadini, come negli altri Stati occidentali che a differenza del nostro non lasciano sempre sperare prima o poi tanto ci sarà un ennesimo condono all’illegalità.

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