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Un mese di pandemia: a che punto siamo

La diffusione del coronavirus ha causato una pandemia che ha interessato in sequenza prima la Cina, poi Italia e Spagna e ora gli Stati Uniti. Le varie fasi dell’emergenza sono associate all’adozione e ai ritardi di attuazione delle politiche di contenimento.

Un’epidemia diventata pandemia

È passato un mese – era il 12 marzo – dal giorno in cui l’Organizzazione mondiale della sanità (Who in inglese) dichiarò che la crisi del coronavirus da epidemia era diventata una pandemia. Un’epidemia è la situazione in cui una malattia infettiva da virus si diffonde, cioè ogni soggetto ammalato contagia più di una persona in modo tale che il numero dei casi di malattia aumenta rapidamente in breve tempo. Ma un’epidemia è un fenomeno localizzato e limitato nel tempo. Al 12 marzo l’Oms registrava che il numero dei contagiati registrati aveva superato le 118 mila persone in 110 paesi, con quasi 5 mila morti e decise di dichiarare che il Covid-19 era diventato a tutti gli effetti una pandemia. Se ne parlava da tempo. Ad esempio, Michael Spence, docente nel programma Mba di cui sono direttore, nel ragionare sulle date in cui spostare il suo corso di Growth in Emerging Markets mi scriveva “un mio ex studente ora al Fondo monetario dice che loro sono preoccupati del fatto che questa sia già una pandemia”. Era lo scorso 25 febbraio.

Attraverso i dati messi a disposizione dall’Oms si possono riassumere le varie fasi attraverso cui la pandemia è passata. Per semplicità per descrivere l’evoluzione della malattia mi concentro solo sul numero dei decessi che sono più facili da misurare rispetto al numero dei contagiati. Anche il numero dei deceduti non è misurato perfettamente perché esistono alcune differenze tra paesi nell’attribuzione dei decessi a una malattia piuttosto che a un’altra e perché non tutti decessi da coronavirus sono registrati come tali. Ma nel complesso tali differenze sono molto minori rispetto alla difficoltà di misurazione dell’effettivo numero dei contagiati che include un elevato numero di persone prive di sintomi o con pochi sintomi che nella maggior parte dei casi sfuggono alle stime ufficiali.

Figura 1 – I decessi da coronavirus nel mondo nell’ultimo mese (K=1.000).

In effetti, parlando di pandemia la prima cosa che colpisce è la sua rapidità di diffusione. Il 12 marzo (lo mostra la figura 1) il numero dei decessi era di “solo” 4.980 persone in tutto il mondo. Il 9 aprile i decessi erano 95.766. Con una progressione terribile: il primo raddoppio (a 10 mila) avviene il 19 marzo, cioè dopo una settimana. Poi un’ulteriore accelerazione: bastano 6 giorni per avere un altro raddoppio (a 21 mila) dei morti e bastano 5 giorni per arrivare il 31 marzo al conto di 42 mila persone. Dai primi giorni di aprile si osserva una lieve decelerazione nella crescita assolutadei decessi (figura 2) e così il numero totale dei decessi torna a raddoppiare fino a raggiungere il livello di 84 mila su un periodo lievemente più lungo (7 giorni, il 7 aprile), per poi superare i 95 mila il giorno 9, l’ultimo per il quale ci sono dati.

Figura 2 Variazione nel numero dei decessi da coronavirus nel mondo nell’ultimo mese.

La pandemia, dalla fase cinese a quella italiana

I dati sulla mortalità distinti per paese indicano che nella sua fase iniziale il virus era diffuso essenzialmente in un paese solo, la Cina. Ancora il 21 febbraio infatti, il giorno in cui si è verificato il primo decesso in Italia e in Spagna, il Covid-19 aveva fatto 2.360 vittime in tutto il mondo. Di questi decessi ben 2.350 erano avvenuti in Cina, il 99,6 per cento del totale. Al 21 febbraio i decessi da coronavirus si contavano sulle dita di due mani: uno ciascuno in Italia, Spagna e Francia, quattro in Iran, due in Corea del Sud. Nel Regno Unito e negli Stati Uniti in quella data non si era ancora registrato alcun decesso.

Quando però l’Oms dichiara la pandemia la situazione è già cambiata qualitativamente e siamo entrati in pieno in quella che purtroppo potremmo chiamare la fase “italiana” della pandemia. Le settimane tra il 21 febbraio e il 12 marzo vedono infatti un’esplosione nel numero dei decessi in Italia in una misura di gran lunga maggiore che in ogni altro paese. Le cronache di questi giorni ci stanno aiutando a capire di più sulle ragioni e sugli errori derivanti da sottovalutazione e da errata percezione (a fronte di un fenomeno del tutto nuovo) sottostanti a sviluppi tanto drammatici e scioccanti. A documentare in modo scarno e terribile l’avvento della fase italiana della pandemia basta un grafico che confronta l’evoluzione nel numero dei decessi in Cina e in Italia dall’inizio dell’anno fino ad oggi.

Figura 3 I decessi da coronavirus in Cina (asse di destra) e in Italia (asse di sinistra) nel 2020 (K=1.000).

Dal grafico si vede che quando il 12 marzo l’Oms dichiara la pandemia (e in Italia è cominciato da un giorno il lockdown totale), la curva dei decessi in Cina (misurata sull’asse di destra) si sta già appiattendo verso il raggiungimento di un massimo di poco superiore ai 3500 decessi totali. In Italia (misurata sull’asse di sinistra) invece l’accelerazione è appena cominciata. Da allora il numero dei decessi italiani – già pari a 1.020 il 12 marzo – raddoppia tre volte solo nel mese di marzo, rispettivamente il 16 marzo, il 20 e il 27 marzo, fino a superare il numero complessivo di 8 mila. Nei giorni successivi il lockdown dell’11 marzo comincia a dare i suoi risultati e così l’accelerazione si attenua nettamente. Dalla figura 4 si vede che la variazione assoluta dei decessi diminuisce di giorno in giorno dal 27 marzo. Grazie a questa decelerazione nella variazione assoluta dei decessi, il numero dei morti è continuato a salire ma a un passo molto inferiore a prima. A conferma di quanto precari siano i progressi raggiunti e nonostante l’attenzione all’evoluzione dei dati giornalieri non sia sempre utile, la discesa nella variazione nel numero dei decessi sembra essersi arrestata negli ultimi giorni.

Figura 4 Variazione nel numero dei decessi da coronavirus in Italia nell’ultimo mese.

Dati sull’evoluzione dei decessi non troppo diversi dall’Italia si sono visti in Spagna (asse di destra della figura), con un’evoluzione ritardata di circa dieci giorni rispetto alla situazione italiana e con un numero di decessi ancora decisamente inferiore, come visibile nella figura 5.

Figura 5 I decessi da coronavirus in Spagna (asse di destra) e in Italia (asse di destra) nell’ultimo mese (K=1.000).

La fase tre della pandemia: gli Stati Uniti

I dati sui decessi indicano che forse il mondo sta entrando nella fase tre della pandemia. È la fase in cui i gravi problemi di diffusione del contagio registrati in precedenza in alcuni paesi europei (soprattutto in Italia) sono – forse – in via di soluzione (ma non sono ancora risolti). I dati mostrano che l’azione più importante ora si svolge sull’altra costa dell’Oceano Atlantico, negli Stati Uniti dove sia il numero totale dei decessi (Figura 6) sia la loro variazione giornaliera continuano a crescere drammaticamente, anche se è una certa attenuazione nella crescita assoluta dei decessi sembra presente negli ultimi due o tre giorni, dunque un periodo di tempo troppo breve per trarre indicazioni.

Figura 6 – I decessi da coronavirus negli Stati Uniti nell’ultimo mese (K=1.000).

Figura 7 Variazione nel numero dei decessi da coronavirus negli Stati Uniti nell’ultimo mese.

Rimane poi un grande punto di domanda (potrebbe essere la fase quattro della pandemia) sulla ulteriore diffusione della stessa in paesi più poveri che finora hanno evitato una diffusione di massa del virus che sarebbe stata esiziale per lo stato dei loro sistemi sanitari e di assistenza.

Cosa concludere finora

Nell’insieme, l’evoluzione dei dati sui decessi sembra indicare una solida certezza: una volta adottate, le politiche di contenimento producono risultati tangibili. Ma indicano anche che la tardiva adozione di tali politiche o la tardiva adozione di altre politiche potenzialmente preventive del contagio si sono purtroppo tradotte in modo quantificabile in una perdita di vite umane che poteva essere evitata. Per il futuro, rimane quindi che è vietato abbassare la guardia ora se si vuole evitare uno sgradevole ritorno ai drammi umani e sociali vissuti nel recente passato.

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12 commenti

  1. Michelangelo

    Direi che i dati parlano da soli. Anche su cosa ci aspetta. Attualmente in Italia sono stabili circa 500 morti/gg. con lockdown e circa il 30% delle persone che lavorano. Si può ipotizzare che alla fine del lockdown con molte cautele nei rapporti, non si ritornerà alla situazione fuori controllo ma dobbiamo aspettarci una media “normale” di circa 1000-1500 morti al giorno. Esistono delle simulazioni in tal senso?

    • toninoc

      Se la Sua ipotesi attribuisce 1000/1500 decessi alla fine del “confinamento”, a maggior ragione sarebbe necessario ritardarla ancora o quantomeno graduarla dando via libera solo alle categorie di lavoro meno esposte al contagio e verificando gli immediati risultati prima di ampliarne la platea. L’economia ne soffrirebbe ma molti decessi sarebbero evitati. La scelta non sarà facile per nessuno, le forti spinte in diverse direzioni sono parecchie e qualunque sia la decisione presa, potrà essere giusta o sbagiliata. Se i pochi Italiani riottosi al confinamento daranno una mano, forse ce la faremo relativamente presto. Altrimenti incrociamo le dita.

  2. Andrea Montanari

    Professore,
    due rapidi commenti alla sua impeccabile analisi, giusto per trovare qualche ulteriore elemento positivo:
    1) una volta tanto, le decisioni non possono che essere (sofferte e) ben ponderate poiché retroagiscono anche sui decisori: tutti possono essere infettati e l’esempio UK è decisivo in questo senso;
    2) l’epidemia ci porta a ripensare il lato “fisico” del lavoro e di ogni altra interazione sociale. Almeno per il lavoro, la tecnologia sta già favorendo l’evoluzione di molti schemi.
    Ovviamente vi sarà una selezione darwiniana, ma se stiamo discutendo qui significa che qualcuno ha già fatto anticorpi!

  3. Marcello

    Non so che conseguenze abbia la dichiarazione di Pandemia, se solo a fini statistici o per avviare azioni di prevenzione e contenimento. Nella seconda ipotesi la dichiarazione è stata piuttosto tardiva rispetto alla velocità di diffusione del virus: in Italia siamo passati dai 10 morti del 25 febbraio a 100 in 8 giorni e 1000 dopo altri 8 giorni (12 marzo)

  4. Giacomo Gualtieri

    I numeri sui decessi sono rappresentativi della realtà? Non mi pare proprio.
    Per la Cina si è parlato per qualche giorno di 42.000 morti. Poi la notizia è stata messa a tacere. L’indagine di Ricolfi pubblicata sul sito della Fondazione Hume, smentisce i dati circolati in Italia non solo perché il numero di morti va moltiplicato per 3, ma soprattutto perché le differenze tra Nord, Centro e Sud Italia sarebbero molto inferiori. Con ciò smentendosi anche l’osservazione che la tempestività nel l’adozione delle misure di contenimento sia così rilevante.
    Poi si possono fare tutte le considerazioni che si vogliono ma si dovrebbe disporre di dati più attendibili.

    • bob

      Ricolfi è quello che ha scritto ” sacco del Nord” per carità rispetto per qualsiasi opinione ma i dati sono una cosa le opinioni un’ altra

  5. MAURIZIO

    Grazie Professore per quest’ampia panoramica documentata degli sviluppi temporali dell’epidemia/pandemia. Poichè sono convinto che il contagio, sino a quando non sara’ disponibile un vaccino, non possa combattersi solo con il distanziamento sociale (a mio avviso una strategia iniziale di difesa) e gli equipaggiamenti di difesa personale ma anche e soprattutto con una diffusa, strutturata e consapevole good practice di prevenzione. Per cui è a mio avviso necessario che vengano innanzitutto elaborati da appositi team scientifici e diffusi alle popolazioni comportamenti che siano focalizzati soprattutto sulle conseguenze della persistenza del virus sulle cose e sugli oggetti. Quindi a titolo indicativo ma non esaustivo massicci e continuati interventi di disinfezione degli interni dei mezzi pubblici e dei pubblici uffci, banche, interni delle auto (soprattutto tappetini) , cabine degli ascensori e degli spazi comuni dei condomini, utilizzo all’interno delle abitazioni di calzature diverse da quelle utilizzate negli esterni, personale addetto alla disinfezione almeno delle maniglie dei carrelli dei supermercati, diffuse localizzazioni in tutti gli esercizi pubblici di apparecchiature di erogazione liquidi disinfettanti, ecc.
    disinfezione di spazi pubblici esterni, ecc
    Quindi le aree di intervento sono a mio avviso molteplici e tutte, quasi sicuramente, potrebbero contribuire insieme ad altre da definire ad una forte contrazione del contagio. …

  6. Occorre prestare attenzione alla stima dell’andamento futuro in Italia solo sulla base di quanto fin qui avvenuto, ossia contagi e contromisure.
    Anzitutto per l’ovvio fatto che noi italiani non siamo in numero infinito; le diverse stime sul numero di positivi che sarebbe ben superiore all’ufficiale, in questo senso, fanno ben sperare in un calo naturale per mera carenza di “contagiabili”.
    Che oltretutto non sono neppure omogenei: purtroppo ormai, almeno qui in Lombardia, molte delle persone più fragili se ne sono già andate; non è cinismo, semplicemente falsa il numero dei decessi iniziali.
    Infine, lo stesso lockdown blocca il 30% dei lavoratori e la maggior parte delle relazioni sociali pubbliche, ma quelle domestiche, che sono parcellizzate ma assai strette; in questo senso, l’aumento delle occasioni di contagio, dovuto alla mera riapertura delle aziende risulterà, ben inferiore ai 7/3 delle attuali.
    Ritengo che il prossimo picco della crisi italiana possa essere economico, politico, fors’anche sociale, ma non più prettamente sanitario.
    Ben più tragiche, invece, sono le prospettive immediate di quei Paesi che stanno per seguire gli USA, ma con una fragilità della popolazione di molto superiore.

  7. Marcomassimo

    Nelle gabbie di qualche mercato cinese, fra cani, furetti e pangolini in allegra promiscuità fra loro e con gli umani, si stà già preparando la prossima ondata; abbiamo un paese che è potenza commerciale di primo livello ma che ha condizioni igieniche da quarto mondo; e con quello che risparmia sul darsi condizioni degne poi viene qua e si compra pezzi di aziende italiane; se non si risolve quello non ne usciamo.

  8. antonio petrina

    Forse egr prof. un’attenzione alle politiche sociali per lenire alcuni di questi drammi umani di questa pandemia ci stava, come una riflessione a posteriori delle politiche sociali del Rdc ( tanto criticate) ,ma che in questo periodo pandemico, tanto aiuto apporta, come quello dei buoni spesa alimentari .

  9. Pa

    Solo oggi, 15 aprile, l’articolo della Gabanelli si occupa finalmente degli errori commessi in Lombardia. Peccato che io, e non credo di essere stato il solo, ho tempestato di e-mail giornali e siti dal 20 marzo per ottenere risposte e avanzare qualche proposta in base a numeri lombardi che ho sempre definito “sballati”. Parliamo di UN MESE fa, il fattore tempo in una pandemia è fondamentale, così come è necessario capire cosa NON va per non ripetere gli errori del passato, tanto più quando ci si appresta a “riaprire”. Non sta a me distribuire responsabilità però quando si farà un bilancio complessivo sarà molto più allargato di quanto non si creda. Spero che le immagini di convogli militari pieni di bare non vengano dimenticate e siano di monito per il futuro (prossimo). Aggiungo, visto il sito dove mi trovo, che tali ritardi e sottovalutazioni avranno un grande peso anche in termini strettamente economici.

  10. Marcello

    Dopo 40 giorni di lockdown abbiamo ancora centinaia di morti al giorno e migliaia di contagiati. Siamo al punto che dopo oltre due mesi dal primo caso in Italia, i due turisti cinesi ricoverati allo Spallanzani di roma, non produciamo una che una mascherina ffp2 o ffp3 ne un respiratore polmonare, ne altro. Che il responsabile della task force lavora da Londra e che gli esperti che non hanno predisposto i piani antipandemici stanno gestendo la transizione. Ci dicono che siamo stati i primi, il che non è vero perchè tutto il sud est asiatico ha affrontato l’emergenza prima di noi, diciamo che non abbiamo fatto tesoro dei due mesi che il virus ci ha concesso prima di investirci. Va così nel mondo? NO. La Mercedes con UCL in meno di un mese ha messo in produzione dispositivi CPAP le cui specifiche per replicarli sono online. La Ford Turchia produce respiratori, anche la Skoda. Sulle mascherine che adesso sembra, bonta loro, essere indispensabili, non siamo stati in grado di aprire una che una linea di produzione, neanche dovessimo costruire uno stealth. Nel frattempo tutti temono che i tre grandi produttori (USA, CINA e GERMANIA) pongano limite alle esportazioni, magari perchè servono anche a loro e tante. Sui contagi nessuno si pronuncia e sui morti ormai mi sembra assodato che diverse migliaia siano fuori dalla contabilità ufficiale. Anche la Grecia, che ha un numero emorme di attività in mano ai cinesi ha avuto poco più 100 morti. Non c’è che dire siamo a buon punto

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