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La crisi sociale e la garanzia delle fondazioni

Fin dalla loro nascita le fondazioni bancarie avrebbero dovuto finanziare progetti di utilità sociale. La crisi in atto rende irrinunciabile questo ruolo a complemento delle misure decise dal governo. Dovrebbero dare garanzie per prestiti a famiglie e imprese in difficoltà.

Il ruolo disatteso e l’impegno necessario

Le fondazioni bancarie sono nate agli inizi degli anni Novanta con un ben preciso compito di pubblica utilità: riversare i proventi del patrimonio loro conferito nel finanziamento di iniziative socialmente utili nei territori di riferimento. Si trattava di obiettivi non profit di utilità sociale a favore delle comunità locali. La storia delle fondazioni in questi trent’anni è stata troppo spesso molto diversa. Troppo spesso, infatti, hanno messo le finalità sociali in secondo piano rispetto all’esercizio di un ruolo centrale nella governance delle banche conferitarie. Per questo, noi come altri, in diverse occasioni, abbiamo espresso dure critiche.

La pandemia Covid-19 offre alle fondazioni bancarie la grande opportunità di assolvere al loro compito primordiale. Il blocco delle attività economiche e la quarantena imposta a tutti hanno messo in ginocchio il nostro sistema produttivo, pressoché nella sua interezza. A differenza che nel 2008-2009 o nella crisi del debito sovrano c’è oggi il rischio di un impoverimento diffuso del ceto medio, con la cancellazione del patrimonio imprenditoriale di intere comunità locali. La chiusura repentina di oltre il 40 per cento delle attività produttive ha letteralmente azzerato il reddito di intere fasce di popolazione che non hanno accesso ai canali di supporto offerti dal nostro sistema di welfare. Le misure di distanziamento sociale e l’assenza della gente dalle strade ha reso impossibile o comunque molto più difficile l’aiuto sociale a quelle persone che la povertà costringeva a vivere per strada e a quelle che saranno ora costrette a riversarvisi. La pandemia ha messo a durissima prova il sistema sanitario e reso urgente il suo potenziamento. Sostegno al tessuto economico, intervento umanitario, investimento nella salute dei cittadini sono tipiche aree di azione delle fondazioni.

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Oggi queste aree hanno bisogno di un aiuto straordinario, rapido, finanziariamente molto impegnativo. Lo stato italiano sta facendo uno sforzo notevole per gestire l’emergenza sanitaria e sociale, ma incontra sia limiti finanziari che di raggiungimento dei beneficiari attraverso i canali istituzionali.

Garanzie per la salvaguardia del tessuto socio-economico

Le fondazioni, grazie alla loro struttura decentrata, all’esperienza accumulata e alla snellezza amministrativa che le caratterizza, possono assolvere un ruolo cruciale. Oggi hanno un patrimonio ragguardevole di circa 40 miliardi. Può essere utilizzato a garanzia per contrarre direttamente prestiti sul mercato da destinare agli interventi indicati oppure come complemento alle garanzie offerte dallo stato per la concessione dei prestiti bancari. In questo modo, potrebbero concorrere a finanziare realisticamente fino a 120 miliardi di investimenti per contribuire al salvataggio del tessuto economico, sociale e sanitario del paese.

È fondamentale che, in quest’opera, le fondazioni trascendano i limiti territoriali che si sono date: solo 7 fondazioni bancarie su 88 sono localizzate nel Mezzogiorno, dove il disagio sociale è in questo momento più acuto. E il 75 per cento del loro patrimonio è concentrato in 18 fondazioni, tutte con sede nel Centro-Nord. L’impegno diretto e indiretto delle fondazioni nella tenuta del nostro tessuto sociale ed economico deve essere un impegno nazionale.

È un impegno che risponde pienamente alle finalità delle fondazioni. Lo sforzo finanziario che richiede conserva intatto il loro patrimonio. Ma imporrà loro di destinare parte dei futuri proventi al rimborso dei prestiti contratti direttamente o al pagamento di rate di prestiti bancari a imprese coperti dalla propria garanzia e non andati a buon fine.

Tutto questo, inevitabilmente, limiterà in parte le erogazioni future. Ma oggi c’è un’esigenza prioritaria: ogni singolo euro speso in questo momento per preservare il tessuto economico e sociale del paese vale molto di più di un euro erogato in circostanze normali. Il rischio da scongiurare è quello di trovarci presto di fronte a veri e propri cimiteri industriali. A quel punto, il compito di sostenere le comunità locali sarebbe vano.

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12 commenti

  1. Giuseppe GB Cattaneo

    Le fondazioni bancarie sono una delle più grandi truffe messe in atto dalla classe politica per gestire fondi publici a scopi privati. è il momento di liquidarle e utilizzare il denaro ottenuro per la ricostruzione.

    • Isa Muzzarelli

      Esatto. Troppo poche persone in Italia ne sono a conoscenza. Io mi sono laureata in economia e non conoscevo la natura delle fondazioni bancarie, l’ho scoperto leggendo un libro d’inchiesta, si chiama ” I signori delle città”. Con tutti i soldi che si stanno sperperando l’azione da intraprendere subito sarebbe proprio quella di liquidarle!

  2. Savino

    Il tessuto è già strappato almeno dalla crisi del 2008, se non prima, ma nessuno si pone il problema del gap da colmare, già in termini di istruzione, alfabetizzazione tecnologica, qualificazione professionale. La stessa sanità da almeno 20 anni non è più nella disponibilità dei ceti medio-bassi.

  3. Riccardo Calimani

    In Italia, lo riconoscono tutti, ci sono due emergenze. Dopo quella, ben nota, sanitaria, si annuncia una pesante crisi economica cui bisogna far fronte con decisioni difficili e coraggiose che possano servire di esempio e conquistare la fiducia dei cittadini.
    .
    In anni differenti ben più opulenti il parlamento italiano, spinto da potenti gruppi di potere, dette vita alla Fondazioni bancarie il cui valore oggi, un poco più un poco meno, si aggira sui quaranta miliardi di euro.
    Sono ben conscio che per vari motivi non sarà possibile disporre di simile cifra anche perché nei decenni passati molto le Fondazioni hanno speso non sempre con criteri ineccepibili.
    L’emergenza impone, tuttavia che, con decreto del governo da convertire in legge, il denaro delle Fondazioni, che in origine non è privato e che è patrimonio di tutti i cittadini, sia restituito ai cittadini.
    Sono ben conscio che le resistenze possono essere enormi.
    Oggi, tuttavia a fronte di una situazione di rara difficoltà occorre dar fondo a risorse di ogni tipo rompendo schemi di pensiero resi obsoleti dalla realtà. Sono ben conscio di essere un piccolo Davide contro Golia, ma, con l’aiuto di tutti, Davide può vincere e il nostro paese può trarre beneficio da risorse insperate e del tutto legittime. Sarebbe un bel esempio per tutti
    Riccardo Calimani

    • Ha ragione. Direi che quello di cui qui sta accennando, si chiama signoraggio. Le Fondazioni erano un maldestro tentativo di impedire una totale espropriazione del bene pubblico monetario. Quando l’INPS deteneva il 5% delle azioni della Banca d’Italia, non sono mai comparsi problemi di liquidità.

      Il passaggio dei diritti di conio e stampa dei BIGLIETTI alla BCE hanno diluito per non dire annacquato il valore delle azioni in portafoglio alla Banca Centrale e all’sitituto di previdenza pubblico,Al febbraio 2020 (https://www.bancaditalia.it/chi-siamo/funzioni-governance/partecipanti-capitale/Partecipanti.pdf), non si capisc enemmno quanto siano le quote effettivamente in circolazione. Magari sono più della base monetaria!
      All’INPS non restà altro che telefonare al dott. Geronzi e fare come ha fatto il noto banchiere: comprarsi una bella tipografia di stampanti Litec per coprire tutto il fabbisogno nazionale. Se poi il prezzo del pane schizza da 4 a 8 euro al chilo,qualche altro santo provvederà.

      Avanti, Savoia!

    • Leo

      In questo frangente oltre alle Fondazioni bisogna guardare alle casse previdenziali cosiddette private: detengono un patrimonio di 70-90 miliardi che stanno da anni dilapidando per pagare pensioni insostenibili.
      Bisogna far confluire tutte queste gestioni cosiddette private in INPS, (se non ora quando?), da un lato per dare risorse all’INPS (che nei prossimi mesi ne avrà tanto bisogno) e dall’altro per mettere in sicurezza le pensioni degli iscritti (riconducendole in diversi casi su sentieri più sostenibili).

  4. Grazie dell’interessante articolo.

    Tuttavia, prima della desertificazione industriale, parlerei della desertificazione umana.

    Migliaia di famiglie stanno aspettano dallo “Stato” il loro quotidiano. Mentre l’INPS accampa scuse per non dire che non C’E’ UN EURO IN CASSA, inventandosi fantomatici attacchi informatici, orari di lavoro da tempo di guerra e numeri verdi ai quali non risponde nessuno, LA GENTE HA FAME e non ha da mangiare.

    Malgrado i distanziamenti, dentro ai supermercati vediamo la presenza delle Guardie Giurati, fra gli scaffali, come mai si era visto prima.

    La situazione sta divenendo drammatica col passare del tempo. E quello che l’INPs pensa di risparmiare in sussidi, lo Stato dovrà spenderlo per mantenere l’ordine pubblico.

    Si proponga una cosa molto semplice: un fisso da 600 euro, al limite proporzionato all’ISEE dichiarato nel 2019. Si stabilisca che può essere accreditato sul comto corrente, tramite conto online con gli operatori telefonici reali e virtuali (spendibile per acquisti nella GDO), in posta tramite contante o una card ricaricabile il cui costo di 50 euro è sottratto al primo mese di sussidio. Soltanto una MODALITA’ MULTICANALE potrebe garantire l’effettivo accredito delle somme ai rispettivi beneficiari. Un sistema unico, per quanto ben costruito,rischierebbe di collassare davanti a un tale workload.

  5. Ferruccio Masetti

    Molto interessante. Le Fondazioni potrebbero concentrarsi, coordinandosi, su un settore specifico, per massimizzare gli effetti dell’intervento, ad esempio quello della casa, sia in termini di investimenti sia in termini di contributi sociali per gli affitti.

  6. Gerardo Coppola

    Strano paese l’Italia. Le risorse finanziarie non percorrono mai una strada diritta per giungere a destinazione. Quest’anno il paradosso e’ fin troppo evidente. Le banche partecipano al capitale di Bankitalia, ricevono fior fior di dividendi e non possono distribuirli alle proprie fondazioni. Restano nel cassetto i soldi a fare che ? La sanita’ al Nord come al Sud e’ allo stremo e centinaia di milioni di euro sono incomprensibilmente bloccati. Bah. ps. Un caro ed affettuoso saluto a Luigi Guiso.

  7. Federico Leva

    Non ho capito: di quale patrimonio si sta parlando? Se si includono le azioni delle banche, immagino che si intenda dire che possono essere usate come collaterale per produrre ulteriori strumenti. Ma il valore di quelle azioni dipende unicamente dalla garanzia implicita dello stato e della BCE contro il fallimento di quelle banche, quindi non sarebbe una specie di trucco contabile e basta? Forse si fa prima a seguire la strada indicata da Draghi.

  8. Proposta lucida, ben congegnata ed in parte sovrapponibile all’appello che abbiamo appena lanciato dalla pagine del Fatto Quotidiano. Non si chiedano ulteriori sforzi ai cittadini quando possiamo attingere a un patrimonio che già gli appartiene. Le fondazioni lo mettano a disposizione senza esitazione. La storia gliene renderà merito.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/04/08/coronavirus-lappello-usare-i-40-miliardi-di-patrimonio-delle-fondazioni-bancarie-per-arginare-gli-effetti-della-crisi-economica/5762790/?fbclid=IwAR2gsYw3rdu3hbHDQFfLXhsovgtKzrUH0QJmd-PU8U4_FJuA-OkMwUUw2Cc

  9. Luciano Cecchini

    Le Fondazioni di origine bancaria sono organizzazioni non profit, private e autonome sono le più sollecitate ad agire.
    Oltre alla chiara posizione qui espressa, come ricordato nel commento di Alessandro Di Nunzio, il Fatto Quotidiano ha pubblicato un appello affinché le fondazioni utilizzino i loro circa 40 miliardi di patrimonio per “arginare gli effetti devastanti di questa crisi senza precedenti. Ce lo devono.”
    Aggiunge che il loro patrimonio “deve essere utilizzato senza esitazioni per salvare l’Italia dalla pandemia e rilanciare la ricostruzione. Adesso.”
    Suggestive le richieste ed efficace il linguaggio.
    Ma c’è un ma. Anzi, molti ma.
    Innanzitutto una parte consistente del patrimonio è investito nella “banca conferitaria”. Dismettere queste partecipazioni significherebbe “terremotare” pezzi importanti del Sistema bancario italiano.
    Un altra consistente quota del patrimonio di queste Fondazioni è investito nella Cassa depositi e prestiti, della quale detengono il 16% del capitale (il restante è nelle mani del Tesoro).
    Ulteriori disponibilità sono investite in Titoli di Stato e di Enti Territoriali, che vengono regolarmente rinnovati a scadenza. Anche per questa fetta di patrimonio, un eventuale disinvestimento inciderebbe negativamente sulle quotazioni con danni irradiati sull’intero Sistema finanziario.
    Last but not least, c’è da sottolineare che le Fondazioni ricavano una parte significativa del loro reddito dai dividendi e dalle cedole dei cennati investimenti e che il loro venir meno priverebbe alcuni importanti settori delle erogazioni annualmente disposte dalle Fondazioni bancarie.
    Fra i beneficiari, ricordo i “Centri di servizio per il volontariato”, il “contrasto della povertà educativa minorile” ed altri interventi in settori di grande rilievo per il benessere delle Comunità, quali la ricerca scientifica, la cultura, l’istruzione, la sanità, l’arte e la conservazione dei beni ambientali e paesaggistici.
    Quindi, parafrasando Raymond Carver e la sua rappresentazione dell’incomunicabilità, verrebbe da chiedere “What do we talk about, when we talk about” cioè Ma di cosa parliamo?

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