La sospensione di Schengen in alcuni paesi non significa la fine dell’Europa. Perché i trattati la prevedono e perché la Commissione ha coordinato le limitazioni. Il vero banco di prova per la Ue sarà la risposta alle conseguenze economiche della crisi.

L’ennesimo annuncio di morte per l’Unione Europea?

Di fronte a un evento di portata storica come la crisi del coronavirus molti stati hanno preso (o stanno prendendo) provvedimenti interni durissimi di sospensione di numerose libertà costituzionali, come ad esempio la limitazione o il divieto di circolazione tra diverse aree del territorio nazionale.

A livello europeo, a partire dall’11 marzo 2020, 12 stati partecipanti all’area Schengen hanno deciso di reintrodurre i controlli alle proprie frontiere interne procedendo a un’estesa sospensione della libera circolazione delle persone tra paesi europei, che costituisce uno dei pilastri dell’Unione. Tuttavia, mentre la sospensione della circolazione interna disposta dalle autorità nazionali è stata per lo più considerata espressione di un’esigenza solidaristica (attuata anche nell’interesse degli altri paesi), il ripristino dei controlli nell’area Schengen è stata interpretata come la prova definitiva (l’ennesima) del pessimo stato di salute dell’Unione. Ma è veramente così?

Circolazione delle persone e tutela della salute pubblica

Anzitutto, due precisazioni. Esattamente come negli ordinamenti nazionali, le esigenze di tutela della salute pubblica sono espressamente richiamate dai trattati istitutivi dell’Unione come possibili giustificazioni per deroghe alle libertà fondamentali. Il diritto Ue e la prassi giurisprudenziale precisano che le limitazioni devono risultare necessarie e proporzionate rispetto all’obiettivo perseguito. E peraltro, anche il decreto-legge 23 febbraio 2020 n. 6, il primo provvedimento del governo italiano a disporre misure di contenimento del virus per l’intero territorio nazionale, ha previsto che i provvedimenti debbano essere adeguati e proporzionati all’evolversi della situazione epidemiologica (articolo 2).

La seconda precisazione è che lo stesso testo di riferimento del sistema Schengen, il Codice frontiere, prevede la possibilità che gli stati reintroducano temporaneamente i controlli alle frontiere interne, in presenza di una minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza interna.

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In passato ciò è avvenuto per svariate ragioni (ad esempio, minacce terroristiche, eventi politici di rilievo internazionale, competizioni sportive), ma mai per questioni sanitarie. Dal 2015, all’apice della cosiddetta “crisi dei rifugiati”, gli stati Ue hanno proceduto a reintrodurre in ordine crescente i controlli alle frontiere per contrastare i flussi migratori. La Commissione europea ha criticato la prassi, esortando i paesi dell’Unione a operare valutazioni più ponderate e ad adottare soluzioni coordinate.

I controlli alle frontiere ai tempi del coronavirus

Proprio per evitare che si potesse riprodurre uno scenario simile, nel caso dell’emergenza coronavirus, le istituzioni Ue hanno agito cercando di “guidare” le decisioni degli stati.

La Commissione si è attivata introducendo una cabina di regia per le misure sulla gestione delle frontiere assunte a livello nazionale (incluse quelle prese dai 12 paesi che hanno sospeso Schengen). Il 16 marzo 2020 ha presentato delle linee guida sulla gestione delle frontiere alla luce della emergenza sanitaria in atto, in cui si è ribadito che le limitazioni introdotte dagli stati devono essere motivate, necessarie e proporzionate. La Commissione ha anche chiarito che non possono comunque impedire la circolazione delle merci – e dei lavoratori del settore dei trasporti – e devono consentire la mobilità dei frontalieri. Inoltre, i provvedimenti non possono essere d’ostacolo ai cittadini Ue che intendano far ritorno nel proprio paese o in quello in cui risiedono. Il 23 marzo la Commissione ha adottato ulteriori linee guida affinché gli stati membri individuino delle green lanes in corrispondenza delle proprie frontiere per garantire il trasporto di merci transfrontaliero. La Commissione ha inoltre creato un gruppo di lavoro “Covid-19/Gruppo d’informazione corona-frontiere”, cui partecipano gli stati dell’area Schengen, al fine di garantire un coordinamento su base settimanale delle misure da adottare.

Mentre il 17 marzo 2020, i 27 leader dei paesi membri, riuniti in Consiglio europeo, hanno approvato, su raccomandazione della Commissione, una restrizione temporanea dei viaggi non essenziali verso l’Unione.

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Il dito e la luna

Si può davvero sostenere, dunque, che il sistema Schengen sia stato smantellato? Guardando al quadro giuridico e agli accadimenti di questi giorni parrebbe di no. Anzi, la reazione iniziale delle istituzioni dell’Unione sembrerebbe aver attenuato la tendenza degli stati membri ad agire in ordine sparso, come invece era stato nel corso della crisi dei rifugiati, favorendo meccanismi di coordinamento a livello sovranazionale. Ci si può domandare, semmai, se le misure adottate servano davvero. I lockdown decisi da numerosi stati dell’Unione sembrano determinare, infatti, un sostanziale superamento della logica alla base del ripristino dei controlli alle frontiere interne.

E tuttavia, non illudiamoci. In questo momento, il tavolo dove si giocano le sorti dell’Unione non è quello, pure importante, della circolazione dei suoi cittadini. Come ricorda Romano Prodi, occorre individuare una risposta unitaria e solidale alle conseguenze economiche che derivano dalle misure di contenimento del virus sin qui adottate. E occorre farlo in fretta. Prima che sia troppo tardi.

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