Come in ogni momento di crisi, anche in questi giorni la domanda di attività in dollari, considerati moneta rifugio, è aumentata. Ecco perché le principali banche centrali del mondo si sono coordinate per garantire liquidità nella valuta americana.

Le mosse delle banche centrali

La liquidità è come l’ossigeno: senza di essa le istituzioni finanziarie, le imprese e le famiglie non sopravvivono. Non cura la malattia, ma aiuta il paziente a sopravvivere. In condizioni normali, i mercati offrono sufficiente liquidità agli agenti economici per operare, tuttavia in situazioni eccezionali le banche centrali devono intervenire rapidamente attraverso la terapia intensiva. Ecco perché, contrariamente a quanto sostenuto da qualche commentatore, il loro ruolo rimane cruciale anche in questa crisi, come nelle altre.

In economie fortemente integrate gli operatori hanno bisogno non solo di liquidità espressa in moneta nazionale ma anche in dollari, che rappresentano ancora la principale valuta negli scambi internazionali di beni, servizi e attività finanziarie, oltre che quella principale in cui sono denominate le attività creditizie.

Nei giorni scorsi tutte le più importanti banche centrali hanno deciso di aumentare l’offerta di moneta nazionale attraverso l’acquisto di titoli, di ridurre i tassi e di aiutare le banche a finanziarsi. Tuttavia, molto rilevante è stata anche la decisione presa il 15 marzo dalla Federal Reserve, assieme alla banca centrale del Canada, dell’Inghilterra, del Giappone, della Svizzera e alla Banca centrale europea, di aumentare la liquidità attraverso linee swap in dollari. Aperte durante la crisi del 2008, ad esempio permettono alla Fed di prestare alla Bce dollari contro euro, a un tasso di cambio prestabilito, dietro la promessa di ricevere indietro, dopo un determinato periodo di tempo, i dollari contro gli euro allo stesso tasso di cambio. Così la Banca centrale europea può fornire prestiti in dollari alle istituzioni finanziare europee e quindi alle imprese, mentre la Fed può aiutare quelle americane che hanno bisogno di operare con gli intermediari europei.

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Questo tipo di operazione non comporta alcun rischio di cambio, mentre il rischio di controparte è limitato dal fatto che le banche centrali stipulano i contratti di swap tra di loro e non con altri intermediari finanziari.

La domanda di dollari

La Fed, assieme alle altre banche centrali, non si è limitata a ridurre i tassi d’interesse pagati sugli swap (25 punti base, oltre Ois-Overnight Index Swap) e allungare da una settimana a tre mesi la durata dei contratti, ma con una decisione del 19 marzo ha esteso le linee swap ad altre nove banche centrali – tra le quali quella australiana, brasiliana, messicana, coreana e di Singapore -, a testimonianza della globalità della crisi e dell’accresciuto ruolo di molti paesi emergenti.

Nei momenti di crisi la domanda di attività in dollari, considerata una moneta rifugio, è sempre aumentata. È successo anche questa volta. Nonostante la politica monetaria fortemente espansiva seguita dalla Fed, il dollaro si è rivalutato in termini effettivi rispetto alle altre principali valute di oltre l’8 per cento a partire dal 9 marzo in base al Bloomberg Dollar Spot Index. Inoltre, è enormemente aumentato l’eccesso di costo che gli investitori pagano alle banche per “swappare” gli euro e gli yen in dollari.

Figura 1 – L’eccesso di costo nelle operazioni di swap fra lo yen e il dollaro

Cross-currency basis

Nelle prossime settimane capiremo se l’ossigeno dato dalle banche centrali sia stato sufficiente a fermare la febbre. Nel 1794 Antoine Laurent Lavoisier, che pochi anni prima aveva riconosciuto l’importanza dell’ossigeno e lo aveva battezzato col suo nome attuale, venne condannato a morte e ghigliottinato perché aristocratico e accusato di connivenza con la monarchia. Speriamo che lo stesso non succeda con i nostri banchieri centrali che, dopo qualche incertezza iniziale, sembrano aver capito la gravità della crisi.

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