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Strategie antivirus, il modello sudcoreano ha funzionato*

La Corea del Sud affronta la crisi pandemica con una strategia diversa da quella utilizzata in altri paesi. Non prevede la chiusura generalizzata delle attività del paese, conta molto sulla tecnologia e non si preoccupa troppo della privacy dei cittadini.

Isolamento o tamponi a tappeto?

In quasi tutti i paesi europei si registra, in questi giorni, un susseguirsi di chiusure generalizzate delle attività per contenere l’esplosione di Codiv-19: dopo l’Italia, altri paesi Ue hanno via via applicato misure restrittive sulla circolazione di persone, fino alla recente chiusura dei confini esterni dell’Unione. Il modello utilizzato sembra essere quello messo in atto in Cina nei mesi scorsi, dove la regione dell’Hubei è stata di fatto isolata dal resto del paese.

La Corea del Sud ha iniziato a registrare casi di Covid-19 prima dell’Europa. Il primo focolaio è collegato al movimento religioso Shincheonji, presso la città di Daegu che ha una popolazione di oltre 2 milioni di abitanti: a partire dal 18 febbraio, il numero di infettati è cresciuto in maniera netta, raggiungendo un valore pari a 8320 casi il 17 marzo.

Nonostante la rapida diffusione del virus, in Sud Corea non vi è stata però alcuna chiusura generale di città o di regioni: oltre a invitare la popolazione a seguire le norme igieniche del caso (come l’uso di mascherine e disinfettanti o le misure di distanziamento sociale, in un paese dove comunque la distanza fisica tra gli individui è parte della cultura), il governo ha deciso di chiudere solo le biblioteche, le università e le scuole pubbliche, mentre le attività commerciali e lavorative non hanno subìto alcuna variazione.

La strategia del governo sudcoreano ha seguito tre linee d’azione: l’utilizzo massiccio dei tamponi, per conoscere il numero di infetti e poi ricostruire i contatti avuti dalla persona contagiata nei giorni precedenti la diagnosi; l’uso della tecnologia, per consentire a quanti possono essere entrati in contatto con gli infetti di venire a conoscenza del rischio e spingerli a eseguire il test; l’organizzazione di un sistema ospedaliero che prende in cura tutti i contagiati, asintomatici e non, e li tratta con modalità diverse a seconda della gravità del caso.

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Il numero dei test Covid-19 eseguiti in Corea del Sud al 13 marzo 2020 è stato pari a 248.647 su una popolazione di oltre 50 milioni di abitanti. In Italia lo stesso valore, aggiornato al 12 marzo, supera di poco gli 86 mila su una popolazione di 60 milioni, dato di gran lunga superiore a quello degli altri paesi Ue.

Un modello da seguire?

Ma come funziona la strategia della Corea del Sud? I controlli sono eseguiti in centri dislocati su tutto il territorio nazionale oppure sono effettuati a campione lungo le principali strade del paese.

Se una persona risulta infetta, se ne ricostruiscono gli spostamenti e le interazioni sociali nei giorni precedenti la diagnosi utilizzando la tecnologia, per esempio attraverso le celle telefoniche agganciate oppure i movimenti della carta di credito. Dopodiché coloro che possono essere entrati in contatto con la persona infetta ricevono una serie di sms con informazioni che li avvertono del possibile rischio: i dati comunicati sono l’età e il sesso della persona infetta e quali luoghi (per esempio, strade, edifici, ristoranti, cinema e così via) in quale momento della giornata ha frequentato. L’invito è di recarsi nei centri specifici per un controllo clinico. I dati sono inoltre raccolti e pubblicati in un sito, gestito a livello centrale dall’Istituto di sanità pubblica, che raccoglie e organizza tutte le informazioni sugli spostamenti e sui possibili contatti da parte degli infetti.

Una volta individuati, gli infetti da Covid-19 sono isolati dal resto della popolazione: coloro che necessitano di cure mediche sono trasferiti negli ospedali, mentre gli altri sono messi in quarantena nelle proprie abitazioni oppure in strutture dedicate.

L’appiattimento della curva dei contagi, riportata nella figura 1, mostra come la strategia della Corea del Sud per il superamento della crisi sanitaria provocata dal Covid-19 possa essere ritenuta un successo e come magari possa essere di ispirazione per le politiche pubbliche dei paesi che stanno attraversando l’onda epidemica, qualora le misure di contenimento sociale messe in atto non diano i risultati sperati.

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In Italia si possono ormai contare vari focolai sparsi sul territorio nazionale e dunque è troppo tardi per rinunciare ad attuare una strategia di contenimento sociale attraverso la chiusura generalizzata delle attività. Ciò detto, per ridurre ulteriormente la circolazione del virus, potrebbe comunque essere utile organizzare un piano per effettuare un numero massiccio di tamponi sulla popolazione, magari concentrandosi su quanti devono assicurare la propria presenza sul lavoro e che, per tale motivo, hanno maggiori possibilità di proseguire la catena dei contagi.

Per quanto riguarda, invece, la possibilità di raccogliere ed elaborare dati sulla geolocalizzazione dei contagiati, così da informare in maniera mirata la popolazione che è stata esposta al rischio di coronavirus, c’è chi ritiene che la direttiva sulla privacy nonché il regolamento generale sulla protezione dei dati personali già consentano eccezioni alle norme vigenti sulla base di ragioni relative alla sicurezza nazionale, inclusa la salute pubblica. Deve trattarsi però di misure limitate nello scopo e transitorie.

* Le idee e le opinioni espresse in questo articolo sono da attribuire esclusivamente agli autori e non alle istituzioni di appartenenza.

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Il Punto

  1. paolo bertoletti

    Una notevole caratteristica che distingue la Corea dall’Italia è il numero di posti letto per migliaia di abitanti, che in Corea è secondo solo a quello del Giappone. In Italia la situazione degli ospedali del Nord è tale che non si fanno di proposito i tamponi ai medici ospedalieri (a meno che non abbiano i sintomi dell’infezione) per non dover chiuedere gli ospedali …..

  2. Enrico

    Leggo che al 13 Marzo la Corea del Sud ha fatto il triplo dei tamponi rispetto all’ Italia , contrariamente a quanto suggerito dall’OMS di farlo solo ai sintomatici. Quest’ultimo suggerimento mi sembra da rivedere, non solo in base alla esperienza coreana, ma anche per la debolezza di un argomento con cui è sostenuto. Si dice che i tamponi a tappeto rivelano solo i casi positivi al momento del test, e non quelli che lo diventeranno nei giorni successivi. Ma questo è già un buon risultato: scoprire un 10% di positivi è molto meglio che non scoprirne nessuno.

  3. Zipperle

    La stessa strategia (soprattutto screening a tappeto) pare la stia seguendo la Germania

  4. Giacomo Crivell

    Every one has things to learn.Some have more than others – Italians by way

  5. Lantan

    Articolo interessante! Non so se la strategia “coreana” possa essere applicata all’Italia oggi ma, senz’altro, un aumento consistente dello screening coi tamponi per isolare i positivi – quelli che non sanno di esserlo – a questo punto sarebbe opportuno. Gli autori non dicono se anche in Corea è stato adottato lo scellerato modello “regionalistico” della Sanità che, da noi, ha mostrato tutti i suoi limiti nell’emergenza COVID. Mi pare però di capire fra le righe che in Corea del Sud vige un modello “statalista”… a giudicare anche dal numero dei posti letto ospedale per la popolazione. Il modello coreano presuppone infatti un numero di posti letto maggiore di quello attualmente esistente in Italia.

    • Lorenzo

      Voglio solo ricordare che “lo scellerato modello “regionalistico” della Sanità” è stato confermato da ben due referendum nel 2001 e nel 2016.

  6. Fabrizio Fabi

    Sembra chiaro che occorra concentrarsi sull’identificazione e l’isolamento drastico di tutti i “focolai” (singoli individui, comunità, territori..). Inoltre, il “distanziamento” deve essere molto forte e rigoroso al chiuso (luoghi di lavoro, mezzi di trasporti, supermercati).. Il monitoraggio dei cellulari è un’infrazione alla privacy, che, se circoscritta a minoranze e ben limitata nel tempo, danneggia i diritti meno che restrizioni dure e generalizzate a tutti della libertà di movimento.

  7. Max

    Ci sono delle norme che impongono di limitare al minimo gli spostamenti, siamo in una situazione di lockdown. Questo vuol dire che i cittadini dovrebbero spostarsi quasi solo per recarsi al lavoro (per garantire la produzione di servizi o beni necessari), per fare la spesa, o per questioni di salute. Mi sembra assurdo in questa situazione preoccuparsi troppo del diritto alla privacy, perché se rispetto le norme dovrei essere tracciato in uno dei posti sopra (per le zone vicino agli ospedali si potrebbe evitare il tracciamento e mettere delle pattuglie, e monitorare i malati che sono a casa). Se non le rispetto, beh allora per il bene pubblico (ovvero preservare il diritto alla vita, mia e degli altri) molto meglio che venga tracciato.
    E’ chiaro che è una situazione emergenziale e che non si tratterebbe di una misura da conservare anche in futuro (il Garante della Privacy dovrebbe vigilare per il futuro e sicuramente lo farebbe). Da implementare almeno sin tanto che le terapie intensive e gli ospedali sono pieni.
    Altrimenti, con studi ex-post, si troverà che ci sono stati più morti nei paesi dove più forte è la tutela della privacy dei cittadini (già sarà così con l’evasione fiscale, scommetto). Poi non mi fate dire nulla su quelli che non riescono a rinunciare alla corsetta a piedi o in bicicletta, dal giorno dopo il lockdown (non dopo 2 o 3 mesi…). Un consiglio: oltre al corpo dovrebbero allenare anche un po’ la testa.

  8. toninoc

    Le condizioni in essere, (sociali, politiche economiche, sanitarie ecc. ecc.) della Corea sono molto diverse da quelle italiane, per cui sono diverse anche le azioni intraprese dalle nostre autorità politiche , su indicazione delle autorevoli autorità sanitarie. Penso che i nostri scienziati siano preparati almeno come i coreani ed abbiano fatto del loro meglio per rallentare l’avanzata dell’epidemia. Dobbiamo però riconoscere il menefreghismo e l’incoscenza di una parte (pur piccola )di nostri connazionali che con il loro comportamento hanno contribuito ed ancora lo fanno, a vanificare in parte il lavoro degli scienziati. Anche alcuni interessi di particolari settori della nostra società che per la loro attività (penso al calcio ma non solo) hanno radunato folle di persone anche dopo gli allarmi delle autorità sanitarie italiane e mondiali, o le azioni politiche sui continui tagli alla sanità. Quindi se ci si chiede di essere un po’ cinesi o coreani, scavalcando magari qualche diritto personale, accettiamolo se non vogliamo rientrare a casa col rischio di avere delle cattive notizie. Tutti siamo bravi a dare buoni consigli …..dopo. Dovremmo essere altrettanto bravi a dare il buon esempio in attesa che gli studiosi trovino il farmaco giusto per proteggerci da questa nuova peste. L’umanità insegue la conquista dell’infinito universo e viene sconfitta da un essere microscopico nato non sulla luna o su Saturno ma sotto i nostri piedi, nel nostro pianeta.

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