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  1. Carlo Rispondi
    L’Italia ristagna anche perché il sistema fiscale premia settori obsoleti, la bassa produttività, le rendite e supertassa i redditi di chi ha studiato o si è impegnato sul lavoro. Ma andiamo per ordine. Dal 2017 i redditi agrari e dominicali degli agricoltori tra cui ci sono gli imprenditori del vino sono esenti dall’Irpef, e quindi questi soggetti sono a carico dei familiari (coniuge, figli, genitori, generi, nipoti, ecc) per cui non solo non contribuiscono alle spese della collettività attraverso l’Irpef ma abbattono l’irpef dei familiari con le detrazioni per familiare a carico e per oneri detraibili/deducibili. In pratica siamo in presenza di un’imposta negativa che, temo, sia incostituzionale perché se è vero che tutti i cittadini devono concorrere alle spese pubbliche non è vero il contrario, cioè chi non dichiara il reddito ottenga degli sgravi fiscali. Per la bassa produttività basti vedere la differenza fra l’Irpef pagata da un dipendente e quella di una p.iva in regime forfetario. Per le rendite basti pensare alla cedolare secca dei negozi o alla tassazione delle plusvalenze finanziarie che hanno un’aliquota inferiore al secondo scaglione: cioè un dipendente con un mensile di 1300 euro netti paga sugli straordinari un’imposta maggiore di chi sfrutta il lavoro altrui (negoziante) o specula in borsa. Infine lo scaglione ad aliquota irpef del 38% comincia a 28.000 euro annui che corrispondono ad una busta paga di 1700 euro ammontare certamente da ricchi.
  2. Ubaldo Muzzatti Rispondi
    C'è molto di vero negli argomenti trattati e nella tesi sostenuta. In particolare è vero che il sistema produttivo italiano dovrebbe maggiormente orientarsi su comparti più innovativi, tecnologici e a più alto valore aggiunto. Non di meno, però, rimane troppo elevato il peso dei fattori che imprese, e per loro imprenditori, manager e manodopera, non controllano. E sono, invece, in balia delle scelte politiche e del governo. Tecnicamente la produttività è il rapporto tra il valore della produzione ottenuta e le risorse a ciò dedicate. In questo senso si hanno vari livelli di produttività tra le quali: diretta della manodopera; aziendale; generale del sistema nazionale. Su quest'ultima incidono, non poco, fattori esterni all'azienda, quali i costi dell'energia, della logistica esterna, del denaro, fiscali, previdenziali, burocratici, che come detto l'organizzazione aziendale non può controllare. Per quanto sopra, pur essendoci un problema di produttività delle aziende italiane, io credo - al contrario degli autori - che nella competizioni globale le produzioni nazionali siano maggiormente penalizzate dalla bassa produttività generale del sistema italia, gravato ancora da troppe voci di costo improprie ed eccessive, sulle quali le imprese non possono intervenire direttamente.
  3. Giancarlo Rispondi
    Ottima analisiggiungerei che, gli artigiani italiani sono in gran parte contoterzisti, per cui hanno grandissima difficoltà ad andare avanti se non vi sono medie e grandi imprese per cui lavorare. Quelli che producono oggetti che commercializzano autonomamente, limitano il loro campo al mercato italiano, notoriamente bloccato dall'inizio della crisi e ancora oggi. La precarietà del lavoro, induce i lavoratori al risparmio.
  4. Marco Monarbario Rispondi
    Ci volevano proprio due anime candide della Banca d'Italia per spiegarci che il Pil italiano ristagna per che la classe imprenditoriale non è all'altezza. Provate a chiedere ai burocrati di un ente pubblico uno degli innumerevoli permessi che occorrono per costruire uno stabilimento o provate a farvi pagare una fattura da un cliente moroso tramite il nostro strabiliante sistema giudiziario e poi potrete avere voce in capitolo.
  5. Savino Rispondi
    Altro che taglio dei parlamentari. Vogliamo risparmiare sulla democrazia quando gli sprechi sono molto più evidenti e richiedono solo un minimo di autocritica.