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  1. bob Rispondi
    la stessa lotta che fecero quelli che costruivano carrozze quando videro sfrecciare su strada la prima auto. Come è andata a finire lo sappiamo
    • Giuseppe GB Cattaneo Rispondi
      Chi costruiva carrozze si è messo a costruire automobili, anche se, alla fine, di costruttori di automobili ne sono rimasti pochi, dei molti che costruivano carrozze. Il ché dovrebbe insegnarci qualcosa o forse no.
  2. adele Rispondi
    Concordo con il commento di Henry Schmit, è assurdo pensare veramente che chi opera nella logistica o nel campo delle consegne a domicilio di diversi beni e prodotti sia "autonomo". Si tratta di lavoratori subordinati ad un datore di lavoro che decide come organizzare e distribuire il lavoro. Il cottimo andrebbe eliminato da qualsiasi contratto, figuriamoci basare un "salario" solo su questo. Consiglio di vedere il film di Ken Loach, non è il suo film più bello, forse perchè non dà speranza nè un tentativo di lottare contro lo sfruttamento, ma offre uno spaccato di cosa vuol dire essere "autonomi", peggio di schiavi. Evidentemente le persone come Ichino non hanno la minima idea di cosa sia il mondo del lavoro, e di quanto toccherà lavorare con la legge Fornero, ormai la pensione è diventata un miraggio, ed è una lunga maratona, non una gara di velocità.
    • Marco Rispondi
      Perchè il lavoro a cottimo andrebbe abolito? Viceversa andrebbe re-introdotto dove anni di battaglia di retroguardia lo hanno reso impossibile. Più produttività = salari più alti.
      • Giuseppe GB Cattaneo Rispondi
        Dove ha imparato economia?
    • Vincesko Rispondi
      1. No, Ichino lo sa bene. 2. Sembrerà incredibile, ma è la severissima e misconosciuta Riforma SACCONI che ha deciso l’età di pensionamento di vecchiaia a 67 anni, e poi oltre, tramite l’adeguamento alla speranza di vita. E l'età di pensionamento anticipato a 41 anni e 3 mesi. Ho riportato i riferimenti normativi, più sotto, nel mio commento in calce all’articolo di Carlo Mazzaferro.
  3. Claudio Treves Rispondi
    Sfugge ad Ichino il passo avanti compiuto dalla Corte di Cassazione rispetto alla sentenza del Tribunale di Torino; la Corte saggiamente distingue tra forma del contratto (che resta autonomo) e svolgimento concreto che denota la soggezione del lavoratore all'organizzazione (anonima) della piattaforma, con compressione sostanziale della sua libertà. Dubito, e non auspico, che con queste premesse la contrattazione collettiva possa agire nel senso indicato da Ichino, nel senso cioè di limitare le tutele delle persone; altro, naturalmente, è la declinazione possibile delle modalità retributive. Il punto che la contrattazione non potrà affrontare, ma che le imprese dovranno sottoscrivere, è l'impegno antielusivo rispetto agli avanzamenti prodotti dalla sentenza e dal legislatore, già oggi visibili attraverso il ricorso a forme ancora meno regolate quali le finte Partite iva: qui si parrà la nobilitate di tanti che si struggono per la presunta incompatibilità di questo lavoro con le tutele dell'ordinamento.
  4. Henri Schmit Rispondi
    Non conosco la materia quanto l’illustre autore. Un po’ di cultura generale (che non basta mai) e una giusta dosi di buon senso (che a volte tradisce) mi fanno però dissentire radicalmente dall’analisi proposta secondo me incoerente con le riforme liberali ideate e promosse proprio dall’autore in materia di contratto del lavoro. Plaudo alla sentenza della Cassazione (che non ho ancora letto e) che riafferma dei principi di equità nei rapporti asimmetrici di lavoro che non possono essere puramente formali. A mio parere non si può da un lato liberare il contratto di lavoro a durata indeterminata dal vincolo assurdo di diritti vitalizi per il lavoratore e sostenere dall’altro che serve un tertium genus fra lavoro dipendente e lavoro autonomo. Si farebbero prevalere le scelte delle parti sulla legislazione del lavoro, che è d’ordine pubblico (come si dice in Francia) e s’impone a tutela della parte debole ad entrambi i contraenti. La logica liberale del Jobs Act permette al datore di lavoro di licenziare se la strategia dell’azienda (per def. soggettiva, decisa unilateralmente, anche se ci sono forme di partecipazione) lo esige. Il punto delicato è l’indennità dovuta; il tetto di due anni è basso per rapporti decennali. Ma non comprendo perché un’azienda che arruola risorse in modo ultra-flessibile (durata, organizzazione del tempo di lavoro, remunerazione variabile) non debba rispettare le altre regole protettive, condizione di dignità del lavoratore.
    • Henri Schmit Rispondi
      Invece di 'decennali' intendevo (ovviamente) 'pluridecennali': ipotizzo una donna o un uomo che a 55 anni di età e dopo 30 anni di lavoro con la stessa azienda sono licenziati. Due anni di indennità in quel caso mi sembrano poco. Il plafond è stato giustamente fissato per limitare l'incertezza e il rischio di sovra-protezione da parte dei tribunali.
  5. Michele Rispondi
    “questa forma di organizzazione del lavoro” è incompatibile con il vivere civile e prima sparisce, meglio è per tutti. Il margine amplissimo di manovra lasciato alla contrattazione collettiva sia nazionale sia aziendale è una iattura da eliminare il più presto possibile se si vuole rimediare alla giungla - dove vince il più forte, astuto e senza scrupoli - a cui è ridotto ora il mondo del lavoro. Il crollo degli investimenti privati, la stagnazione della produttività e del GDP degli ultimi 10 anni e oltre li dobbiamo proprio alla generale precarizzazione del lavoro. Occorre tornare indietro.
  6. Savino Rispondi
    Come le avevo anticipato in precedenti interventi, mi pare chiaro ed evidente che la prestazione di lavoro si traduca in attività logistica, come per corrieri e fattorini, e la Cassazione proprio a questo CCNL la assegna. Il Jobs Act tutela questo tipo di lavoratori da considerare dipendenti subordinati e solo falsamente autonomi mentre il decreto dignità sembra essere solo un confuso e ideologico doppione di quella normativa.