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Due Italie non solo nei salari

Le differenze del costo della vita tra Nord e Sud Italia sono fra le più alte al mondo. Perché allora non si verifica un esodo verso il Meridione dei dipendenti pubblici? Perché bisogna considerare anche la qualità dei servizi e le opportunità di lavoro.

Racconto accurato di due Italie

La storia delle due Italie, che racconta le differenze del costo della vita tra il Nord e Sud del paese, è direttamente percepita da ogni italiano del Sud che visita il Nord e da ogni italiano del Nord che visita il Sud nel momento in cui si accinge a mettere mano al portafoglio.

È una storia vecchia quanto l’Italia, che vanta molti autorevoli narratori anche in tempi recenti: da Luigi Campiglio ad Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, da Luigi Biggeri, Alessandro Brunetti e Tiziana Laureti a Nicola Amendola e Giovanni Vecchi, da Giovanni D’Alessio a Tito Boeri, Andrea Ichino, Enrico Moretti e Johanna Posch.

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, in particolare, ben raccontano l’inizio tradizionale della storia. Il pubblico impiego rappresenterebbe un sistema inefficiente per sostenere il Sud Italia perché i suoi impiegati, che sono molto più numerosi nel Mezzogiorno, ricevono lo stesso stipendio dei pari livello del Settentrione, sebbene al Sud il costo della vita sia molto più basso. Anche se l’Istat non pubblica statistiche ufficiali sulle differenze nel costo della vita nelle regioni italiane, rimarcano gli stessi autori, gli studi citati stimano, con approssimazioni del True Cost of Living Index (Tcli), che la differenza media nel costo della vita tra Nord e Sud sia di circa il 20-30 per cento. Ne segue che il potere d’acquisto dei salari pubblici è molto più elevato nel Mezzogiorno.

L’importanza dei servizi e del lavoro

Dato tale divario, uno dei più alti al mondo, diventa lecito chiedersi come mai i dipendenti pubblici del Nord non vadano a vivere al Sud. La differenza nella quantità e qualità dei servizi pubblici è certamente un fattore che condiziona la scelta, sebbene non sia semplice misurarlo. Secondo un nostro recente studio, presentato a Palermo alla 60a riunione scientifica della Società italiana degli economisti, la risposta, che ci avvicina a dare contorni più definiti all’intera storia, risiede in parte nella qualità superiore dei servizi nel Nord e in parte nella severa limitazione delle opportunità di lavoro, in particolare per le donne, nel Sud.

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Mentre i salari espressi in termini reali sono molto vicini nel Nord e nel Sud Italia (figura 1.a), i redditi individuali reali sono significativamente più bassi nel Sud. Lo stipendio dei lavoratori dipendenti, che è il risultato di un processo di contrattazione tra i sindacati e lo stato a livello nazionale, varia tra le regioni principalmente a causa delle differenze nel mix di abilità della forza lavoro. I salari sono superiori ai redditi individuali, derivati dall’Indagine sulle condizioni di vita delle famiglie – Istat, in tutte le regioni. Il divario Nord-Sud quasi scompare quando ci riferiamo al reddito familiare reale disponibile totale, perché il tasso di partecipazione al mercato del lavoro della componente femminile della popolazione è più alto del 30 per cento circa nel Nord. Questa caratteristica del mercato del lavoro italiano annulla virtualmente il vantaggio del Sud generato da un costo della vita molto inferiore. Sulla base del True Cost of Living Index stimato, il potere d’acquisto nel Veneto è 1,15, nel Lazio è 1,02 di poco superiore al riferimento per l’Italia pari a 1, e 0,72 per la Sicilia.

Non è l’unico fattore che contribuisce al riequilibrio del divario, ma è importante integrare nella stima anche la percezione delle famiglie delle differenze Nord-Sud tra quantità e qualità dei servizi pubblici. L’idea è che 1 euro investito nel consumo di un servizio valga effettivamente più di 1 euro se, a parità di una unità di servizio consumata, si ottiene anche una maggiore qualità. La correzione per la qualità, che utilizza l’indicatore aggregato relativo alla qualità dei servizi dell’indice di benessere equo e sostenibile (Bes-Istat), rivela un chiaro vantaggio per il Nord (figura 1.b). Il confronto tra redditi individuali reali e redditi individuali reali corretti per la qualità (figura 1, pannello a e b) mostra che la quantità e la qualità dei servizi pubblici di per sé non sono sufficienti per bilanciare il tenore di vita a favore del Nord. Il potere d’acquisto corretto per la qualità al Nord è di circa il 28 per cento superiore solo se si calcola a livello familiare, ossia tenendo conto della diversa struttura del mercato del lavoro. Alla luce di un differenziale nel costo della vita così ampio non stupisce che la legge 107 detta anche Buona scuola non sia stata efficace nel convincere gli insegnanti a trasferirsi nelle scuole del Nord e che il governo non sia riuscito a coprire le carenze di personale pubblico del Nord, dato che spesso i bandi di concorso attraggono soprattutto persone del Sud che chiedono poi di essere ritrasferite al Mezzogiorno.

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Le differenze molto marcate nel potere d’acquisto delle famiglie del Nord e Sud Italia influenzano in modo significativo anche la misurazione della povertà. Come è ragionevole attendersi, in termini nominali, cioè quando il costo della vita non è corretto per la variazione spaziale dei prezzi tra le regioni, l’incidenza della povertà nel Nord (4,8 per cento in media) è molto più bassa che nel Sud (23,9 per cento in media) rispetto alla media italiana del 12,4 per cento. In termini reali, cioè tenendo conto delle differenze nel potere d’acquisto, le differenze spaziali quasi scompaiono e si attestano intorno al 10 per cento. Se si considera anche l’effetto della percezione della qualità dei servizi, l’incidenza della povertà nel Nord è di circa il 7,9 per cento in media, mentre al Sud è circa il 13,6 per cento. Il fatto che il reddito di cittadinanza non tenga conto di queste differenze nella parità di potere d’acquisto delle famiglie introduce un serio problema di equità.

Tutto ciò riassume in modo esauriente la storia delle due Italie. Una storia che tutti conoscono, ma che nessuno vuole ascoltare. Soprattutto i politici.

Figura 1 – (a) Effetto di riequilibrio del mercato del lavoro; (b) Effetto della qualità dei servizi

Tabella 1 – Povertà relativa (%) associata al costo della vita nominale, reale e corretto per la qualità per regione (linea della povertà relativa: 0,6 mediana (nominale 1341,8, reale 1360,6, qualità 1291,6 euro)

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  1. Giacomo

    Un’analisi molto interessante che però parte da una premessa che andrebbe dimostrata. E’ proprio vero che i dipendenti pubblici non vogliono trasferisri al sud? Vox populi dice che sono tanti quelli che dal sud si spostano al nord per prendere un posto pubblico e che, se solo potessero, tornerebbero. Poi, magari, alla fine non tornano più perché le opportunità di trasferimento si presentano troppo tardi, dopo che hanno messu su famiglia.

  2. Luca Cigolini

    “non stupisce che la legge 107 detta anche Buona scuola non sia stata efficace… e che il governo non sia riuscito a coprire le carenze di personale pubblico del Nord”. L’ultima conseguenza mi pare attribuita ad una causa impropria: il governo non è riuscito a coprire le carenze al Nord perché ha assunto meno docenti di quanti ne servivano. Anche se è vero che molti, avendone l’opportunità, si sono trasferiti al Sud (ma su posti liberi), non possiamo non osservare che se fossero stati assunti tutti i docenti necessari, ciascuno sarebbe rimasto al suo posto, a Sud o a Nord che fosse!

  3. Se il numero dei pubblici dipendenti è relativamente maggiore al Sud come mai la qualità dei pubblici servizi è peggiore? A priori non dovrebbe essere il contrario? Forse nella risposta a questa domanda sta l’ essenza della cosiddetta “questione meridionale” e della sua intrattabilità (con tutta probabilità i trasferimenti e i sussidi da Nord al Sud aggravano il problema invece di mitigarlo).

  4. Non c’è dubbio che la qualità (e quantità) dei servizi pubblici differisca, in maniera molto rilevante, tra Nord e Sud. Non appare fondata, invece, l’affermazione secondo la quale al Sud i dipendenti pubblici sarebbero “molto più numerosi” rispetto al Nord. Non è così, infatti, quando si considera il rapporto tra dipendenti pubblici e popolazione. Secondo l’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani (“Quali regioni hanno troppi dipendenti pubblici?”) il numero di dipendenti pubblici per mille abitanti è di 9, 3 al Nord, di 9,6 al Sud e di 12,2 al Centro (come si vede, Nord e Sud hanno valori pressoché identici). La regione con la quota più bassa di dipendenti pubblici rispetto alla popolazione è la Puglia (7,5). Il dato della Campania è analogo a quella della Lombardia. Tra le regioni a statuto ordinario, la Liguria è quella con più dipendenti pubblici rispetto alla popolazione (14,5 per mille), seguita dal Lazio. Le quote del pubblico impiego sono molto elevate nelle regioni a statuto speciale, in particolare in Valle D’Aosta (48,6), Trentino (20,1) e Sicilia (16,1). Anche l’affermazione secondo la quale il divario nei prezzi tra Nord e Sud è tra i più alti al mondo andrebbe qualificata meglio. Divari regionali nei prezzi ampi quanto quelli italiani, se non maggiori, si riscontrano in molti paesi, a partire dalla Spagna.

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