Lavoce.info

Il mondo va avanti mentre l’Italia parla dell’articolo 18

Il 2020 è iniziato con un sussulto di instabilità sui mercati. Ben presto, però, è tornato l’ottimismo. L’economia mondiale sembra continuare a offrire buone opportunità a esportatori, imprese e lavoratori del nostro paese. Ma la politica italiana guarda indietro.

Un inizio 2020 di crescita instabile sui mercati

È stato un inizio d’anno frizzante per i mercati. Con l’uccisione del capo delle forze paramilitari iraniane Qassem Soleimani ordinata dal presidente americano Donald Trump, già dai primi giorni del nuovo anno sono inaspettatamente ritornati venti di guerra in Medio Oriente.

Come succede in questi casi, il prezzo del petrolio è salito del 5 per cento in poche ore (da 61 a 63,5 dollari il West Texas Intermediate, da 66 a 69 dollari il Brent) e l’oro – il rifugio per eccellenza degli investitori nei momenti di tensione – è schizzato a 1.575 dollari l’oncia, il suo valore massimo da sette anni. Anche Wall Street (la più rappresentativa delle borse) è scesa, sospendendo la corsa che aveva fatto chiudere il 2019 con l’indice Standard & Poor’s su del 28 per cento rispetto a gennaio 2019. La paura non è durata a lungo, tuttavia. Reagendo al brutale colpo americano, sono partiti 22 missili iraniani che però non hanno causato morti, il che ha consentito a Trump di cominciare a parlare di tregua (condizionata) con l’Iran. E così il petrolio è subito tornato giù ai livelli del 10 dicembre, l’oro ha ripiegato sotto i 1.550 dollari e gli indici di borsa hanno ripreso a correre, non solo in America ma anche nel resto del mondo. Negli Stati Uniti, Wall Street tocca nuovi livelli record giorno dopo giorno.

L’entusiasmo dei mercati ha le sue ragioni

Se la borsa americana e – al traino – le altre continuano a salire è per tre ragioni. Una è che certamente il Medio Oriente oggi non fa più paura all’America come in passato: un po’ perché il consumo di greggio per unità di Pil Usa è sceso da 100 (dato del 1973) a meno di 40 (dato del 2019) e un po’ perché lo sviluppo delle tecniche alternative di estrazione di petrolio e gas naturale dagli scisti bituminosi ha ridotto la dipendenza energetica americana dal petrolio importato. Come riportato da Princeton Energy Advisors, l’import netto di petrolio dell’economia americana è oscillato nel 2019 da 2 a 4 milioni di barili al giorno contro i 5-7 milioni del 2018 e la media di 8 barili del 2011-2016.

Leggi anche:  Boris Johnson, primo ministro per mancanza di alternative

La seconda ragione dell’entusiasmo dei mercati ha a che vedere con la conversione della Federal Reserve alla dottrina dei tassi bassi – indotta o almeno accompagnata dalla “immoral suasion” del presidente Usa. In passato si riteneva che la politica dovrebbe astenersi dall’entrare a gamba tesa negli ambiti decisionali delle banche centrali. Ma era il mondo prima del sovranismo, ora finito. Con tassi bassi, costa poco indebitarsi e investire; non è strano che i mercati decollino.

Infine – ma è in realtà la ragione più importante – il 15 gennaio sarà firmato alla Casa Bianca l’accordo commerciale relativo alla prima fase dei negoziati con la Cina, quella che interessa trasferimenti di tecnologia, proprietà intellettuale, prodotti alimentari e agricoli, servizi finanziari ed espansione del commercio. L’intesa – “in via di traduzione” secondo fonti Usa – blocca l’introduzione di un nuovo round di dazi su 160 miliardi di dollari di export cinese in America. Dopo la fase uno di firma dell’accordo di metà gennaio seguirà una fase due, fatta dei negoziati veri, dalla durata incerta perché su un insieme più ampio di materie. Per ora, dell’intesa che porrebbe fine alla guerra commerciale Usa-Cina mancano i dettagli, dietro i quali – lo dice un vecchio detto – si nasconde il diavolo. Dettagli che – lo ha subito specificato un portavoce del ministero del Commercio cinese – saranno resi pubblici solo dopo la firma ufficiale. Ma finora a chi investe poco importa: l’importante è che ci sia un accordo e che le multinazionali Usa che producono in Cina per servire il mercato americano (ad esempio la Apple) non debbano spostarsi in Vietnam per evitare i dazi che si aggiungerebbero ai loro costi di produzione, riducendone i margini di profitto.

Intanto da noi si parla di reintrodurre l’articolo 18

Nell’insieme, dunque, malgrado i sussulti di instabilità di inizio anno, i mercati sprizzano ottimismo. E borse che vanno bene spesso anticipano un buon andamento dell’economia. In poche parole, l’economia mondiale sembra confermarsi un ventaglio di opportunità per i nostri esportatori, per le nostre imprese, per i nostri lavoratori, e non un cupo cielo stellato che – come temevano gli antichi Galli in un famoso fumetto degli anni Sessanta – rischia di crollarci sulla testa.

Leggi anche:  Usa con il fiato sospeso

Da noi però la politica non la vive così: Luigi Di Maio e Roberto Speranza, rappresentanti di due dei quattro partiti che formano l’attuale maggioranza di governo, hanno cominciato l’anno parlando di reintrodurre l’articolo 18 “a tutela dei lavoratori”. Ma una politica che guarda indietro e pensa che il peggio debba ancora venire non porta i suoi cittadini a guardare avanti, come dovrebbe.

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molte altre testate, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!

Precedente

Il Punto

Successivo

L’economia iraniana dopo le nuove sanzioni

15 commenti

  1. Savino

    Più che il ventennio, ciò che di nostalgico si possa temere per la politica economica in Italia è il ritorno alle consonanti della parola duce, cioè il ritorno al sistema-regime della prima Repubblica e a maggioranza ed opposizione di allora. Gli italiani sembrano ancora vivere nell’epoca delle favole con le nazionalizzazioni, gli assistenzialismi, i sindacalismi, le legislazioni speciali per l’occupazione giovanile, le svalutazioni monetarie, il deficit a gogò. Il benessere non si crea sperando di vincere alla lotteria, ma ha condizioni e regole ben precise, che il popolo italiano contemporaneo non ha mai appreso, poichè ha sempre vissuto nella bambagia di quanto ereditato da nonni e bisnonni e di quanto futuro è stato sciupato da classi dirigenti irresponsabili.

  2. Giustino Zulli

    A me quanto sostenuto dall’illustre professore non convince proprio per niente. E mi dovrebbe spiegare perché considera la possibile e per me auspicabile reintroduzione dell’art. 18 della L. 300/70, CHE IMPEDISCE SOLO I LICENZIAMENTI SENZA GIUSTA CAUSA O GIUSTIFICATO MOTIVO “una politica che guarda indietro”… e, addirittura,”impedirebbe ai suoi cittadini di guardare avanti” Da quando, di grazia, tutelare i legittimi diritti dei lavoratori dipendenti sarebbe un fatto regressivo? MAH!

  3. toninoc

    Egregio Prof. Daveri, l’art. 18 non riguarda tutti i cittadini ma solo i lavoratori dipendenti di aziende medio-grandi che prima erano tutelati da possibili ricatti e soprusi da parte dei datori di lavoro ed oggi non lo sono più. Non si tratta di nostalgia ma di speranza per un futuro più sereno, senza il quale molti giovani non possono programmare la loro vita per il timore di poter perdere più facilmente il lavoro. Le conquiste sindacali ottenute in tanti anni di contrattazioni tra aziende e sindacati sono state cancellate gradualmente da vari governi tra i quali anche quello di Renzi che si diceva di centrosinistra ma a mio modestissimo avviso non lo era…e lo ha dimostrato staccandosi dal PD.

  4. Michele

    Meglio guardare indietro per imparare qualcosa. Trenta anni di pessime riforme liberiste del mercato del lavoro (incluso il jobact ) hanno prodotto i loro effetti perniciosi: basso tasso di occupazione, precarietà, stipendi tra i più bassi d’europa e elevato part-time involontario. Le privatizzazioni ci hanno portato l’ennesimo fallimento di Alitalia, il disastro dell’Ilva, il crollo del ponte a Genova e il depauperamento di Telecom. Nel frattempo il PIL in italia è ancora del 5% inferiore al livello del 2008, così come le ore lavorate, gli investimenti privati languono, le aziende aumentano i profitti con cui pagano dividendi o vengono vendute a gruppi stranieri senza tassazione grazie alla pex. Ci sarebbe materia per una seria autocritica da parte di economisti neoliberisti e politici dei partiti che hanno governato la maggior parte degli ultimi 30 anni. Invece la parola responsabilità non fa più parte del vocabolario, anzi si spacciano ancora per buone idee ormai sconfitte dai fatti.

  5. Marcomassimo

    Il guaio di questa epoca e di questo sistema è che i cosiddetti “mercati” vivono in un mondo virtuale delle euforie del tutto artificiali che non hanno niente a che spartire con la vita delle masse; e fenomeni strani come la brexit sono lì a dimostrarlo; purtroppo gruppi di potere molto forti quanto ristretti si sono ritagliati le cose a loro vantaggio e le cose dovrebbero essere profondamente riformate.

  6. Giuseppe GB Cattaneo

    Concordo il futuro non è nell’articolo 18 ma nel reddito minimo incondizionato, nella riduzione dell’orario di lavoro, nella riforma del sistema pensionistico prima che esploda, nella sostituzione della testa degli italiani

    • toninoc

      Quindi ….la soluzione è sostituire la testa degli Italiani che hanno il coraggio di pensare ognuno col proprio cervello? Il pensiero unico? I pieni poteri al Comandante? Auguri.

  7. Giuseppe

    Quanta superficialità, nella maggioranza dei commenti dei nostalgici di un’Italia (di un mondo) che fu, e che non tornerà! Quasi tutti sembrano ignorare che, in realtà, l’art. 18 è ancora in vigore, il governo Renzi avendolo aggiornato, non cancellato. DiGuaio e Disperanza parlano di reintrodurre il vecchio testo dell’art. 18, che prevedeva la reintegrazione forzata sempre e comunque, in caso di licenziamento illegittimo; e di cui approfittavano soprattutto sindacalisti lavativi e bancari colti in fallo.

    • toninoc

      Di fatto, l’art. 18 è stato abolito dalla possibilità data al datore di lavoro di pagare, con qualche mese di stipendio in più, il licenziamento senza giusta causa. La possibilità di “approffittare” è stata data al datore di lavoro per togliere di mezzo i sindacalisti ed avere potere assoluto sui dipendenti. Una vergogna che sia stato fatto da chi si professava di centrosinistra.

      • Giuseppe

        Ribadisco: questa lettura è fuorviante, per la ragione molto semplice che la reintegrazione – che tanto manca ai nostalgici – è sempre in vigore, seppur circoscritta ai casi realmente gravi, non più a qualsiasi irregolarità, anche solo formale del licenziamento. E questo va al di là dei rimedi esistenti in quasi tutti i Paesi sviluppati (in particolare, in Europa). Obbligare a reintegrare un bancario colto più volte a svuotare i conti dei clienti o un sindacalista che abusa dei permessi sindacali le sembra un modo di limitare il potere assoluto del datore di lavoro?

        • toninoc

          @@Sig. Giuseppe. Non dobbiamo raccontarci storielle. Un Bancario da Lei descritto finisce in Galera (se è riconosciuto colpevole). Un sindacalista non può abusare dei permessi ma deve poterne usufruire secondo quanto prescritto dagli accordi contrattuali. In entrambi i casi da Lei esposti, se c’è stata la reintegrazione, l’ha decisa un Giudice applicando la legge. “Puniscine uno per “educarne mille” non è un detto inventato dai lavoratori dipendenti. Cordialità.

  8. Henri Schmit

    Sono molto d’accordo con l’idea generale da approfondire. C’è un brutto vizio, non solo in Italia, di non fare il processo alle iniziative fallimentari. Si preferisce dimenticare e i protagonisti si riciclano in nuove iniziative, rischiando di buttare il bambino con l’acqua sporca. Gli esempi non mancano. Lo sciagurato referendum del 2016, senza dibattito post-verdetto, permette ai vincitori di trionfare come se fosse stato tutto sbagliato e spinge i perdenti incapaci di autocritica di insistere con arroganza. La stessa cosa vale per l’ottima riforma del contratto di lavoro che rischia di fare le spese dell’ignoranza e degli eccessi neo-liberisti (nel discorso e in alcune politiche) precedenti. Si potrebbe aggiungere RDI e quota 100. Pure la politica estera, l’immigrazione, la Libia, i rapporti ambigui con gli USA, indecenti con la Francia. La legge elettorale adottata in fretta senza dibattito, senza studio e senza verifica della conformità e delle conseguenze politiche, ritenuta dopo solo due anni di nuovo inadeguata; e sono pronti a fare il prossimo errore. Lo stesso vizio corrode il rapporto con l’UE e quello fra autorità pubblica (il sovrano) e mercato. Non si capisce che cos’è l’Europa, come funziona; né che cosa non è (né un despota terzo, né la terra promessa che risolve tutti i problemi) e rischia di non diventare mai proprio a causa dei politici di paesi come l’Italia che preferiscono pescare nell’acqua torbida piuttosto che affrontare la realtà. Fermiamoli!

  9. Ermes Marana

    Quindi dato che l’economia in America POTREBBE andare bene, non é il caso di parlare dei diritti dei lavoratori italiani.

    Ma che razza di articolo é? Dove sarebbe la correlazione? Qui abbiamo superato in volo carpiato la propaganda per arrivare dritti al grammelot.

  10. Agostino Pascale

    Mi sembra una correlazione con la situazione economica globale del tutto fuori luogo! L’aver mutilato un elemento portante del rapporto di lavoro con l’eliminazione dell’art. 18 è un fatto di una gravità inaudita che non giova al sistema del mercato di lavoro in Italia e nemmeno alla dignità,alla serenità ed alla efficienza del lavoratore, creando solo un piano inclinato incolmabile tra datore di lavoro e lavoratore.

Lascia un commento

Non vengono pubblicati i commenti che contengono volgarità, termini offensivi, espressioni diffamatorie, espressioni razziste, sessiste, omofobiche o violente. Non vengono pubblicati gli indirizzi web inseriti a scopo promozionale. Invitiamo inoltre i lettori a firmare i propri commenti con nome e cognome.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén