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Perché serve il Meccanismo europeo di stabilità

Il Meccanismo europeo di stabilità permette di erogare prestiti a paesi che non riescono a trovare fondi sul mercato. Rende dunque poco probabile il ripetersi della crisi dei debiti sovrani e delle banche che abbiamo vissuto nel 2010-2012.

La questione della condizionalità

Alla fine del 2019 Micromega ha pubblicato un documento contro il Meccanismo europeo di stabilità firmato da trentadue economisti. Nel frattempo, la polemica politica sul tema si è placata, ma vale la pena tornare sui contenuti dell’appello che, a mio parere, contiene affermazioni di dubbia validità e soprattutto non risponde alla domanda più importante: serve o non serve un meccanismo di salvataggio e prevenzione contro le crisi finanziarie sistemiche nell’Eurozona?

Una buona parte del documento dei trentadue economisti lamenta il fatto che il credito ai paesi che violano le regole di disciplina fiscale sia soggetto a “condizionalità”. In verità, la condizionalità è presente in tutte le istituzioni pubbliche che soccorrono paesi che perdono accesso ai mercati e anche gli stati federali condizionano i trasferimenti a programmi di rientro dagli squilibri fiscali. In ogni caso, occorre ricordare che il Mes è un organismo che dispone di un bilancio limitato (il capitale versato dai paesi membri e le risorse che potrà raccogliere sul mercato) e mette a rischio il denaro dei contribuenti di tutti i paesi della zona euro. Se lo prestasse senza condizionalità a paesi con finanze pubbliche dissestate, dovrebbe fare affidamento su una più ampia base fiscale e ciò richiederebbe un grado di integrazione politica che in Europa non esiste.

Secondo gli estensori del documento, “il solo fatto che [vi sia la possibilità di ristrutturare] costituisce agli occhi dei mercati un fattore di rischio, a fronte del quale gli investitori chiederanno interessi più elevati”. Ma quale sarebbe l’alternativa? La ristrutturazione dei debiti consente agli stati di continuare a finanziarsi presso il Mes o altri creditori evitando che ciò porti a una bancarotta futura ancora più costosa per debitori e creditori. Se il Mes fosse obbligato a finanziare gli stati con debito insostenibile senza che a questi possa essere chiesta una ristrutturazione, diverrebbe un fondo ad alto rischio e dovrebbe pagare interessi più elevati sul mercato. Non dimentichiamo che alcune nostre banche locali si sono rivelate super-rischiose proprio perché, tra il 2007 e il 2014, hanno continuato a elargire prestiti a imprese e famiglie che non avevano la possibilità di pagare le rate dei mutui. Questa prassi ha messo nei guai le banche e non ha salvato i debitori. Il default della Grecia è stato così costoso per tutti, soprattutto per i greci, perché le autorità europee hanno atteso troppo tempo prima di accordarsi su una ristrutturazione del debito che appariva necessaria già nel 2011.

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Il ruolo della Bce e le politiche di austerità

I trentadue economisti riconoscono che il Mes è stato istituito per fungere da “prestatore di ultima istanza, un ruolo che in ogni stato è svolto dalla banca centrale”, ma aggiungono che questo ruolo “è stato vietato” alla Banca centrale europea. Alla luce di quanto fatto da Mario Draghi durante il suo mandato (con i vari programmi di acquisto di titoli sul mercato e i prestiti a lunga scadenza alle banche), è difficile negare che la Bce abbia svolto pienamente il ruolo di prestatore di ultima istanza. Il Mes potrà alimentare il fondo di risoluzione delle crisi bancarie rafforzando e ampliando questa stessa funzione. Tuttavia, anche chi ritiene che la politica monetaria non sia stata sufficientemente espansiva, dovrebbe rallegrarsi del fatto che il Mes possa svolgere (anche se limitatamente) una funzione che la Bce non avrebbe saputo o voluto mettere in atto.

I trentadue economisti affermano che il Mes si caratterizza come “un organismo assolutamente coerente con l’impostazione che ha prevalso nell’Unione”, cioè le “politiche di austerità”. Ma queste politiche sono decise dai governi europei, non dal Mes, che invece rende disponibile una linea di credito priva di condizionalità per i paesi che soddisfano i parametri di disciplina fiscale, ma anche una linea di credito per chi non li rispetta. Al di là delle considerazioni sulla previsione o meno di condizionalità, si deve anche aggiungere che la disciplina fiscale è basata su parametri flessibili e sensibili al ciclo economico e, quindi, non necessariamente recessivi. Ma anche se il Mes adottasse condizioni troppo severe per la concessione del credito, ciò non è sufficiente per considerarlo inutile o dannoso.

In conclusione, a me sembra che l’appello dei trentadue economisti sia, più che altro, un documento contro l’austerità e a favore di un bilancio pubblico sovra-nazionale che consenta di fare politiche economiche più espansive. Queste posizioni sono del tutto legittime, ma ci portano completamente fuori tema. Le questioni dell’austerità e del bilancio pubblico federale sono frutto della negoziazione tra gli stati, che rispecchia divergenze di interessi tra i paesi europei. L’obiettivo di una maggiore condivisione dei rischi a livello europeo è perfettamente condivisibile, ma il Mes serve proprio perché quell’obiettivo non è stato ancora raggiunto. Oggi abbiamo in cantiere un organismo che serve a rendere poco probabile la ripetizione della crisi dei debiti sovrani e delle banche che abbiamo vissuto nel 2010-2012. Come mostrato da me e Valentina Milano su questo sito, il Mes ha contribuito (insieme alle politiche monetarie) a spegnere la speculazione, a incrementare il grado di condivisione dei rischi nell’Eurozona e a stabilizzare l’Unione monetaria. Chi dice che il Mes è inutile dovrebbe spiegare perché non è utile avere un organismo pubblico che può prestare soldi a paesi che non riescono a trovare fondi sul mercato e, in tal modo, arrestare quelle ondate di panico che hanno determinato un rialzo dei tassi d’interesse sui titoli sovrani dei paesi non direttamente responsabili della crisi.

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10 commenti

  1. Henri Schmit

    Ottimo! Molto utile. Grazie. Il discorso dei 32 riflette purtroppo l’opinione largamente dominante nel paese. Il populismo rampante, prepotente, agevolato da un giornalismo ignorante (perdonabile) e comprato (imperdonabile), si alimenta di questi equivoci. Correggere gli errori in 24/48 ore è una cosa (normale, accettabile), mettere due/tre mesi senza nemmeno creare consenso, concentrando gran parte dell’energia e del tempo sulla discussione di idee false, è da perdenti, riflette la posizione di coloro che subiscono, che non sono in grado né di gestire/difendere se stessi né tantomeno di contribuire a formulare/perfezionare le regole comuni.

  2. Tre obiezioni: 1) La BCE, in piena crisi (2011) ha alzato due volte il tasso di riferimento; e poi avviato il QE con 6 anni di ritardo rispetto alla FED e alla BoE, contribuendo a causare nei Piigs effetti equivalenti a quelli di una guerra. 2) Dai dati Eurostat si apprende che i parametri “flessibili” sono usati dalla Commissione con un doppio standard, che discrimina l’Italia, che, in base all’avanzo primario negli ultimi 28 anni e alla sostenibilità del debito pubblico nel lungo termine grazie alla messa sotto controllo della spesa pensionistica, è la più virtuosa, ma è penalizzata dai c.d. mercati. 3) Dire che “queste politiche sono decise dai governi europei” significa oggettivamente ignorare le regole UE e – come tutti gli economisti, inclusi premi Nobel (vi ho scritto un saggio, con i nomi e le prove documentali) – che, dopo la crisi della Grecia, l’Italia è stata invitata (di fatto costretta) dall’UE (Commissione, Consiglio e BCE) a varare un mastodontico consolidamento fiscale pari a 330 mld cumulati a valere per il quadriennio successivo (ma le misure strutturali valgono tuttora). Manovre dopo la crisi greca: Gov. Berlusconi: DL 78/2010 (62 mld), DL 98/2011 (82 mld) e DL 138/2011 (65 mld); Gov. Monti: DL 201/2011 (63 mld).

  3. Qualche nota critica.
    Le banche locali super rischiose? In realtà il modello nostrano bancario si è mostrato più robusto di fronte alla crisi a differenza delle banche francesi e tedesche, altamente esposte quanto accorpate, per cui i rispettivi governi hanno dovuto spendere enormi cifre (di denaro pubblico) per il salvataggio.
    “ma quale sarebbe l’alternativa al MES?” : la facoltà di una banca centrale di prestare in ultima istanza e sostenere l’occupazione (vedasi FED).
    Alla BCE, come dicono giustamente i 32 autori, è formalmente impedito agire da prestatore di ultima istanza (diversamente dalle altre grandi banche centrali). La BCE compra solo titoli obbligazionari sul mercato secondario. Nonostante l’attivismo di Draghi, la ricapitalizzazione delle banche non si è tradotta in una spinta all’economia (ma in investimenti finanziari e riacquisti di azioni, non certo a favore dei lavoratori).
    Sui parametri flessibili. Urge ricordare che per la Commissione il PIL potenziale viene calcolato in base agli andamenti passati del PIL: per farla corta più l’austerità contrae il PIL e più il PIL potenziale viene calcolato al ribasso mentre aumenta l’output gap (scarto tra risorse potenziali e prodotto effettivo). Insomma, i parametri attuali di flessibilità conducono a politiche pro-cicliche e sono tarati in maniera che si finisce per considerare…strutturale una disoccupaziona a due cifre (l’assurdità del “NAIRU”). Ah, le genialità dell’economia offertista.

    • 1. Neppure la FED può comprare titoli del Tesoro direttamente dal Tesoro USA. Quando lo fa, lo fa surrettiziamente attraverso ‘accordi’ con i dealer. 2. Anche la BCE, in caso di deflazione o di tasso d’inflazione notevolmente inferiore al target (poco sotto il 2%) nel medio periodo, ha l’obbligo statutario (art. 2 Statuto BCE) di “sostenere le politiche economiche dell’UE” definite dall’art. 3 del TUE, che fissa ed esplicita la missione dell’UE, i cui obiettivi principali sono “la piena occupazione” e “il progresso sociale”. 3. Effettivamente, alla BCE è vietato finanziare direttamente gli Stati e le loro articolazioni (art. 21 Statuto BCE); fanno eccezione le banche pubbliche.

  4. La FED non si sogna lontanamente da fare il prestatore di ultima istanza dei singoli stati federati, ma solo del governo federale. Per quanto riguarda l’ austerità è una strana austerità quella che si concretizza con un debito pubblico sempre crescente… Il fatto che l’ UE a differenza dagli USA abbia un bilancio federale ridicolo dipende dai paesi della UE che non vogliono finanziare un bilancio superiore e dalla mancanza di risorse fiscali proprie adeguate a livello federale. Il fatto che la BCE possa operare solo sul mercato secondario non è assolutamente di ostacolo a effettuare uina politica monetaria espansiva. Del resto una regola analoga della Bundesbank è stata del tutto compatibile con uno sviluppo dell’ economia tedesca nettamente migliore di quello dell’ economia italiana. Anche la Banca d’ Italia aveva cessato di fungere da prestatore di ultima istanza del governo a partire dal 1981, dopo l’ inflazione degli anni settanta.

    • Henri Schmit

      Ottimo contro-commento! C’è una bella differenza di qualità fra commenti argomentati e firmati nome e cognome da accademici, e opinioni polemiche anonime pubblicate sotto pseudonimi fantasiosi, nello stile dei troll, squadristi digitali remunerati. Non potendo rifiutare commenti polemici non argomentati, bisognerebbe vietare commenti anonimi.

    • 1. È ormai una sorta di fatica di Sisifo segnalare che, essendoci un avanzo primario (da 28 anni, tranne il 2009, apice della crisi economica), talora consistente, come conferma la Banca d’Italia il debito pubblico cresce ESCLUSIVAMENTE per colpa della spesa per interessi passivi, al cui interno ha un peso notevole l’effetto dei tassi, che penalizzano abnormemente l’Italia. Gli interessi solo per il 5% circa vanno alle famiglie. Il che si traduce in una sottrazione di risorse all’economia reale, con effetti recessivi. A questo effetto negativo si somma la composizione della spesa pubblica, al cui interno si registra dal 2008-09 un calo della quota investimenti. E questo è colpa esclusiva dei governi che si sono succeduti in questo periodo. 2. È razionale economicamente che i singoli Stati USA siano tenuti all’equilibrio di bilancio, perché, appunto, la politica anticiclica viene fatta dalla Stato federale. Cosa che non avviene in una Confederazione atipica come l’UE, con conseguenze deleterie sulla sostenibilità della UEM. 3. Beninteso, come da ultimo conferma il QE della BCE, l’aumento della massa monetaria non produce inflazione: fino al 1981 erano i deficit elevati che la causavano (peraltro, pur non avendone più l’obbligo, la Banca d’Italia ha continuato ad acquistare titoli pubblici italiani anche dopo).

      • Grazie Vincesko per le utili precisazioni nei vari commenti. Il diavolo si loca nei dettagli e come al solito, i dati confutano le idee ricevute del solito e banale vociferare contro “debbito pubbliko” e simili.
        Chilosi, 1. “Il fatto che la BCE possa operare solo sul mercato secondario non è assolutamente di ostacolo a effettuare uina politica monetaria espansiva”. Sì, quando e se le banche fanno il loro lavoro. Lei sostiene che i fondi ricevuti dalla BCE sono stati immessi a servizio dell’economia ?
        2. “Del resto una regola analoga della Bundesbank è stata del tutto compatibile con uno sviluppo dell’ economia tedesca nettamente migliore di quello dell’ economia italiana”. Potrebbe illuminarci in merito?

  5. “alla messa sotto controllo della spesa pensionistica, è la più virtuosa” La spesa pensionistica italiana è tuttora la più elevata, come quota del reddito nazionale di tutti i paesi OECD dopo la Grecia.

    • 1. Hai sbagliato l’incolonnamento. 2. Io ho scritto un saggio sulle pensioni, e tu? Se clicchi su Vincesko e scorri gli 846 post ne trovi vari sulle pensioni, incluse decine di lettere ai cosiddetti esperti previdenziali, inclusa quella a Stefano Scarpetta dell’OCSE. Il succo è questo: la spesa pensionistica italiana contiene 90 mld di voci spurie: (i) oltre 50 mld di imposte, le più alte in ambito OCSE, pari al 3% del PIL; (ii) 10-15 mld di TFR, peculiarità italiana, che può essere incassato decine di anni prima del pensionamento; (iii) 20-25 mld di assistenza. Al netto, il rapporto spesa pensionistica/Pil cala all’11% circa. Nella comparazione internazionale, alle suddette voci spurie va aggiunto: (iv) che i prepensionamenti hanno sostituito gli ammortizzatori classici, usati negli altri Paesi, e questo, guarda caso, è successo soltanto in Grecia e Italia, 1° e 2° nella classifica OCSE per spesa pensionistica/Pil; e (v) agli altri Paesi, andrebbero sommati i sussidi fiscali alle pensioni private (GB, Olanda, USA, ecc., tutti Paesi che occupano l’intervallo basso della classifica). 3. Che la spesa pensionistica italiana sia la più sostenibile nel lungo periodo è sancito dalla Commissione Europea (che licenzia ogni anno un rapporto) e da Centri studi tedeschi. Gli effetti delle riforme delle pensioni (e in Italia se ne sono varate ben sette dal 1992; la Riforma Fornero è soltanto la settima e NON la più severa), per loro natura, vanno valutati nel lungo periodo.

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