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Un’Italia occupata a tempo parziale. Involontario

Nel terzo trimestre 2019 gli occupati hanno superato, seppur di poco, il livello del 2008. Ma le ore lavorate e le unità di lavoro non seguono lo stesso andamento. Perché c’è stata una forte diffusione del part-time, subìto e non scelto dai lavoratori.

I numeri dell’occupazione

Nel terzo trimestre 2019 le persone occupate, secondo l’Indagine forze lavoro Istat, hanno superato, seppur di poco, il livello del 2008, ultimo anno prima della Grande recessione. Anche secondo le stime di contabilità nazionale (che includono la parte di lavoro irregolare non rilevata dalle interviste dell’Indagine forze lavoro) gli occupati sono più di quelli del 2008. Ma sia le ore lavorate, sia le unità di lavoro (Ula, che risultano dalla trasformazione in tempi pieni degli orari ridotti) hanno andamenti diversi.

Dal 2008 al 2013 le ore lavorate e le Ula sono diminuite molto più degli occupati. Ciò si deve in parte all’aumento delle ore di cassa integrazione (non lavorate da persone giuridicamente e statisticamente occupate), ma soprattutto al crollo dei rapporti a tempo pieno, solo in parte compensato dall’aumento di quelli a tempo parziale. In seguito, il recupero delle ore lavorate e delle Ula è di poco inferiore a quello degli occupati, poiché alla riduzione della cassa integrazione si unisce una ripresa dei posti di lavoro segnata da una ancor forte presenza del part-time.

In dieci anni la composizione dell’occupazione risulta sconvolta. Gli occupati a tempo parziale perché non sono riusciti a trovare un lavoro a tempo pieno sono cresciuti di 1.560.000 unità, passando dal 5,8 al 12,3 per cento, mentre quelli a tempo pieno hanno perso quasi 680 mila unità, scendendo dall’85,7 all’81 per cento. Anche gli occupati a tempo parziale per motivi di studio o familiari hanno perso quasi 400 mila unità, scendendo dall’8,4 al 6,7 per cento, con buona pace delle politiche di conciliazione dei tempi di lavoro e di vita.

Se il volume dell’occupazione è tornato al livello pre-crisi, la sua intensità in termini di ore lavorate (e di retribuzioni) è ancora di molto inferiore. Più della crescita dei lavori instabili, è questo il prodotto avvelenato della grande recessione.

Un’occupazione più femminile e anziana

 

Il mutamento nelle caratteristiche dell’occupazione per orario di lavoro ha influito sulla sua composizione demografica perché i rapporti a tempo parziale involontario sono molto più diffusi tra le donne e i giovani.

La crescita dell’occupazione femminile è sempre accompagnata dalla diffusione del tempo parziale (volontario nell’Europa centro-settentrionale e involontario in quella meridionale). In Italia dal 2008 al 2018 le occupate sono aumentate dell’8 per cento (quasi 740 mila in più) e il tasso di occupazione è cresciuto dal 51 per cento sino a poco oltre il 56 per cento (ancora 7 punti percentuali meno della media europea). Ma ciò è avvenuto a spese dell’occupazione maschile, poiché gli occupati si sono ridotti dell’1,6 per cento (oltre 220 mila in meno) e il loro tasso di occupazione, dopo una brusca caduta dal 70 a meno del 65 per cento, è risalito solo al 68 per cento (6 punti meno della media europea).

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L’occupazione a tempo pieno è anche molto invecchiata, poiché l’aumento del part time involontario ha interessato di più i giovani adulti (da 25 a 34 anni) e gli adulti (da 35 a 54 anni). Tra i maschi anziani (da 55 a 64 anni) la percentuale di occupati a tempo pieno ha continuato a crescere anche durante la crisi e il part-time involontario è salito poco. Nonostante la crescita del part-time involontario, è invece diminuito durante la crisi e si è poi pochissimo ripreso il tasso di occupazione dei giovani (15-24 anni), degli adulti e soprattutto dei giovani adulti, coloro che dovrebbero costruire le nuove famiglie.

Gli andamenti dei tassi di occupazione delle donne sono stati simili, pur con un maggiore aumento del part-time involontario, soprattutto tra le giovani adulte. È proprio grazie a un forte aumento del part-time involontario che il tasso di occupazione delle giovani non si riduce molto nella crisi per poi risalire un poco, mentre quello delle adulte sale seppur di pochissimo. Il part-time cresce poco solo tra le over 55 anni, per le quali, come per i maschi, continua ad aumentare il tempo pieno.

Il record europeo del part-time involontario

La percentuale di donne costrette a lavorare a tempo parziale è cresciuta molto nei paesi europei che più hanno sofferto la crisi. In Irlanda è salita dal 3 per cento del 2008 sino al 12 per cento del 2013, ma egualmente esplosiva è stata la crescita in Spagna (da meno dell’8 per cento a quasi il 16), in Grecia (dal 4 a oltre l’8 per cento) e anche in Italia (da poco più del 10 a oltre il 18 per cento). Tuttavia, mentre in Irlanda e in Spagna la ripresa ha segnato un netto calo, ciò non è accaduto in Grecia e soprattutto in Italia, dove nel 2018 ancora quasi un quinto delle occupate dichiara di lavorare a tempo parziale perché non ha trovato un tempo pieno. Negli altri paesi dell’Europa occidentale, invece, la percentuale di part-time involontario è stabile o declinante e su valori molto inferiori.

Per contro, l’Italia è uno dei pochissimi paesi dell’Europa occidentale in cui il part-time per altri motivi, pur partendo da livelli già molto bassi, addirittura diminuisce dal 2008 al 2018: dal 17,3 al 12,8 per cento). In altri paesi, invece, continua a crescere, soprattutto Germania, Austria, Belgio, dove ora 4 occupate su 10 sono a tempo parziale volontario. Il nostro paese ha, con la Grecia, il record del rapporto tra part-time dovuto alla mancanza di un tempo pieno e part-time per conciliare tempo di lavoro e di vita familiare: due su tre occupate a part-time lo fanno involontariamente, mentre nei paesi dell’Europa centro-settentrionale il rapporto è di una o due su dieci.

L’Italia ha un primato negativo anche per i maschi. Nei paesi europei che più hanno sofferto la crisi la percentuale di part-time involontario è cresciuta molto dal 2008 al 2013 anche per gli uomini. Ma in Irlanda, Spagna e persino in Grecia, con la ripresa, quella percentuale è scesa, anche drasticamente, mentre in Italia ha solo smesso di crescere. Anche per i maschi l’Italia ha la più alta percentuale di occupati costretti a un tempo parziale: oltre il 6 per cento, quasi il doppio della media dell’Europa occidentale. E come per le donne, il nostro paese ha la più bassa percentuale (dopo la Grecia) di maschi che lavorano part-time per altri motivi: il 2 per cento contro una media che sfiora l’8.

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In un quadro di occupazione scarsa (il tasso di occupazione dell’Italia è nettamente il più basso dell’Europa occidentale, Grecia esclusa), la forte diffusione del part-time involontario è un ulteriore segnale della grave debolezza della domanda di lavoro.

 

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Il Punto

  1. Mario Brambilla

    Analisi molto interessante. Per capire meglio cosa motiva questo tipo di domanda di lavoro , cioè la richiesta così diffusa di part-time, mi piacerebbe conoscere in quali settori vi è la maggiore concentrazione di part-time e in quali si è verificata la maggiore espansione. Questo anche per andare oltre una visione eccessivamente “giuridico-contrattualistica” che spesso prevale nel dibattito pubblico e cogliere invece i fattori legati alla struttura economica che sta prendendo piede in Italia.

  2. Cavolo, ho potuto dire l’inaudito:
    https://www.facebook.com/italiasera/videos/822975078118181/
    Perchè non mi date modo di poter smentire la facezia che attribuisce all’Impresa la generazione della ricchezza?
    Mauro Artibani, l’economaio
    https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_ss_i_3_7?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Daps&field-keywords=mauro+artibani&sprefix=mauro+a%2Caps%2C207&crid=E9J469DZF3RA

  3. Michele

    Trenta anni di pessime riforme liberiste del mercato del lavoro producono i loro effetti perniciosi: basso tasso di occupazione, precarietà, stipendi tra i più bassi d’europa e elevato part-time involontario. Nel frattempo però il PIL in italia è ancora del 5% inferiore al livello del 2008, così come le ore lavorate, gli investimenti privati languono, le aziende aumentano i profitti con cui pagano dividendi o vengono vendute a gruppi stranieri senza tassazione grazie alla pex. Ci sarebbe materia per una seria autocritica da parte di economisti neoliberisti e politici dei partiti che hanno governato la maggior parte degli ultimi 30 anni. Invece la parola responsabilità non fa più parte del vocabolario, anzi ancora si spacciano per buone idee ormai sconfitte dai fatti

  4. Giovanni Speranza

    Per ragioni dirette, nel settore del turismo e pubblici esercizi forse nel terziario più in generale, a mio modo di interpretare i dati esposti , si assiste all’ innalzamento dei rapporti regolari a part time e ad una corresponsione fuori busta di almeno un 30-35% di ore lavorate, oltre il part time, pagate a 6, 7, 8 ore /h. È la questione cuneo fiscale che trova così una “soluzione “domestica e condivisa”, anche se imposta. Non si pensa ad una pensione peraltro molto nebulosa ma ad un salario di sufficenza immediato. Abbassare drasticamente tassazione ed oneri sociali, facilitare assunzioni e dismissioni/licenziamenti con una sola tipologia di lavoro , a tempo Indeterminato, sanzionare ogni abuso con durezza ed onerosità allarga il rispetto delle norme contrattuali e di legge e può dare equilibrio ai conti dello Stato, riducendo l’economia sommersa ed illegale.

  5. Enrico D'Elia

    I dati sulla struttura dell’occupazione “creata” in Italia negli ultimi anni sono impietosi. Un’analisi per qualifiche professionali sarebbe ancora più preoccupante. È il frutto del principale punto di debolezza dell’economia italiana: quello di basarsi su microimprese. E una microimpresa, anche quando c’è un filo di ripresa, non può che domandare microlavoratori, perché solo questo può permettersi, ossia dipendenti part time poco qualificati (ossia a basso salario) e false partite Iva. Dovremmo smetterla con la retorica del piccolo è bello e con i conseguenti sconti fiscali alle microimprese.

  6. Michele

    Trenta anni di pessime riforme liberiste del mercato del lavoro producono i loro effetti perniciosi: basso tasso di occupazione, precarietà, stipendi tra i più bassi d’europa e elevato part-time involontario. Nel frattempo però il PIL in italia è ancora del 5% inferiore al livello del 2008, così come le ore lavorate, gli investimenti privati languono, le aziende aumentano i profitti con cui pagano dividendi o vengono vendute a gruppi stranieri senza tassazione grazie alla pex. Ci sarebbe materia per una seria autocritica da parte di economisti neoliberisti e politici dei partiti che hanno governato la maggior parte degli ultimi 30 anni. Invece la parola responsabilità non fa più parte del vocabolario, anzi si spacciano ancora per buone idee ormai sconfitte dai fatti.

  7. Eliana

    E quindi in Italia diminuisce molto il totale delle ore lavorate
    Dato su popolazione attiva allarmante se lo consideriamo sulla % di tempo che si libera e che non si colloca

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